Politica

Anche l’on. Ketty Fogliani firma la petizione in favore di Fausto Delle Chiaie

E’ stata prorogata fino al prossimo 26 giugno la mostra di Fausto Delle Chiaie, artista romano fra i più originali e famosi, allestita presso il Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro a cura di Boris Brollo e Alessandro Maganza.

“Lì per Lì” questo il titolo della mostra, sostenuta da ASVO S.p.A. nell’ambito del progetto “ASVO per la Cultura”, permette di apprezzare le opere di un artista, molto noto anche all’estero, che espone negli spazi di fronte all’Ara Pacis dove ha creato il suo “museo a cielo aperto” che si pone l’obbiettivo di far riflettere sulla rivalutazione di ciò che crediamo non abbia nessun valore.

Sono già 15.500 le firme raccolte, affinché all’artista romano, autore del Manifesto Infrazionista, venga applicata la Legge Bacchelli che gli consenta così di beneficiare di un assegno vitalizio.

Ai nomi di alcuni fra i più importanti esponenti della cultura italiana firmatari della petizione si è aggiunto anche quello della deputata portogruarese Ketty Fogliani.

“Mi unisco – spiega l’on. Fogliani - ai tantissimi che stanno sottoscrivendo la petizione per la richiesta di attivazione della Legge Bacchelli in favore dell'artista, 77enne, Fausto Delle Chiaie, uno dei più singolari e apprezzati esponenti dell'arte contemporanea italiana, la cui arte è arrivata anche nella nostra regione grazie alla mostra “Lì per Lì”

Ringrazio l’amico Boris Brollo per avermi segnalato la raccolta firme e per avermi coinvolta in questa operazione che ha come obiettivo poter rimediare, per quanto possibile, al disagio di Delle Chiaie che vive in una condizione di grave difficoltà economica, di salute e abitativa che ne impedisce il dignitoso proseguimento della vita. Mi sono quindi attivata, in qualità di parlamentare, prendendo contatti con Lucia Borgonzoni, sottosegretario della Lega alla Cultura, affinché possa intervenire e sia così concesso a questo artista, che ha dedicato la sua vita all’arte e dato risalto al nostro Paese, di accedere alla Legge Bacchelli e ottenere una piccola pensione mensile che gli permetta di vivere dignitosamente”.

Cultura

Favole amare. «La nera» di Dino Buzzati

Amara favola. Questo titolo di un articolo di Dino Buzzati potrebbe essere la sintesi di tutta la sua cronaca nera, e, più in generale, della sua visione dell'esistenza. La favola dell'amore, con i suoi epiloghi letali. La Favola 1954, con il suo moderno drago, il "morbo azzurro", che si porta via una bimba di soli due anni. La favola del Natale, interrotta dallo schianto di un aereo a duemilasettecento metri di altitudine. La favola del lontano e ricco nord, che si dissolve nella realtà della vita quotidiana. La favola del Torino, che si sfracella sulla basilica di Superga, ma che vivrà in eterno nelle fotografie dei giocatori incollate sui quaderni. Storie alle quali, pur nella fedeltà alla cronaca, Buzzati dà una portata morale e metafisica. Perché dentro ai fatti, per lo scrittore bellunese, si cela il mistero. E la cronaca nera è una discesa nel più oscuro dei misteri: il male, così intrecciato con la morte, come spesso appare nei suoi articoli, da identificarsi quasi con essa.

La nera di Buzzati – ripubblicata da Mondadori in una nuova edizione, sempre a cura di Lorenzo Viganò, ampliata con l'aggiunta di alcuni brani e di un apparato iconografico comprendente, oltre alle foto d'epoca, anche le illustrazioni realizzate da Buzzati – raccoglie i suoi articoli sui più efferati delitti e sulle più drammatiche sciagure del secondo dopoguerra (suddivisi rispettivamente in Crimini e misteri e Incubi). Assunto al «Corriere della Sera» nel 1928, inviato come corrispondente di guerra a bordo delle navi della Regia Marina nel 1939, egli venne richiamato in redazione il 25 aprile del 1945, esordendo con Cronaca di ore memorabili, resoconto della liberazione di Milano, uscito in prima pagina il giorno seguente. Da allora egli svilupperà quella predisposizione alla narrazione dei fatti di cronaca nera che già si avverte nelle sue prime "brevi" non firmate (il volume ne raccoglie alcune scritte nel 1929). Attraverso il mutamento della fisionomia del delitto, questi pezzi descrivono l'evoluzione della società dalla miseria materiale dell'immediato dopoguerra a quella morale degli anni del progresso tecnologico e del benessere economico. 

Il primo caso di cui si occupa, per il «Corriere Lombardo», di cui fu azionista (il 27 aprile del 1945 infatti il Comitato di Liberazione Nazionale sospese la pubblicazione del «Corriere della Sera», che uscì il mese successivo con la testata «Corriere d'Informazione», per tornare in edicola un anno dopo come «Il Nuovo Corriere della Sera»), è quello di Anna Maria Carlesimo, una giovane donna che visse per oltre un anno con il cadavere della madre, morta forse a causa di un dosaggio eccessivo di qualche farmaco, rinchiuso in un baule. La vicenda, certamente legata ai disturbi psichici della giovane, soprannominata per l'appunto «la pazza», matura tuttavia in un contesto di povertà, come emerge anche dal commento dei vicini al riguardo delle violente litigate tra lei e la sorella: «La miseria: quando c'è la miseria, c'è la lite». Tra i suoi articoli ricorre poi, ovviamente, il più classico dei delitti, quello passionale, con la varietà dei suoi protagonisti: amanti abbandonate, come la contessa Pia Bellentani, mariti fedifraghi, come il pianista Arnaldo Graziosi, o insospettabili psicopatici, come l'ingegner Roberto Dalla Verde. Ma l'era della macchina, di cui l'automobile, così deplorata nei suoi racconti, è il simbolo, spazza via il romanticismo anche dal crimine: il cosiddetto "delitto del sorpasso" – del quale si macchiò l'avvocato Oreste Casabuoni, che il 24 febbraio del 1960 freddò con due colpi di Beretta il giovane che aveva appena sorpassato, minacciosamente avvicinatosi alla sua auto – segna la comparsa di un nuovo movente. È «il delitto passionale delle giungle d'asfalto», commesso non più da individui in preda alle più umane delle emozioni, ma da una specie di automi, posseduti, non appena si mettono al volante, da Il demone degli asfalti. Il precipizio che conduce all'apatia è ormai imboccato. Quando, il 26 gennaio del 1966, si reca nella "casba", uno squallido quartiere di Milano, dove è stato ritrovato il cadavere di un uomo decapitato in un armadio, Buzzati sente di essere di fronte a un Delitto senza passione. Nella città contemporanea, non più «giungla d'asfalto», ma «sozza palude putrefatta», regna la «putrefazione delle anime», che è incapacità non solo di amare, ma finanche di odiare: persino l'omicidio è svuotato di pathos, deprivato di movente.

Una vocazione, quella per il racconto dei più violenti e tragici episodi di cronaca, seguita da Buzzati con umiltà e senso del dovere («un doverista», egli stesso si definisce), come ha ricordato Gaetano Afeltra, suo caporedattore, che ha dovuto talora piegare la sua resistenza a recarsi nei teatri di queste vicende, come il tribunale in cui si svolse il processo a Rina Fort, che la notte del 29 novembre del 1946, in un appartamento al civico 40 di via San Gregorio, a Milano, massacrò la famiglia – la moglie e i tre figlioletti – del suo amante, Giuseppe Ricciardi, o la camera ardente, allestita in una sala della Croce Bianca, con le salme dei quarantatré bambini (un altro morirà nelle ore successive) annegati davanti alla spiaggia di Albenga nell'estate del 1947. 

Una ritrosia forse dovuta ad una particolare sensibilità per il dolore degli altri, alla capacità di immedesimarsi con essi. E non solo quando ad essere colpite sono persone con le quali sente un legame fraterno, come nel disastro del Vajont: «Stavolta per me, è una faccenda personale. Perché quella è la mia terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente». E non solo quando si tratta di vittime innocenti. Alla conferma, al processo d'appello, dell'ergastolo per Giovanni Fenaroli e Raoul Ghiani, rispettivamente mandante ed esecutore dell'omicidio della moglie del primo, Buzzati esprime la sua pietà perché «anche la sofferenza tuttavia del più abbietto criminale è sempre dolore». E immaginando la disapprovazione dei lettori – «e perché vuoi confrontarti con quei due? tu non hai mai commesso delitti non hai mai strangolato nessuno» – gela, spiazzante: «E voi come fate a saperlo?». In un pezzo di alcuni anni prima aveva simulato un'identificazione con il presunto assassino di una giovane prostituta – il già citato ingegner Dalla Verde – coinvolgendo l'attonito lettore in una confessione scritta in prima persona, dal punto di vista del colpevole. È una Doppia pietà, appunto, quella di Buzzati: non solo per le vittime – nel caso dell'articolo così intitolato, tre bambine barbaramente uccise a Marsala – ma anche per i carnefici – persino per una «creatura dell'inferno» come Michele Vinci, il loro assassino, anch'egli a sua volta vittima: di una «oscura maledizione», dell'«immensità del male».

Certo, il dolore, benché comune a tutti gli esseri umani, è un fatto talmente intimo da risultare impenetrabile: «Il dolore ciascuno deve soffrirlo da sé, senza aiuti, fino all'ultima goccia. È come una stanza ermeticamente chiusa e misteriosa. Gli altri, di fuori, come noi, parlano, parlano, ma non possono entrare». Eppure in questa capacità, in questo sforzo di comprendere il dolore altrui, egli vede un possibile spiraglio di salvezza per un'umanità che, complici anche i ritmi cui la costringe il progresso economico, precipita sempre di più nell'indifferenza. Al «metronotte» arrivato dal sud, che nell'agosto del 1963 ha ucciso la moglie e il cognato e poi si è suicidato, nel buio di una Milano che lo ignora, sarebbe bastato – scrive – un po' di «calore umano», un saluto, «una parola gentile» e «forse sarebbe stato salvo». Forse sarebbe bastata questa semplice inversione di rotta ad evitare il rimbalzo di odio reciproco, che ne ha accresciuto la portata fino a farlo esplodere, alcuni anni dopo, come una bomba: quella che ha provocato, nel 1969, la strage di Piazza Fontana, il cui vero responsabile è appunto, come intitola il suo articolo, Il male dentro di noi.

Il male, in questi testi, non appare tanto come un prodotto dell'agire umano, quanto come un'entità cui esso inevitabilmente appartiene, che tramite esso tesse le sue oscure trame. Il destino si serve degli uomini per portare a termine i suoi diabolici piani: «Tutti quanti siamo fatti di un impasto di bene e di male ma a ciascuno, giusta o no, è data in sorte una parte». Il finale dell'articolo sulla tragedia del monte Bianco è raggelante nella sua oggettività. Il pilota francese che, ignaro della disgrazia che sta per provocare, la mattina del 29 agosto del 1961, si prepara al decollo, sembra avere una consapevolezza che lo trascende, quasi sapesse di partire per una missione ineluttabile. Poco dopo il suo caccia troncherà un cavo della funivia, carica di turisti, causando la morte di sei persone. È come se il male, per Buzzati, si impossessasse degli individui per compiere il proprio disegno, abbandonandoli poi nuovamente alla loro miseria. La donna rinchiusa in carcere, Rina Fort, non è che «una sciagurata giovanotta friulana»: la «belva» che ha trucidato la famiglia Ricciardi è rimasta «lassù», nell'appartamento di via san Gregorio.

Ciò che il male vuole, cui tende, è il «trionfo della morte», come quello a cui Buzzati assiste ad Albenga. Un trionfo che nelle «disgrazie collettive», come questa, pare avere la sua celebrazione, quando in realtà Il dolore numerico, come argomenta in un elzeviro apparso sul «Corriere della Sera» nel 1967, è un concetto distorto, poiché ogni dolore è totale, unico, incomunicabile. Forse, piuttosto, quello che in queste disgrazie si mostra è il carattere comune della morte, la quale, come nel suo racconto La corsa dietro il vento, riannoda esistenze all'apparenza irrelate. Ed evidentemente – come ipotizza anche Viganò nell'introduzione – proprio nel confronto diretto con la morte in cui essa pone sta la ragione ultima dell'attrazione di Buzzati per la cronaca nera. Dal suo primo romanzo, Barnabo delle montagne, pubblicato nel 1933, a Il deserto dei Tartari, fino agli ultimi testi, usciti postumi, de Il reggimento parte all'alba, la morte è lo sfondo e l'approdo della riflessione buzzatiana: essa è l'unico – non illusorio – fine della vita. Anche nei suoi articoli, la morte è in agguato, senza fretta, dietro ogni attesa, dietro ogni parvenza, di felicità. Ogni tragedia appare come un'insidia tesa da un destino dal quale – nonostante ogni precauzione e ogni premonizione, come quelle di Una famiglia prudente che, valutato ed escluso ogni pericolo, sale infine su quella funivia del monte Bianco – non vi è scampo.

Per Buzzati la realtà contiene indizi di un mistero destinato tuttavia a restare indecifrabile. Come il «tic tic tic tic» della goccia che cade sul pentolino rimasto nel lavandino con gli avanzi della cena, unico rumore nel silenzio agghiacciante dell'appartamento di via San Gregorio. Un dettaglio che assume un significato universale, che appare quasi una materializzazione di Una goccia, quella del racconto di un anno prima, emblema dell'incombenza della morte, annunciata da quel Tic-Tac – ossessione che ritorna in uno dei suoi ultimi racconti – che da sempre scandisce il tempo delle nostre vite, ma la cui percezione si acuisce quando essa si avvicina. In questi articoli di cronaca nera, che sono pagine di letteratura, l'immaginazione, che di essa è l'essenza, vince la potenza annientante del male. E dà anche a queste favole dal finale amaro – favole che per questo, rammenta Buzzati, non dovrebbero nemmeno essere raccontate – un «lieto fine». Forse un giorno Rina Fort, ormai vecchia e dimenticata, scoppierà in lacrime davanti a tre bambini che giocano in un giardino al numero 40 di via San Gregorio. E il drago che si è portato via la piccola Maria Rosa Garioni sarà infine sconfitto dalla medicina. I quarantasei paracadutisti precipitati in mare con l'aereo che li trasportava in Sardegna per un'esercitazione della NATO, anche se non sono caduti in guerra, rimarranno pur sempre degli «eroi», immortalati in quella giovinezza che per gli antichi suscitava «l'invidia degli dei». 

Georgia Schiavon
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Cultura

Thankiss moonight!

Ci auguriamo vincente un’idea di radio non più automatizzata a tutti i costi, ovvero con quegli spazio-attimi calcolati sull’intro del brano a seguire; non ci garbano quei pochi secondi entro i quali il dee jay (o lo speaker) deve sparare le sue banalizzanti cartucce, al servizio per altro di una play list studiata secondo calcolati algoritmi del tutto privi di umane aspirazioni-ispirazioni o quantomeno di una parvenza filosofica. La pensa grosso modo così anche un grande operatore culturale della prima ora, figlio di un nuovo intrattenimento, quello di MTV, che ha modificato le coordinate fino a poco prima in voga, spostandone il contenuto perfino nella grammatica pubblicitaria degli inserzionisti; ci riferiamo ad Andrea Pezzi, uno che ha vissuto la post Swinging London, uno che interagiva con Bowie o che andava a cena da Bjork. In quanto alla cosiddetta visual radio, mah, pure qui il fascino indiscusso dell’immaginazione viene vinto dallo strapotere delle immagini; per esempio, Federica Elmi e Barbara Venditti (sopra, da sx) sono indubbiamente delle gran belle ragazze ma nel caso del programma notturno che conducono è la loro voce che conta, è attraverso quest’ultima che l’ascoltatore può costruirsi le sembianze che meglio possono rappresentarlo in quel preciso scampolo temporale. La vocalità delle due, su Rai Radio 2 - un po’ come la corrispondente trasmissione firmata dalla Boschero e dalla Delogu nei pomeriggi feriali della stessa rete - è poi contrapposta nel timbro e nella lunghezza del suono, pertanto perfettamente riconoscibile. Ogni fine settimana, da mezzanotte alle cinque del mattino, ci fanno piacevolmente compagnia ben destreggiandosi su quanto riportato in apertura di articolo; lo fanno tra notizie e canzoni, giochi, messaggi, telefonate aperte al pubblico, interventi di ospiti speciali come per l’appunto il succitato Pezzi. Quindi thankiss moonight, Lunatiche! Grazie con bacio accademico per queste notti di luna mai calante.
Treviso

H-Farm. Campus estivi 2021

Ca’ Tron - Da giugno ad agosto, il nuovo campus apre a tutti i bambini e ragazzi che vogliono vivere un’esperienza di gioco e apprendimento stimolante e coinvolgente, all’aria aperta, insieme agli amici e in totale sicurezza. Più di 20 summer camp tra cui scegliere, con una proposta rinnovata e ampliata, in collaborazione con partner d’eccellenza.

Un’estate per tornare a divertirsi insieme, nella bellezza della campagna del Parco Naturale del Sile, accompagnati da educatori esperti e dall’approccio learning by doing: i nuovi centri estivi di H-FARM quest’anno tornano con tante novità, a partire dalla location, il Campus di Ca’ Tron, il più grande centro di innovazione d’Europa, alle porte di Venezia. Grazie proprio alle nuove strutture del campus in grado di ospitare fino a 3000 persone, è stato possibile ampliare l’offerta, proponendo una varietà di laboratori che spaziano dal digitale allo sport, fino ai corsi di inglese.

I Digital Summer Camp, che festeggiano i 10 anni di attività, quest’anno puntano molto su digital media e content creation - con laboratori su foto digital, video e post produzione, effetti speciali, IoT, droni con DJI Education, esports con Acer for Education, oltre a programmazione con Minecraft, robotica con Lego, Clementoni ed elettronica creativa. Temi chiave per aiutare a comprendere meglio i processi di trasformazione digitale attraverso una didattica creativa e coinvolgente progettata per coinvolgere bambini dai 5 anni fino ai ragazzi di 19, con la possibilità di frequentare i camp sia nel Campus di H-FARM sia a Portopiccolo (TS).

Novità di questa stagione, grazie alla possibilità di usufruire del grande centro sportivo del Campus e delle sue nuovissime strutture, sono gli Sport Summer Camp, che propongono per la fascia d’età 8-14 anni basket in partnership con Polisportiva Annia, calcio insieme al Venezia FC, pallavolo con Imoco Volley e il multicamp, dove sarà possibile praticare anche rollerblade, skateboard, padel, tennis e baseball.

In sinergia con H-FARM International School, sarà anche possibile per ragazzi e ragazze tra gli 11 e i 14 anni rafforzare le proprie conoscenze di lingua inglese (livello A1, A2, B1) con gli English Summer Camp, vere e proprie lezioni standard della scuola, insieme agli insegnanti madrelingua, in un viaggio attraverso le scienze, l’arte, l’attività fisica, la storia, la geografia e il coding.
La scuola di H-FARM a luglio sarà anche attiva con corso preparatorio per gli esami attitudinali SAT, Scholastic Assessment Test per gli studenti che vogliono fare application nelle migliori università estere. Quattro settimane intensive di lezioni, workshop, tutoring in modalità blended in presenza nel Campus di H-FARM e online, con insegnanti esperti che accompagneranno i ragazzi nel raggiungimento del miglior punteggio.

Il primo open day si terrà online il 17 aprile, questo il link per registrarsi: https://h-farm.link/openday-summercamp1704

Tutta l’offerta è disponibile qui: https://h-farm.link/summer-camp

H-FARM

H-FARM è la piattaforma d’innovazione in grado di supportare la creazione di nuovi modelli d’impresa e la trasformazione ed educazione dei giovani e delle aziende italiane in un’ottica digitale. Fondata nel gennaio 2005 come primo incubatore di startup al mondo, ha saputo rinnovarsi e adattarsi alle esigenze di mercato senza mai perdere di vista i valori portanti che stanno nel cogliere le opportunità indotte dall’innovazione digitale e nel mantenere un approccio Human centric. Oggi è l’unica realtà al mondo che unisce in un unico luogo investimenti, servizi per le imprese e formazione. Strutturata come un campus, alle porte di Venezia, H-FARM si estende su 51 ettari, di cui 20 di area boschiva, ed è il più importante polo di innovazione in Europa. Conta oltre 600 persone che lavorano in 5 sedi sul territorio italiano, una a Barcellona, ed è considerata un unicum a livello internazionale.
Venezia

Anna Pupo alla guida del Dipartimento di Prevenzione dell’Ulss4 Veneto Orientale

A gennaio era stata nominata direttore del Servizio Igiene Alimenti e Nutrizione (SIAN); ora alla dottoressa Anna Pupo un ruolo di vertice ancora più importante: la direzione del Dipartimento di prevenzione dell’Ulss4.

I giorni scorsi il direttore generale Mauro Filippi ha formalizzato l’incarico: “La dottoressa Pupo ha tutta l’esperienza per dirigere al meglio questa struttura, in un periodo tra l’altro delicato e complicato che noi tutti stiamo vivendo – spiega Filippi –. Questo perché il Dipartimento di prevenzione rappresenta il fulcro dell’attività volta a far fronte alla pandemia da Covid-19, il quale include la prevenzione e l’individuazione dei contagi mediante l’attività di tracciamento e dei tamponi, e parallelamente organizza l’attività vaccinale che interesserà 190 mila residenti del Veneto orientale”.

Anna Pupo si è laureata all’Università degli Studi di Padova in Medicina e Chirurgia dove ha ottenuto anche la specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva. La sua carriera professionale è iniziata nell’azienda sanitaria di Treviso dove per 20 anni ha lavorato all’unità di Controllo delle malattie infettive e delle vaccinazioni, e successivamente ha diretto il SIAN sempre in quell’azienda sanitaria. Nel 2013, ha diretto sia il Sian che Sisp (Servizio Igiene e Sanità Pubblica) nell’allora Ulss di Camposampiero. A seguito della riforma regionale che ha accorpato le aziende sanitarie, la dottoressa Pupo ha poi diretto l’unità “Prevenzione delle malattie croniche non trasmissibili” all’Ulss6 Euganea ed infine è rientrata all’Ulss di Treviso (attuale Ulss 2) dove nel 2019 ha gestito la “Task force Covid” ed è stata direttore facente funzioni al Sisp.

Cultura

Armoniosi acrobatismi

Lui, con i tasti bianchi e neri, sa al meglio unire con garbo il popolare al divino. La grazia di lei tiene il filo dei temi prescelti dipanandoli diligentemente. Ma da dove viene un domatore di note come Bollani? Da quel Pianeta Fresco della generazione beat, dalla Guerra dei mondi di Welles o da un blue hole di galassie ferite? Dalle perdute stelle raccontate da Dante, Sorrenti, Bennato… e filmate da Kubrik o da altri remoti infiniti? Di certo ha frequentato il monte Elicona con le sue Muse, Euterpe in testa. E per fortuna è caduto qui, come il Duca Bianco, come il Messia di una musica a 366 gradi, una parte per ogni giorno di un ipotetico anno bisesto tuttavia non funesto; un anno che ci potrà regalare una valigetta con 24 ore di poesia melica in più, forse anche 25, per darci cioè quel solo spazio-attimo possibile di tregua interiore. Secondo Silvia Boschero - capitana radiofonica di lungo corso e giornalista musicale - gli andrebbe affidato il Festivalone nazionale. Magari in coppia con Bergonzoni, aggiungiamo; a quel punto la kermesse sanremese non sarebbe solo una messa cantata, diverrebbe altresì una messa a fuoco sull’essenza stessa di quella disciplina che fin dall’origine del mondo - giusto per citare Courbet - ci accompagna nel dolore e nella gioia. Intanto però se non altro ce lo possiamo godere all’ora di cena, insieme alla compagna Valentina, attrice, cantante e inappuntabile padrona di casa. Già il loro incontro di innamorati sguardi basterebbe per farne un programma vincente. Ci si libra invece inoltre tra sessioni di jazz e stralci di Mozart, immortali canzoni napoletane, folk piemontese, arie brasiliane, cantautorato storico, filastrocche per bambini (da quella nobile di Rodari musicata da Endrigo è per altro mutuato il titolo della trasmissione) e via ancora di questo passo. Il tutto condito da argute considerazioni e gustosi aneddoti (per esempio quello del brano preferito dalla figlia Frida, avuta con Petra Magoni, ulteriore portento della musica nuda; la quale Frida a soli due anni andava matta per il Dalla di Disperato erotico stomp, ecco!). Il format si svolge nella ricostruzione di un grande salotto poco paludato dove eppur si respira al ritmo di una cultura senza schemi preconcetti. Nelle ultime settimane ci son passati, per dire, da De Gregori a Capossela passando per Bosso, Silvestri, Finardi, Checco Zalone, Irene Grandi, Nico Gori, Luigi Lo Cascio, Anastasio, Thony, la Vanoni… Tutti gli ospiti sempre rigorosamente accompagnati al piano da Stefano Bollani che chiude poi la puntata immancabilmente in duetto con Valentina Cenni seduta sullo sgabello accanto a lui mentre vanno i titoli di coda.

Tulle le sere tranne il weekend sul terzo canale Rai alle venti e qualcosa, subito dopo Blob // Progetto firmato dalla succitata coppia insieme a Fosco D’Amelio, Giorgio Cappozzo, Rossella Rizzi; scritto con Mario Verdura e Francesca Talamo. Regia di Alessandro Tresa, fotografia di Antonio Scappatura. Una produzione Rai3 Ballandi (produttore esecutivo Rai: Rita Russomanno, produttore esecutivo Ballandi: Luca Catalano)
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Ultimo aggiornamento: 20/04/2021 08:41