Editoriali

Siria, da Monaco qualcosa si muove, ma non basta

Nei colloqui di Monaco del Gruppo Internazionale di sostegno per la soluzione della crisi siriana un primo risultato sembra sia stato oggi raggiunto.
È stato concordato un parziale cessate il fuoco che non esclude però la possibilità per la Russia di continuare i raid contro i terroristi; ma soprattutto si è deciso di procedere nel tempo massimo di una settimana alla distribuzione di aiuti umanitari che oramai sono non solo indispensabili ma urgentissimi. La popolazione, soprattutto nell'area di Aleppo, è al limite della resistenza anzi l’ha ben oltrepassata.
Non è stato raggiunto invece una accordo per la cessazione degli interventi aerei dei Russi perché da parte di Putin non c'è stata alcuna disponibilità: la Russia intende proseguire con il proprio progetto di appoggio al regime di Assad in contemporanea con gli attacchi contro i terroristi.
Su questo particolare aspetto il segretario americano Kerry ha indicato che toccherà ad una task-force delle Nazioni Unite (ONU) sviluppare il progetto a lunga scadenza per una cessazione definitiva delle ostilità.
Si è allora deciso di continuare i colloqui a Ginevra sotto la direzione di Staffan de Mistura, rappresentante speciale di Ban Ki Moon per la Siria, il prima possibile ed in un contesto in cui sia coinvolta a pieno titolo tutta la comunità internazionale e non solo la coalizione dei volonterosi che ha lavorato a Monaco.
Quello raggiunto è quindi un accordo “sulla carta” che potrà avere pieno valore nell’immediato solo se tutte le parti a vario titolo coinvolte daranno pratica attuazione ai dettami di questa decisione.
Un provvedimento al riguardo era comunque urgente ed anche se provvisorio potrà sortire i primi effetti soprattutto sotto il profilo umanitario.
Nessuno si nasconde la complessità del conflitto che è per tutti estremamente chiara tanto che anche nelle dichiarazioni finali è stato ribadito, soprattutto dal segretario americano Kerry, che questo cessate il fuoco non può ovviamente applicarsi ai gruppi terroristici ISIS, Al Nusra e loro affiliati nei confronti dei quali le azioni militari continueranno.
I principali gruppi di opposizione siriani hanno accolto non molto favorevolmente la decisione e manifestato scetticismo, ma anche chiesto di essere presenti ai colloqui di Ginevra dove il tutto verrà sancito a livello di ONU.
Rilevanti i commenti delle varie nazioni. Uno tra tutti, il Segretario agli Esteri britannico Hammond ha detto che è importante far terminare questa guerra civile nel paese ma che tutto dipenderà anche dall'atteggiamento della Russia nel rispetto del “cessate il fuoco” perché secondo lui Mosca bombarda anche gli oppositori moderati di Assad. Un segnale che evidenzia, se mai ce ne fosse bisogno, la difficile situazione e le innumerevoli resistenze ad una totale e immediata soluzione della crisi. Troppe le poste in gioco ma, se si considera la situazione umanitaria, si comprende come le alchimie della politica e della diplomazia abbiano in questa crisi fatto il loro tempo perché esse non possono più trovare giustificazione nella tragedia immane che la Siria sta vivendo. Pochi dati ci fanno capire le tremende conseguenze della guerra sulla popolazione.
L’organizzazione sanitaria e per la salute pubblica della Siria non è più in condizioni di operare. I numeri sono sempre un riferimento forte, ma anche alle grandi cifre purtroppo ci si abitua quando morti e distruzioni sono all'ordine del giorno. Questi i valori che riportano i siti dell’UNHCR: 470.000 i morti anche secondo il Sirian Centre Of Policy Research, in totale l’11.5% della popolazione deceduto per dirette azioni violente o per mancanza di cure adeguate. 1.9 milioni i feriti. L’aspettativa di vita del 2010 (70 anni) è scesa a 55 nel 2015. Il tasso di mortalità in Siria è salito dal 4.4. per mille del 2010 al 10.9 del 2015. Il 45% della popolazione ha abbandonato i luoghi di origine e si è disperso nel territorio siriano, 6.36 milioni, e fuori dal Paese, circa 4 milioni. I diritti umani e la stessa dignità individuale sono stati completamente cancellati.
Serve altro per mettere da parte ogni esitazione? Le Nazioni Unite necessitano di altri dati per promuovere un intervento immediato? Siamo tutti consci che l’ONU sia un pachiderma dormiente e indolente soprattutto quando non è in grado di coinvolgere le parti in causa più determinanti. Ma questa crisi umanitaria che consegue alla guerra rischia di compromettere definitivamente anche le relazioni tra partner a livello europeo. Non ci possiamo permettere altre ondate di profughi siriani nel Mediterraneo e nei Balcani. Il Presidente Turco Erdogan l’ha minacciato, “….se non fate come dico apro i rubinetti dei campi profughi”. Nazioni Unite ma anche Europa, sveglia!
Pordenone

Inizia il XX Corso di Geopolitica di Historia

Questa sera, venerdì 13 febbraio, a Pordenone la prima serata. 
Historia (gruppo studi storici e sociali) e LiMes Club Pordenone Udine Venezia con il patrocinio dell’Università degli Studi di Udine con il patrocinio e in collaborazione con il Comune di Vittorio Veneto con il patrocinio del Comune e della Provincia di Pordenone in collaborazione con il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia Presentano il VENTESIMO CORSO DI GEOPOLITICA gratuito, aperto al pubblico, interregionale.
Il Gruppo Studi Storici e Sociali Historia di Pordenone è primo in Italia per questa iniziativa ventennale di grande successo di pubblico e con prestigiosi riconoscimenti per il notevole livello culturale offerti gratuitamente per consentire di comprendere l’attualità attraverso l’interdisciplinarietà della geopolitica. I temi del 2016 sono espressione della consueta competenza di Historia. I fatti di Parigi del 13 novembre 2015, l’avanzata del Califfato-Stato islamico, l’andamento del prezzo del petrolio, le continue crisi dell’Europa-Unione Europea,
il giubileo di Papa Francesco e una Terza Guerra Mondiale strisciante sono le sfide per l’approfondimento del XX corso di geopolitica.

PROGRAMMA

VENERDÌ 12 FEBBRAIO 2016, ORE 20.30 - PORDENONE
Sala Consiglio Provinciale di Pordenone, entrata da Corso Garibaldi e da Borgo San Giorgio
in collaborazione con la 132^ Brigata Corazzata Ariete e la Provincia di Pordenone e il Consiglio dell’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia
POLITICA EUROPEA DI SICUREZZA E DI DIFESA (PESD):
PROFILI GEOPOLITICI
Ore 20.30 Saluti delle autorità civili e militari; iscrizioni; ore 20.45 presentazione del XX Corso; ore
20.50 relazioni: Prof. Igor Ielen(Università di Trieste); Gen. D. Nicola Gelao(già direttore Centro
Militare Studi Strategici Roma); ore 22.15 Conclusioni: Introduce e coordina: Prof. Avv. Guglielmo
Cevolin (Università di Udine).
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VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016, ORE 17.00 - PORDENONE
Sala Consiglio Provinciale di Pordenone, entrata da Corso Garibaldi e da Borgo San Giorgio
in collaborazione Il Mulino Bologna e con èStoria Gorizia
LE GERUSALEMME D’ITALIA
E IL GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA
Relatore: Prof. Franco Cardini (Istituto Scienze Umane di Firenze).
Moderatore: Prof. Avv. Guglielmo Cevolin (Università di Udine).
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VENERDÌ 19 FEBBRAIO 2016, ORE 20.30 - VITTORIO VENETO
Museo della Battaglia - Piazza Giovanni Paolo I
in collaborazione con Identità Europea
CARDINI E IL CALIFFATO
Relatore: Prof. Franco Cardini(Istituto Scienze Umane di Firenze).
Moderatore: Prof. Avv. Guglielmo Cevolin (Università di Udine).
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VENERDÌ 26 FEBBRAIO 2016, ORE 20.30 - VITTORIO VENETO
Museo della Battaglia - Piazza Giovanni Paolo I
in collaborazione con la rivista mensile Il Piave
ENERGIA, BANCHE E GEOPOLITICA AI TEMPI DEL CAOS
Relatori: Dott. Alessandro Bianchi(AD Nomisma Energia);
Prof. Avv. Guglielmo Cevolin (Università di Udine); Moderatore Contrammiraglio Roberto Domini
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VENERDÌ 4 MARZO 2016, ORE 20.30 - PORDENONE
Sala Consiglio Provinciale di Pordenone, entrata da Corso Garibaldi e da Borgo San Giorgio
in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia
e con l’Associazione Norberto Bobbio di Pordenone
DALLE GUERRE AFGANE ALLA GUERRA ALL’ISIS
Relatori: Prof. Gastone Breccia (Università di Pavia), Gen. C.A. Roberto Bernardini
(già Comandante delle Forze Operative Terrestri dell’ Esercito Italiano).
Moderatore: Prof. Avv. Guglielmo Cevolin (Università di Udine).
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SABATO 5 MARZO 2016, ORE 10.00-12.00 - VITTORIO VENETO
Museo della Battaglia - Piazza Giovanni Paolo I
in collaborazione con la rivista mensile Il Piave
DALL’ITALIA IN TRINCEA ALL’ARTE DELLA GUERRIGLIA
Relatore: Prof. Gastone Breccia(Università di Torino). Moderatore:
Dott. Massimo Grizzo(Historia Gruppo Studi Storici e Sociali Pordenone).
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VENERDÌ 11 MARZO 2016, ORE 20.30 - PORDENONE
Sala Consiglio Provinciale di Pordenone, entrata da Corso Garibaldi e da Borgo San Giorgio
in collaborazione con l’Ordine dei giornalisti del Friuli Venezia Giulia
e con Vicinolontano Udine – Premio Tiziano Terzani
TERZA GUERRA MONDIALE?
Relatore: Prof. Lucio Caracciolo(LiMes Rivista italiana di geopolitica).
Moderatore: Prof. Avv. Guglielmo Cevolin (Università di Udine)
Editoriali, Politica

Brexit, uscita della Gran Bretagna dall’U.E., aggiornamenti

Il 2016 non è iniziato molto bene per l’Europa che sta ancora vivendo un periodo particolarmente difficile, dovuto ai poco lusinghieri risultati conseguiti nello scorso anno soprattutto in politica estera ed economica e nella gestione delle crisi internazionali, compresa ovviamente quella migratoria.
Come se non bastasse questo a mettere in discussione la coesione europea, il Governo del regno Unito spinto dalla City londinese e dai potentati economico-industriali chiede anche un’urgente modifica delle regole comunitarie perché a Londra monta sempre di più l'idea che la Gran Bretagna potrebbe ottenere, in linea generale, migliori risultati economici se non fosse imbrigliata nelle pastoie burocratiche dell'Unione Europea (EU).
Non si tratta di arroganza, ma semplicemente di grande pragmatismo, atteggiamento che ha sempre caratterizzato gli Inglesi nell'”essere europei”, perché nel Regno Unito (UK) non esiste il mantra dell’appartenenza etica e morale all’Unione come da altre parti. Il premier Cameron è sicuramente favorevole a rimanere nell'UE ma deve anche fare i conti con il proprio elettorato per cui, l'aveva annunciato e poi puntualmente l'ha fatto alla fine dello scorso anno, ha inviato al presidente della Commissione Jean-Claude Juncker una lettera nella quale vengono riassunte le condizioni che l'Inghilterra pone per la sua permanenza nell'Unione.
Le richieste di Londra, che suonano come un ultimatum, riguardano quattro punti importanti:
- la possibilità di non aderire alla clausola dei Trattati che possa imporre la partecipazione a una EU «sempre più stretta»;
- il formale riconoscimento che il mercato unico è multi valutario (Euro e Sterlina a pari dignità);
- la rivendicazione di un maggiore ruolo dei parlamenti nazionali;
- un periodo di quattro anni dall’ingresso nel Paese prima del pieno accesso ai benefici dello stato sociale (welfare) per un cittadino comunitario che si reca in Inghilterra per motivi di lavoro.
Sono questioni fondamentali per la fisionomia stessa dell’Europa del futuro sulle quali c’è stata un’ampia disponibilità da parte di tutti i partner a discuterne. Ma su tutto si riteneva di poter discutere meno che sul quarto punto, quello del welfare, la cui approvazione creerebbe una situazione di squilibrio nel trattamento degli immigrati comunitari in Gran Bretagna per lavoro rispetto a quelli che per analogo motivo si recano negli altri Stati. Anche il Governo italiano si era espresso contro questa richiesta.
A Bruxelles se ne è parlato e questi sono i risultati.
La dichiarazione finale sull’esito dei colloqui viene generosamente incontro alle richieste inglesi. La bozza del testo che dovrà essere sottoposta all’approvazione del Vertice europeo del prossimo 18 febbraio 2016 riporta: Londra, "non è obbligata a una integrazione politica maggiore come invece è previsto per gli altri membri"; per "rinforzare il rispetto della sussidiarietà", gli Stati membri potranno "interrompere la presa in esame di una proposta legislativa europea se un certo numero di Parlamenti nazionali si oppone". Sono importanti concessioni di principio alle quali si aggiunge: “ la Gran Bretagna potrà chiedere altri stati membri il loro consenso per disporre il “rallentamento” dei benefici previdenziali a favore dei lavoratori comunitari nei primi quattro anni di permanenza nel Paese. E qui la generosità diventa eccessiva anche se non si tratterà di un'esclusione a prescindere come aveva chiesto Londra, ma di una limitazione calibrata nel tempo che "terrà conto del livello di inserimento del lavoratore nel mercato del lavoro dello Stato ospitante".
Parole e burocrazia cui dovranno seguire i fatti, è auspicabile! Le clausole di eccezione, soprattutto quando sono restrittive del diritto accordato sono sempre difficili da imporre ad uno stato sovrano una volta approvata la norma generale.
Ovviamente il testo è stato accolto con molto favore da Cameron che è potuto tornare a casa con un risultato sul cui conseguimento forse non sperava e che gli consente di tirare il fiato nei suoi difficili rapporti con le componenti conservatrici ed anti europeiste sempre più consistenti in Inghilterra, in vista del referendum popolare sulla permanenza di UK nell’UE che è previsto per il prossimo 23 giugno.
Vittoria completa tanto che in omaggio al partner d’oltre Manica il presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk ha citato addirittura Amleto: invece di “essere o non essere” ha parafrasato "stare o non stare insieme, questo è il problema".

Evidentemente il peso della GB è maggiore del nostro se consente alla perfida Albione di acquisire un risultato importante che suona come un reale riconoscimento di quanto importante sia oggi ritenuta a Bruxelles la permanenza della GB nell’Unione anche se con criticate condizioni di tutto favore rispetto agli altri membri.
Ma questo proposito, due pesi e due misure, non può passare inosservato il fatto che mentre a noi viene riservata una linea dura di opposizione contro le nostre richieste di maggiore flessibilità di bilancio e di un ruolo maggiore nelle decisioni dell'Unione per il nostro Paese, ed il Premier italiano è in difficoltà a farsi ascoltare, alla GB ed a Cameron vengono riservati “ponti d’oro” su tutti i fronti. L'Europa viaggia sempre più a diverse velocità. A noi l'AV (Alta velocità) non è concessa.
Economia, Treviso

E' boom di ragazze in campagna: + 76% nel 2015

“Ancora non ci sono i numeri precisi, ma la sensazione è che anche la provincia di Treviso nel 2015 abbia vissuto il trend nazionale che vede le giovani imprenditrici agricole in crescita esponenziale”. Walter Feltrin, presidente di Coldiretti di Treviso analizza i dati, presentati oggi a Fieragricola a Verona, che raccontano come nel 2015 sono aumentate del 76% le ragazze italiane under 34 anni che hanno scelto di lavorare indipendentemente in agricoltura come imprenditrici agricole, coadiuvanti familiari o socie di cooperative agricole. E’ quanto emerge da una analisi Coldiretti “Piu’ lavoro in agricoltura dall’innovazione - Missione cambiamento: le risposte dei giovani agricoltori”, illustrata alla Fieragricola con le esperienze creative di imprenditori agricoli innovatori che hanno presentato nuovi prodotti e tecnologie, dalla App salvatruffe all’energy drink contadino, dal caviale di lumaca alle panatine, dalla pasta di canapa alle microalghe per il benessere.
“La crescita femminile è pari al triplo di quella registrata dai coetanei maschi che aumentano comunque del 27 % - sottolinea Antonio Maria Ciri, direttore di Coldiretti Treviso - sulla base dei dati Istat relativi a primi nove mesi del 2015 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Si evidenzia dunque l’affermarsi in Italia di una nuova generazione di 60mila contadini, allevatori, pescatori e pastori che costituiscono uno dei principali vettori di crescita del settore agroalimentare italiano grazie ad una capillare e rapida acquisizione di processi innovativi che spingono l’occupazione.
“Se un numero sempre piu’ elevato di giovani decide di dare continuità all’azienda familiare – aggiunge il presidente Feltrin - la vera novità sono le new entry da altri settori o da diversi vissuti familiari che hanno deciso di scommettere sull’agricoltura con estro, passione, innovazione e professionalità, i cosiddetti agricoltori di prima generazione”.
Secondo una analisi della Coldiretti/Ixe’, tra le new entry giovanili nelle campagne, ben la metà è laureata, il 57 per cento ha fatto innovazione, ma soprattutto il 74 per cento è orgoglioso del lavoro fatto e il 78 per cento è piu’ contento di prima. La scelta di diventare imprenditore agricolo è peraltro apprezzata per il 57 per cento anche dalle persone vicine, genitori, parenti, compagni o amici.

A 15 anni dall’approvazione delle legge di orientamento per l’agricoltura (la legge 228/2001), fortemente sostenuta da Coldiretti che ha rivoluzionato le campagne, i giovani hanno interpretato in chiave innovativa le opportunità offerte dal mondo rurale e oggi il 70 per cento delle imprese under 35 opera in attività che vanno dalla trasformazione aziendale dei prodotti alla vendita diretta, dalle fattorie didattiche agli agriasilo, ma anche alle attività ricreative come la cura dell’orto e i corsi di cucina in campagna, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili.
Il risultato è che, secondo una indagine della Coldiretti, le aziende agricole dei giovani possiedono, una superficie superiore di oltre il 54 per cento alla media, un fatturato più elevato del 75 per cento della media e il 50 per cento di occupati per azienda in più”. Ci sono opportunità di insediamento nell’agricoltura italiana per almeno ventimila giovani fino al 2020 con l’approvazione da parte della Commissione Europea di tutti i Piani di sviluppo rurale presentati dall’Italia secondo lo studio presentato dalla Coldiretti alla Fieragricola dal quale emerge che gli interventi si rivolgono a giovani agricoltori tra 18 e 40 anni non compiuti e possono arrivare ad offrire fino a 70.000 euro a fondo perduto per iniziare l'attività oltre a un contributo a fondo perduto sugli investimenti aziendali che può arrivare sino al 60%. I giovani della Coldiretti hanno costituito una apposita task force che opera anche a livello territoriale per sostenere i giovani interessati con tutte le informazioni, ma anche tutor, corsi di formazione e consigli per accesso al credito.
“Abbiamo di fronte una occasione forse irripetibile per sostenere il grande sforzo di rinnovamento dell’agricoltura italiana e di sostenere la competitività delle impese” sostiene Walter Feltrin in sintonia con quanto affermato dal presidente nazionale, Roberto Moncalvo, nel sottolineare “l’importanza del dialogo con la pubblica amministrazione per rendere piu’ agevole e veloce l’accesso alle misure previste dai Piani”.
C’è un intero esercito di giovani che hanno preso in mano un settore considerato vecchio, saturo e inappropriato per immaginare prospettive future e ne hanno fatto un mondo di pionieri, rivoluzionari, innovatori e attivisti impegnati nel costruire un mondo migliore per se stessi e per gli altri”, ha affermato Maria Letizia Gardoni delegata dei giovani della Coldiretti nel sottolineare che “dai campi non viene solo una risposta alla disoccupazione e alla decrescita infelice del Paese, ma anche una speranza alla sconfitta dei nostri coetanei che sono costretti ad espatriare e a quella di chi a 50 anni si ritrova senza lavoro, senza certezze, ma con una vita già costruita da riposizionare”.
Trentino A.A.

Merano Winefestival

Si è svolta il primo weekend di Novembre nelle sale della prestigiosa Kurhaus di Merano la 24 edizione del Merano Wine Festival, appuntamento e punto di riferimento ormai tradizionale per gli appassionati ed i professionisti del settore; infatti alla manifestazione si possono trovare i migliori vini di produttori, sia conosciuti e sia emergenti, per cui ciò che il visitatore trova in esposizione e ha il piacere di degustare non è altro che il massimo della qualità.
Gli espositori presenti, selezionati da una giuria di esperti altamente qualificati, e pronti a far provare le loro eccellenze provengono oltre che dall’Italia anche da Argentina, Austria, Francia, Georgia, Germania, Giappone, Macedonia, Moldova, Romania, Slovenia, Spagna, Sud Africa e Turchia; quest’anno per la prima volta c’è stata la presenza di alcuni produttori dell’Armenia, paese
dove si da per certa l’ origine della vite, della Crimea e della Repubblica Ceca. In definitiva c’è stata la presenza di 450 cantine e 100 artigiani del gusto italiani, 100 produttori vitivinicoli internazionali e 120 Merano Wine Award ( nuovi produttori che considerato oramai saturo lo spazio a disposizione delle aziende, erano a catalogo con i vini selezionati e presenti in un desk dove le degustazioni erano curate da un gruppo di valenti sommelier della Fisar - Federazione Italiana Sommelier Albergatori e Ristoratori).
La manifestazione si è svolta in più giorni iniziando da un convegno, tenutosi il 5 ed il 6 novembre, avente quale tema: “ il cambiamento del clima e l’incidenza sulla qualità del vino” al quale hanno partecipato esperti meteorologi, agronomi, produttori e giornalisti ( dove malauguratamente per i produttori vitivinicoli è stata prospettata da parte di uno scienziato americano la sparizione, nel lasso di tempo di una trentina d’anni, di gran parte della superficie storica coltivata a vite ), per continuare sempre il 6 novembre con Bio & dynamica manifestazione dedicata alla produzione di vini biologici, biodinamici e naturali (un settore in forte e continua crescita) e la prima edizione di Cult Oenologist dove 10 enologi italiani di fama internazionale hanno presentato e fatto assaggiare vini prodotti seguendo la loro filosofia.
La manifestazione vera e propria si è sviluppata nei giorni 7, 8 e 9 novembre con un grandissimo afflusso di pubblico sempre più interessato e selezionato, infatti quest’anno continuando il trend di crescita costante che si stà manifestando da qualche anno si è registrato il record di presenze.
Il 7 e 8 novembre presso la sala Pavillon des Fleurs presentati dall’ Union des Grands Cru de Bordeaux si potevano degustare i vini prodotti a Pomerol ( Rossi inimitabili a base di Merlot ), nel Medoc e Pessac-Leognan ( classici tagli bordolesi con Cabernet Franc, Cabernet Sauvignon e Merlot in percentuali variabili da produttore a produttore) oltre ad alcuni vini da meditazione, i Sauternes. Lunedì 9 novembre al Pavillon des Fleurs sono state presentate le New Entries, un gruppo di aziende che presentavano per la prima volta i loro vini.
Martedì 10 novembre si è svolto il CATWALK Champagne, un’intera giornata dedicata alla degustazione delle “ nobili bollicine francesi “ con la presenza di grandi marche presentate dai rispettivi importatori.
Nell’ambito delle giornate dedicate alla manifestazione da non sottovalutare l’appuntamento, nella tensostruttura “ Gourmet Arena “ con il salone della Culinaria dove si potevano degustare moltissime specialità alimentari, dai prosciutti e salumi ai formaggi, dagli aceti balsamici agli olii  d’oliva e ai sott’oli, dai prodotti da forno alle confetture, dalle salse alle praline di cioccolato, ai distillati e poi il “ Beer Passion “ ossia la degustazione di birre di grande livello prodotte da piccoli birrifici artigianali e la presentazione dei vini da parte di alcuni Consorzi di tutela.
Durante il periodo della manifestazione si sono tenute, in collaborazione con alcuni produttori famosi, degustazioni guidate di grandi vini a scopo benefico: le “ Charity Wine Master Classes 2015 “ il cui ricavato è stato destinato per il progetto “ un pozzo per la vita, aiutiamo l’Africa in Africa “ ; quest’anno queste degustazioni sono state 14 ed hanno compreso i classici italiani dall’Amarone al Brunello, dagli Internazionali Sauvignon e Chardonnay alle variabilità geografiche del Riesling per finire con le bollicine Italiane e Francesi.
Dopo un anno di assenza per improrogabili impegni di lavoro all’estero, quest’anno non potevo mancare a questo appuntamento iniziando come di consueto con la degustazione delle bollicine italiane, quasi tutti gli Champagne, i vini bianchi di produzione estera e considerando che sono arrivato al Merano Wine Festival la domenica, quindi ultimo giorno utile, i vini presentati dall’associazione dei Grand crù di Bordeaux.
Come prima giornata posso dire che ho avuto un’ottima impressione, vini davvero eccellenti; la sera poi, dopo la cena e breve passeggiata nel centro storico di Merano, mi sono ritirato in un bell’albergo sulla collina dove la mattina seguente, alle prime luci dell’alba, ho potuto apprezzare la
bellezza che la montagna offre in questo periodo dell’anno quando i colori virano dal verde all’arancione, al giallo ed al rosso.
Il lunedì ho ripreso il mio lavoro da degustatore iniziando ancora con qualche bollicina, i vini dei produttori altoatesini e friulani, per finire con i vini rossi piemontesi e toscani.
In conclusione devo dire che sono rimasto entusiasta delle due giornate passate al Merano Wine Festival perché oltre alla bontà ed eccellenza di ciò che i molti espositori hanno proposto, quest’anno abbiamo avuto la fortuna che Giove Pluvio era ancora in vacanza ed il tempo è stato ottimo per tutto il periodo, considerando anche il fatto che la manifestazione si svolge a novembre, e sicuramente mi preparerò per la prossima edizione, la 25a, che si terrà dal 4 al 7 novembre 2016 .
Luciano Cescon
Mondo, Storia

Giorno del Ricordo, una vergogna l'onorificenza a Tito

La notizia è destinata a stupire chiunque ancora la ignori: Josip Broz Tito, il sanguinario “Maresciallo Tito”, è ancor oggi Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, decorato di Gran Cordone. Il titolo onorifico più elevato della Repubblica Italiana. A conferirlo è stato l’allora capo dello Stato Giuseppe Saragat, il 2 ottobre 1969. Sul sito della Presidenza della Repubblica appare ancora l’onorificenza concessa a Tito, responsabile dei crimini commessi nelle terre istriano-dalmate, dalle foibe all’esodo dei profughi.
A chiedere all’attuale presidente della repubblica, Sergio Mattarella, di togliere una così infamante onorificenza sono due consiglieri comunali di Trieste, città tra le più coinvolte e quindi sensibili al dramma delle foibe e dell’esodo istriano-dalmata: Paolo Rovis del Nuovo Centrodestra e Claudio Giacomelli di Fratelli d’Italia.

Le motivazioni della richiesta di Rovis di togliere l’onorificenza concessa a Tito
Paolo Rovis, sul suo blog, ha spiegato dettagliatamente i motivi della richiesta al presidente Mattarella. Li riportiamo: “A Tito è ascrivibile una serie di crimini, tra i quali quelli perpetrati nelle terre giuliano-istriano-dalmate, dove migliaia di italiani vennero uccisi e gettati nelle foibe, cavità carsiche nel profondo delle quali sono stati fatti sparire gli oppositori al regime comunista. L’uccisione di italiani in Istria e Dalmazia iniziò nel ’43. Dopo la liberazione di Trieste, quando la città era sotto il controllo dei militari di Tito (maggio-giugno ’45), sono stati eliminati e fatti sparire uomini e donne, con metodi sadici e brutali. Le vittime delle foibe non sono definite con certezza ma si parla di 10-15 mila persone. Circa 350 mila italiani lasciarono le loro case dopo il passaggio alla Jugoslavia delle province di Pola, Fiume, Zara e parte di quelle di Trieste e Gorizia. Queste tragedie vengono ricordate ufficialmente, dal 2004, ogni 10 febbraio. È il Giorno del Ricordo. Il 10 febbraio 2007 il presidente Napolitano ricordò che il dramma del popolo giuliano-dalmata fu scatenato «da un moto di odio e furia sanguinaria e un disegno annessionistico slavo che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica». Il 3 ottobre 2011 la Corte Costituzionale della Slovenia ha dichiarato incostituzionale l’intitolazione di una strada di Lubiana a Tito, avvenuta nel 2009, dichiarando che ciò avrebbe comportato la glorificazione del regime totalitario da questi costituito e una giustificazione delle gravi violazioni dei diritti dell’uomo e della dignità umana avvenute durante il suo regime. Il presidente Sergio Mattarella ha riconosciuto che “per troppo tempo le sofferenze patite dagli italiani giuliano-dalmati con la tragedia delle foibe e dell’esodo hanno costituito una pagina strappata nel libro della nostra storia”, aggiungendo che, istituendo il Giorno del Ricordo, “il Parlamento con decisione largamente condivisa ha contribuito a sanare una ferita profonda nella memoria e nella coscienza nazionale. Oggi la comune casa europea permette a popoli diversi di sentirsi parte di un unico destino di fratellanza e di pace. Un orizzonte di speranza nel quale non c’è posto per l’estremismo nazionalista, gli odi razziali e le pulizie etniche”.

Editoriali

Giulio Regeni, muore in Egitto un altro sfortunato studente italiano

La tragica vicenda dello studente italiano Giulio Regeni, ucciso al Cairo in circostanze ancora non chiare, ha riportato il Paese sulla sindrome della salvaguardia dell’orgoglio nazionale, già abbondantemente maltrattato con la vicenda tuttora irrisolta dei Marò che tanto inchiostro ha fatto consumare alla stampa nazionale. “Come in India anche in Egitto non saremo rispettati?” Qualcuno già si chiede.
Lo studente era un dottorando dell’Università di Cambridge in trasferta per approfondire le problematiche sindacali egiziane. Si dice che addirittura scrivesse di diritti sindacali ed altro su un noto giornale italiano avendo allacciato contatti personali con l’opposizione egiziana. La stampa italiana ha precisato poi che Giulio Regeni scriveva per "il Manifesto" e che temendo per la sua incolumità personale si firmava con uno pseudonimo.
E’ bastato questo, “è uno del Manifesto” poi nemmeno così confermato perché suoi articoli non ne sono usciti molti, per costruire castelli basati sui servizi segreti italiani ed egiziani ?(era forse un agente italiano?, no smentita ufficiale), per imbastire fantasie sulle sue frequentazioni nell’area della protesta contro il regime egiziano (sosteneva le proteste? agli egiziani non risulta), per citare come concausa la giornata del 25 febbraio anniversario delle proteste di piazza in Egitto (lo hanno arrestato durante i tumulti assieme ad alcuni dimostranti? alle autorità non risulta), per agitare i nostri media e conseguentemente l’opinione pubblica e gli apparati governativi e per far rilasciare muscolose dichiarazioni al limite dell’offesa al nostro Ministro degli Esteri. “Vogliamo chiarezza e non risposte di comodo”. Come se l’Egitto fosse uno Stato subalterno, noi ne sappiamo qualcosa?, come se temessimo ancora una volta di essere imbrogliati.
Ammesso e non concesso che ci sia sotto qualcosa di losco, vedremo, c’è da chiedersi quale interesse potrebbe avere l’Egitto per mettersi contro l’Italia, Paese che ha sempre appoggiato il regime in carica, con il quale ha relazioni commerciali importanti confermate anche dalla recente visita della ministra dello sviluppo economico Guidi. Al Sisi comprometterebbe tutto questo per nascondere le cause della morte di un povero ragazzo? Ma andiamo! Ma poi, nel mondo arabo c’è sempre stata una certa attenzione per i cittadini stranieri dei paesi che contano, e l’Italia in Egitto conta ancora qualcosa. Se fosse stato arrestato dalla polizia, un italiano non sarebbe certo passato per le grinfie di ipotetici torturatori di stato, sarebbe stato “tutelato” e l’Ambasciata avvertita. Già successo. Non si torturano i cittadini stranieri nelle carceri egiziane, non risulta. Quindi attenzione a cosa si millanta.
Anche in questa occasione dobbiamo rilevare comportamenti un po’ sopra le righe da parte italiana, esagerazioni non necessarie, dichiarazioni roboanti inutili almeno in questa prima fase delle indagini.
Per associazione di idee torna alla memoria anche la vicenda della studentessa italiana Valeria Solesin, morta negli attacchi dello scorso 13 novembre a Parigi, suo malgrado coinvolta nella vicenda solo perché era andata ad un concerto rock assieme a tanti giovani, poi fatta oggetto di un “processo di santificazione” forse perché - lo hanno sostenuto in tanti anche sui social - le avevano subito attribuito il timbro di appartenente ad Emergency.
Possibile che nessuno pensi che in questi casi occorre sempre essere prudenti, perché si potrebbe subito essere pesantemente smentiti? Attendiamo le indagini, sia da parte italiana che egiziana.
Il ragazzo è stato seviziato, purtroppo, dall’esito delle autopsie è emerso che ha avuto una morte lenta e terribile; ma può anche, e verosimilmente,essere successo che si sia improvvidamente accompagnato a gente poco raccomandabile che a quelle latitudini, un po’ dappertutto, non manca mai.
Niente teoremi quindi, un giusto livello di serietà. Ora l’Italia faccia valere la propria autorevolezza presso il governo egiziano e in sede internazionale per ottenere giustizia e verità.
Non siamo forse un grande Paese? Allora auspichiamo grande vicinanza alla famiglia così duramente colpita ma niente esagerate manifestazioni che una volta di più suonerebbero ridicole e forse anche offensive per la vittima di tanta efferata violenza.
Editoriali

Attentati in Europa. Chi semina vento raccoglie tempesta

L’Europa è il nuovo campo di battaglia dell’islamismo radicale. Purtroppo gli attentati di Londra (7 luglio 2005) e di Madrid (11 marzo 2004) hanno avuto un seguito; cambiano gli autori ma l’origine è sempre la stessa, l’islamismo radicale. A Parigi il 13 settembre a meno di un anno dall’attentato al giornale satirico Charlie Hebdo, il terrorismo islamico colpisce ancora la Francia. Non e non è l’unica volta: ad aprile una donna, Aurélie Châtelain, fu assassinata dallo studente algerino Sid Ahmed Ghlam, il quale aveva inoltre pianificato un attacco alla chiesa di Villejuif, a Parigi; a giugno il trentacinquenne Yassin Salhi, di origini marocchine, uccise e decapitò il proprio datore di lavoro e ne spedì le foto in Siria. Il 21 agosto fu sventata una strage su un treno ad alta velocità che da Amsterdam era diretto a Parigi; l’aspirante terrorista era un ventiseienne di origine maghrebine Ayoub al-Qahzzani, riuscirono a bloccarlo prima che aprisse il fuoco con il suo kalashnikov. Intanto in Asia, in Africa e negli Stati Uniti il terrorismo continua a mietere vittime.
Il Califfato ha rivendicato gli attentati di Parigi e minaccia di colpire anche altre città europee, compresa Roma. L’attentato è stato preparato in Siria a Raqqa, la capitale del Califfato, su ordine del sedicente califfo Al Baghdadi; la base operativa era a Bruxelles (Belgio), nel quartiere di Molenbeek, circa 100 mila abitanti e 22 moschee. In queste enclavi dell’Europa islamizzata, dove il disagio sociale si mescola al radicalismo religioso; i terroristi si nascondono e arruolano militanti, con il consenso e l’omertà della popolazione immigrata. In Europa, non a caso, le nazioni più colpite e minacciate dal terrorismo islamico sono quelle, dove la presenza mussulmana è più numerosa e radicata: Francia, Gran Bretagna e Belgio.
I fatti di Parigi ci impongono una serie di riflessioni: sull’identità e sugli obiettivi dei nostri nemici; sui futuri scenari di una guerra asimmetrica.

Chi sono i nostri nemici e perché ci colpiscono.
I terroristi che minacciano l’Europa sono il braccio armato dell’Islam sunnita più radicale. Non siamo in guerra con tutto l’Islam; anzi quello sciita è un potenziale alleato. L’Islam sunnita che ci minaccia è rappresentato dalle monarchie del Golfo Persico (Arabia Saudita e Qatar in particolare) e da movimenti politici come i Fratelli Mussulmani e i Salafiti: i primi hanno il sostegno del Qatar e i secondi dell’Arabia Saudita. Un Islam intollerante che le ricche monarchie del Golfo Persico diffondo finanziando la costruzione delle moschee e delle “madrasse”: in Europa (Balcani compresi) in Asia e in Africa. Luoghi di “culto” che spesso si trasformano in centrali di reclutamento, di sostegno e d’indottrinamento al terrorismo. Il contributo delle monarchie del Golfo alla causa islamista non è solo ideologico ma anche materiale. Dal conflitto afghano degli anni 80 alla recente crisi siriana, dai Paesi del golfo sono piovuti sulle formazioni jihadiste soldi e armi. Discorso analogo vale per la Turchia di Erdogan che con il Califfato ha rapporti ambigui.
I terroristi sono immigrati o cittadini europei figli d’immigrati, spesso con precedenti penali per reati comuni; questo la dice lunga sul fallimento del nostro modello d’integrazione. Alcuni definiscono questi terroristi kamikaze, e tali sono, perché di combattenti suicidi si tratta; ma a differenza dei kamikaze non sono eroici soldati che colpiscono obbiettivi militari, ma biechi assassini che colpiscono obbiettivi civili facili da colpire e dal grande valore emotivo.
L’Islam ci combatte perché vuole conquistare e il nostro continente, un sogno che per secoli ha cercato di realizzare spingendosi fino ai Pirenei e a Vienna. Anche oggi il nostro continente è per l’Islam terra di conquista grazie alla presenza di milioni di mussulmani. Non lasciano dubbi gli appelli del Califfato: alla conquista della Spagna “moresca” e di Roma la capitale dei crociati. Una conquista da realizzare economicamente, militarmente e demograficamente: economicamente, con l’acquisto da parte dei Paesi del Golfo delle quote azionarie delle principali aziende europee (Alitalia, Unicredit, Valentino, Ferrè); militarmente con una guerra “asimmetrica”, fatta di attentati terroristici e di rivolte stile intifada; demograficamente con l’entrata della Turchia in Europa e l’immigrazione dai Paesi mussulmani.
Il primo passo di questa conquista che trasformerà l’Europa in “Eurabia” sono i quartieri a maggioranza mussulmana delle città europee. Enclavi - etnico religiose, che di diritto appartengono ai singoli Stati dell’Unione; ma che di fatto stanno diventando indipendenti. Un esempio sono i quartieri a maggioranza mussulmana: Molenbeek (Bruxelles) in Belgio, Feyenoord (Rotterdam) in Olanda, i ghetti d’immigrati che si sviluppano nelle nostre degradate periferie. Qui l’Islam radicale sta creando uno Stato parallelo governato dalla sharia, dove si pratica l’infibulazione, si educano i bambini nelle madrasse e sono ostacolati i matrimoni misti. In Inghilterra esistono 85 corti e una rete di consigli islamici che applicano clandestinamente la legge coranica. In Spagna, (in Catalogna, nella regione di Barcellona, e nelle colonie di Ceuta e di Melilla) un rapporto dei servizi segreti riportato dal giornale El Mundo, rivela che l’esistenza di tribunali islamici e unità di polizia musulmana.
Infine il terrorismo islamico ci attacca perché è una galassia eterogenea di formazioni in competizione tra loro, con gli attentati cercano di dimostrare chi è la più forte e determinata per guidare la lotta: all’attentato di Parigi per mano del Califfato, al Qaeda ha risposto con l’attentato all’Hotel Radisson a Bamakò in Mali. In Siria nei primi mesi del 2014, il Califfato e Al Qaeda si affrontarono sul campo di battaglia. La frattura tra le due organizzazioni risale al 2013, quando Al Qaeda riconobbe come sua rappresentante in Siria l’organizzazione Al Nusra e non l’ISIS.

Come affrontare la minaccia islamista.
La lotta all’Islam radicale non si risolve solo con un massiccio intervento militare e un efficace servizio di spionaggio e controspionaggio; ma è necessario agire sulle cause che ne hanno determinato l’ascesa e lo sviluppo: la politica neocolonialista dell’Europa e degli Stati Uniti e la progressiva islamizzazione del nostro continente. Chi semina “vento” raccogliamo “tempesta”.
Le nostre guerre neocolonialiste camuffate da interventi umanitari hanno destabilizzato la Siria, l’Iraq e la Libia; questo ha creato un clima di odio e un vuoto di potere che ha favorito la diffusione dell’islamismo radicale. Migliaia d’innocenti, assassinati dai nostri droni e dalle nostre “bombe intelligenti”; o morti per il caos e la violenza che abbiamo scatenato. Nazioni private di un governo e in preda all’anarchia, qui si diffondono l’islamismo radicale e la criminalità. La Francia che piange i morti di Parigi, dovrebbe interrogarsi: sulle responsabilità del governo Sarkozy per la disastrosa situazione libica e del governo Holland per quella siriana. Discorso analogo vale per la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Mettere fine alla nostra criminale e irresponsabile politica neocoloniale è il primo passo per estirpare la piaga del terrorismo islamico.
La progressiva islamizzazione dell’Europa ha trasformato le nostre periferie in ghetti, dove il terrorismo islamico recluta adepti e fiancheggiatori. Certo, non tutti i mussulmani sono fanatici e terroristi; ma la comunità islamica è l’unica comunità religiosa che minaccia la nostra vita e i nostri valori. Mussulmani sono gli autori degli attentati che insanguinano le nostre città; e nella comunità mussulmana si mimetizzano militanti e fiancheggiatori. Una decina di organizzazioni islamiste, una ventina d’imam estremisti, 108 moschee e centri culturali dove sono diffuse idee radicali, 11 di questi sono coinvolti in inchieste sul terrorismo: Milano, Cremona, Firenze, Bergamo, Varese, Brescia, Napoli, Vicenza e Roma. A tutto questo si aggiunge il recente caso della cellula jihadista di Merano (Bz). Dalla comunità mussulmana provengono gli autori delle rivolte che hanno infiammato le periferie europee (Francia 2005 e Svezia 2013); o delle aggressioni e degli stupri a sfondo “etnico” a danno delle donne tedesche (Capodanno 2015). Mussulmano è chi minaccia la nostra identità storica e culturale, cercando di imporci norme e tradizioni incompatibili con le nostre: la poligamia, il velo, un diritto di famiglia che discrimina le donne, una forma di Stato che nega la separazione tra politica e religione. L’Islam non è un “problema” solo in Europa ma in tutto il mondo, perché nel suo nome che si perseguita e si uccide.
Dobbiamo opporci all’islamizzazione dell’Europa per tutelare la nostra identità e sicurezza. Questo significa: rivedere in senso restrittivo la politica sull’immigrazione, dire no all’entrata della Turchia in Europa (oltre 70 milioni di mussulmani e un governo islamista colluso con il Califfato), combattere l’Islam radicale in tutte le sue forme e con qualsiasi mezzo (espulsione e detenzione degli iman estremisti e dei loro seguaci, chiusura dei loro luoghi di culto, ecc.).
Oggi, l’Italia si trova in prima linea nella lotta al terrorismo e tanti sono i problemi che l’affliggono. I soldati impegnati nelle missioni all’estero dovrebbero rientrare in patria, per presidiare le nostre città minacciate dal terrorismo e sempre più simili a fogne multietniche; oppure per svolgere opere di pubblica utilità, come ridare l’acqua alla città di Messina o garantire lo smaltimento dei rifiuti a Napoli. La situazione di violenza e di degrado del nostro Sud è simile a quella dei Paesi dell’Asia e dell’Africa, dove il nostro esercito è impegnato. All’estero, lasciamo nostri i servizi segreti e consiglieri militari destinati a compiti di addestramento delle truppe locali; lasciamo alle organizzazioni umanitarie le opere di assistenza alla popolazione che oggi svolge il nostro esercito. Un nostro intervento diretto in Siria al fianco della coalizione, sarebbe giustificato solo come un atto di ritorsione per un attentato subito. Diversamente ci esporrebbe alla vendetta dei terroristi, senza offrire agli alleati, a causa delle nostre scarse risorse, un decisivo sostegno militare.

Europa: scenari futuri di una guerra asimmetrica.
Molti si chiedono se gli attentati del 2015 rimarranno un fatto limitato o segneranno l’inizio di una guerra. Un conflitto di tipo “asimmetrico” tra forze regolari e gruppi terroristi, o movimenti politici che s’ispirano all’Islam radicale; un conflitto segnato da attentati terroristici e da rivolte a sfondo etnico - religioso che spingerà molti mussulmani europei alla guerra.
Rivolte a sfondo etnico - religioso come quelle che hanno infiammato le periferie francesi nel 2005, o la città di Stoccolma nell’estate del 2013; stupri e molestie pianificate a sfondo etnico, dirette a colpire la popolazione europea, come quelle avvenute in Germania nella notte di Capodanno del 2015. Centinaia d’immigrati arabo - mussulmani (tra i 31 identificati, 18 richiedenti asilo come rifugiati) organizzati in bande hanno aggredito oltre un migliaio di donne tedesche. Fu un’azione coordinata tramite la rete e diretta a colpire le donne europee, secondo la pratica del taharrush gamea, (molestare e aggredire le donne in strada) usata a piazza Tahrir al Cairo dagli islamisti sostenitori del presidente Morsi. Alle citate rivolte e violenze potrebbero seguirne altre di maggiore entità; capaci di paralizzare le città europee e seminare il terrore tra la popolazione. In Europa ci sono centinaia di ghetti d’immigrati pronti a esplodere e milioni d’immigrati pronti a scatenare contro di noi il loro odio e fanatismo religioso. Una violenza che le nostre deboli “democrazie”, condizionate da norme garantiste non possono reprimere con durezza.
Attentati compiuti da gruppi organizzati, come quelli del novembre parigino; o da “lupi solitari” che agiscono da soli o in coppia. Le azioni dei “lupi solitari” sono le più difficili da prevenire: la strage al museo ebraico di Bruxelles (26 maggio 2014); l’attentato alla maratona di Boston (15.4.2013); il tentativo di strage del marocchino Mostafa Chaouki (28.3.2004) che voleva far esplodere il Mc Donald’s di Brescia, con una macchina piena di bombole di gas, poteva essere una strage, ma morì solo lui. I recenti attentati di San Bernardino in California (2.12.2015) o alla metropolitana di Londra (6.12.2015): nel primo una coppia di terroristi uccise a colpi di fucile 14 persone in un centro per disabili; nel secondo, un’islamista armato di coltello cercò di sgozzare le persone che aspettavano la metropolitana. L’elenco è lungo e mi fermo qui, senza citate le centinaia di attentati che le nostre forze di polizia hanno sventato. Grazie a Dio.
Questo conflitto asimmetrico fatto di rivolte e di attentati trascinerà l’Europa in uno stato di guerra permanente simile a quello che vivono molti Paesi del Medio Oriente, da Israele all’Egitto del dopo Morsi. Vivremo nel terrore di essere colpiti in ogni momento: dovremo modificare le nostre abitudini; e nel nome della “sicurezza” sarà limitata la libertà e violata la riservatezza. Non facciamo illusioni, nessun servizio segreto potrà garantirci l’immunità dagli attentati. I nostri nemici sono numerosi e radicati nel territorio e spesso i loro attacchi non sono prevedibili (vedi i lupi solitari). Tutto questo accadrà se l’Islam radicale riuscirà a imporsi sulla comunità mussulmana europea e condizionarne i comportamenti; approfittando del disagio sociale in cui vivono milioni d’immigrati e dalla nostra legislazione “buonista” che consente agli estremisti di vivere e agire indisturbati in Europa.
La guerra al terrorismo oltre che asimmetrica è anche globale perché coinvolge l’Asia, l’Africa, l’Europa e l’America Settentrionale e può essere vinta solo se le nazioni coinvolte cooperano e agiscono in modo coordinato: sia sul campo di battaglia (vedi la Siria), sia a livello di servizi segreti (l’arma più efficace per annientare le cellule jihadiste e sventare i loro attentati). Purtroppo l’ambigua posizione degli Stati Uniti e dei loro alleati (Turchia, Qatar e Arabia Saudita in particolare) rendono difficile la creazione di un fronte comune nella lotta al terrorismo.
Non possiamo sottrarci allo scontro con l’Islam radicale e contro di esso dobbiamo usare tutte le armi a nostra disposizione, senza pietà e senza esitazione. Stendiamo un velo pietoso sul circo mediatico dell’indignazione e del dolore (i “lumini” accesi, le “veglie”, i “concerti”, le manifestazioni di piazza); o sul “buonismo” delle gerarchie ecclesiastiche che ci invitano al dialogo e accoglienza verso chi minaccia la nostra vita e identità.

Una riflessione “filosofica” sul male e sulla guerra.
Gli attentati che hanno insanguinano l’Europa hanno il “merito” di averci mostrato il vero volto del male e della guerra. Viviamo in una società pacifica e opulenta e consideriamo la guerra e il male come fenomeni virtuali o lontani nello spazio e nel tempo. Quando questo non basta, trasformiamo il male in un evento orgiastico e consumistico come la festa di Hallowen. I ragazzi del teatro Bataclan stavano ballando sulle note della canzone Kiss the devil (bacia il diavolo), un pezzo di rock satanico; facevano il segno delle corna per simboleggiare il demonio. Quando sono apparsi i terroristi mascherati e vestiti di nero, avranno pensato che si trattasse dell’ennesima carnevalata stile Hallowen; ma quando i terroristi hanno iniziato a sparare, il male si è materializzato con il sangue, il dolore e la morte. Il “diavolo” ha mostrato il suo volto e la farsa si è trasformata in tragedia.
Con gli attentati di Parigi, la Francia ha conosciuto quello che la Siria sta vivendo da cinque anni, con un numero maggiore di vittime, nell’indifferenza e nella complicità dell’Occidente. Infatti questo terrorismo è lo stesso che ha abbattuto l’aereo civile russo nel cielo del Sinai (31 ottobre), che ha compiuto la strage di Beslan (Ossezia del Nord 1 - 3 settembre 2004), che semina il terrore e la morte in Africa e in Asia tra cristiani, animisti, sciiti e yazidi.
Oggi la guerra è arrivata in Europa e noi siamo chiamati a recitare la parte degli “attori”. La guerra non è un gioco virtuale: fatto di droni e di bombe intelligenti che uccidono solo i “cattivi” e risparmiano i “buoni” e gli innocenti. Ci vuole molta malafede, ignoranza e cinismo per affermare questo. Le nostre guerre uccidono donne e bambini, crimini che noi chiamiamo “danni collaterali”; le nostre guerre chiedono un contributo di lacrime e di sangue che non possiamo evitare, dai morti di Nassiriya a quelli di Parigi. Un contributo che ci spaventa, ma che in passato era poca cosa, se pensiamo alle carneficine della prima e della seconda guerra mondiale. Abbiamo perso il senso della realtà, del pudore e del buon senso.

Ultimo aggiornamento: 13/02/2016 16:43