Italia, Politica

LA SCOPPOLA REFERENDARIA E L'AZZERAMENTO DELLE LOTTE POLITICHE

Non serve essere degli analisti politici per capire che l'esito del recente Referendum Costituzionale, con la schiacciante vittoria del No, è la risposta di un popolo che è tornato a sentirsi tale. E scusate se è poco. Lo stesso premier dimissionario, Matteo Renzi, se n'è rallegrato nel discorso della notte a Palazzo Chigi, comunicando le sue dimissioni e riconoscendo la batosta di un progetto che non ha convinto fino in fondo i cittadini. I sondaggi, alcuni giorni prima del voto, hanno nuovamente sbagliato le previsioni: dopo la Brexit e le presidenziali americane forse c'era da aspettarselo. Dentro alle urne, alla fine, vince sempre la sovranità popolare e questa boccata d'ossigeno, per un Paese come l'Italia, scevro di fiducia soprattutto nella classe politica, è quanto di meglio potessimo auspicare a pochi giorni da Natale e a ridosso di un nuovo anno. Ebbene torniamo al fallimento della proposta referendaria renziana. La scoppola maggiore, carte alla mano, è arrivata dalle periferie prima ancora che dalle grandi città. Un dettaglio non trascurabile, in un tempo dove proprio queste aree sentono con forza il peso di una crisi che sembra non avere fine. La fatica di trovare un lavoro, la facilità di perderlo e soprattutto il degrado (con la microcriminalità in primis) è stata una miscela che potenzialmente ha dato il là all'esplosione della bomba scoppiata dal fronte del no. Il popolo, ancor prima di leggersi la riforma, si è fatto i conti in tasca facendo capire chiaramente che prima dell'abolizione del Cnel o la revisione del Senato ci sono altre priorità. Le tasse che ammazzano le imprese, i furti, le rapine e le ingiustizie sociali sono istantanee che la gente mette davanti al quadro della “grande riforma referendaria”. Con buona pace di chi era pronto a dire che dal 5 dicembre l'Italia avrebbe cambiato marcia. Difficile cambiarla se il veicolo non ha la benzina neppure per metterla in moto. Renzi ha sbagliato a non ascoltare il popolo, quello vero. Coloro i quali si alzano alla mattina presto e tornano alla sera tardi per sudare un salario che al 30 del mese non basterà; oppure gli esodati, che a 50 anni sono ancora lì che contano i mesi per arrivare alla pensione, ma che al contempo non possono che constatare una realtà fatta di disoccupazione. Senza dimenticare i pensionati, che con la calcolatrice al supermercato faticano a terminare la lista della spesa. I giovani, ancora a casa con mamma e papà all'età di trent'anni, senza un futuro e con un domani ancora da scrivere. Le grandi imprese, che esportano all'estero e che non hanno dalla loro parte uno Stato amico. Questa non è demagogia: è la realtà dei fatti. Gli elettori, quando si sono recati alle urne, partivano da questi presupposti. Poi, certamente, c'è stato anche un fronte del Si che sperava di poter sfondare, a cominciare dagli italiani all'estero. Il voto del 4 dicembre consegna al contempo una visione politica che non può essere trascurata. Quando Renzi dichiara la responsabilità del fallimento è tutta sua lo fa da politico navigato. Sa che ha in dote sua ha una marea di voti, che da solo rappresenta quel 40% ottenuto sul campo e che quel 60% dall'altra parte è il frutto di diverse posizioni messe assieme. Quindi Matteo può “stare sereno”, sicuramente un po' meno di qualche tempo fa quando dominava le riunione Dem e che ora, proprio con le stesse, dovrà ritrovare la quadra del cerchio. Al contempo, però, l'esito delle urne da al centrodestra un assist importante: l'occasione giusta per ricompattarsi e ridare al Paese quelle risposte che da troppo tempo si attendono, purtroppo invano. Le esigenze che quel popolo (di cui sopra) ha portato con se qualche istante prima di segnare con la matita indelebile la sua preferenza di fronte alla scheda elettorale: problemi che però restano lì, a dominare ancora le difficili e quotidiane “lotte italiane”. E poi ci sono loro, i 5 Stelle, che da questo panorama traggono un giovamento elettorale importante. Avrebbero dovuto “aprire il Parlamento come una scatola di tonno” dissero nel 2013 al loro debutto nel potere che conta. Forse quel tempo potrebbe arrivare presto, visti i presupposti e le percentuali di un Movimento che è il primo partito in Italia ma che ad oggi, nelle realtà dove ha governato, non ha lasciato il segno che si sperava. Al varco delle riunioni di partito, delle coalizioni e dei vertici politici c'è un popolo smanioso di eleggere un governo che governi. Un popolo che non lascia nulla al caso e che soprattutto, se sbagli proposta, non te lo perdona.

Cultura, Opitergino Mott., Veneto

Doppio fuoco sacro

MOTTA DI LIVENZA. Un omaggio al fuoco, alla sua potenza alchemica e - come scrive Giorgio Baldo nella presentazione - di questa forza Gigi Prosdocimo è oggi sereno sacerdote. L’Atelier dell’Artista lo celebra - e celebra il fuoco dell’arte che scalda ma non brucia il bosco - con una Personale negli spazi dell’associazione culturale in Corte del Convento. Fin dai primi anni sessanta in Biennale a Venezia, il decano dei ceramisti di Marca propone un percorso creativo e umano che ha saputo nel tempo mantenere alti i princìpi fondamentali di una disciplina tra le più nobili. Non tralasciando di coniugarsi alle modalità di comunicazione di oggi, in continuo divenire. Misurato nel gesto che è all'origine delle sue soluzioni cromatiche, dà valenza e vigore a quell'onirica vitalità che già è negli elementi. Negli smalti e nelle cristalline del maestro veneto (qui sopra il particolare di un'opera riportata altresì in locandina) c'è il respiro della terra e del mare, il colore rarefatto di perdute stelle, il silenzio dello spazio aperto, il fuoco degli Dei rievocato dalle notti in fondo al cuore.

I Guardiani del Bosco / Personale di Gigi Prosdocimo // Atelier dell’Artista, Via Santa Maria delle Grazie 4/5 // Esposizione a cura di Ivan Toninato e Ornella Luvisotto // Vernice sabato 10 dicembre ore 17.30 - La Mostra prosegue fino a domenica 8 gennaio con i seguenti orari: venerdì e sabato dalle 17 alle 20, domenica e festivi dalle 10.30 alle 12.30 e dalle 17 alle 20 / Ingresso libero
Italia, Cultura

"Dove eravamo rimasti?", il nuovo libro di Claudio Pulicati, cuore antico del futuro

Il titolo del nuovo libro di Claudio Pulicati è “Dove eravamo rimasti?”, Gruppo Albatros – Il Filo. Il lavoro dell’amico Pulicati arriva a due anni dal precedente “Sì… com’è diversa, oggi, la vita”, sempre edito per i tipi di Albatros. Chi scrive ha avuto il piacere e l’onore di presentare, a Padova, entrambi gli scritti.
E insomma Claudio ritorna sulle pagine di un libro che gli somiglia come una goccia d’acqua. E gli appartiene come un figlio concepito sulla carta. Pulicati torna, se possibile affinando e migliorando quel suo stile unico, diretto, autentico ed inconfondibile per brillantezza spumeggiante. Ritorna con un suo sapore riconoscibile a fior di riga, la fragranza sincera di una pagnotta impastata con la stessa arte e lo stesso amore per chi l’assaporerà che si tramanda di padre in figlio. Sincero, intendo, fino a non piegare mai la Storia e le storie alle convenienze e astuzie della memoria, persino alle sue naturali rimozioni e (più o meno innocenti) “revisioni”. Offrendoci così una vivida galleria di ricordi, trasportandoci come una giostra illuminata un po’ felliniana, senza essere sovrabbondante e giammai kitsch, dentro un caleidoscopio divertente e colorato di esperienze vissute in gioventù, condite con il sale delle riflessioni sui costumi passati e sulle abitudini di vita che davano gusto alle cose. Rendendole uniche e irripetibili, anche quando non lo erano affatto.
A fare da sfavillante quinta di palcoscenico, Roma,con la sua magia speciale e quell’atmosfera che ne fa la “capitale del mondo noto”, ovviamente nel bene e nel male. E pertanto, “Grande Bellezza” e “Ladrona” al tempo stesso, nei secoli dei secoli.
Insomma, Claudio “il sarto della memoria” ritorna da noi e tesse sapientemente un abito nuovo, ma classico, usando con precisione e perseveranza il proprio filo setoso di parole. E così ci indica la via giusta per non dimenticarci da dove proveniamo. Che è l’unico modo che io conosca per sapere dove stiamo andando.
Ma Claudio è uno chef onesto, che non vuole “prenderci per nostalgia”. Che non cerca di intossicarci con la melassa del nostalgismo. Riempiendoci la pancia con una ribollita d’antan, né propinandoci ‘sti novel food che non ci appartengono. Egli non usa ingredienti scaduti, né sperimenta per il gusto, ma frutti dimenticati nell’orto della memoria. Sapendo che in momenti come questo non conta ciò che si inventa, ma quello che custodiamo.
Claudio quindi gioca da galantuomo d’altri tempi. Gioca a carte scoperte, non bara e non finge, per furbo interesse di una facile seduzione. Pulicati desidera,semplicemente, di farci capire che – oggi più che mai – i nostri “ieri” ci servono tutti. Ci sono indispensabili per sapere guardare avanti con occhi pieni di colori e di emozioni incontaminate da un certo grigiore tecnocratico del presente. In un tempo in cui conosciamo il prezzo di tutto e il valore di niente.
Devo ammettere che il titolo del libro mi ha colpito subito al cuore: perché alle mie orecchie è risuonato come un nobile omaggio e una rievocazione di Enzo Tortora, un po’ il mio modello nel fare il mestiere del “televisivo”. Ho trovato l’accostamento non casuale e non banale, per lo stile, l’eleganza, il garbo, l’educazione e il rispetto per l’altro che Tortora ha sempre messo nell’entrare nelle case delle persone. E così, io che Tortora ho ammirato, io che Tortora ho conosciuto nel periodo più drammatico della sua esistenza “sotto i riflettori” – quello di “imputato in attesa di reato” come mi disse lui – ho pensato che il titolo di Claudio fosse già in qualche modo un impegno, un indice preciso, un gradiente di riferimento e un avviso ai naviganti della lettura. E lo fosse forse non casualmente a trent’anni dall’assoluzione del Dreyfus italiano, Enzo Tortora, colui che fu perseguitato per il “delitto di invidia e di antipatia”.
Sapete, Facebook affida ad un algoritmo la selezione dei nostri ricordi. Credo che il primo tema del libro di Pulicati sia proprio la memoria. Il terreno dei nostri padri. Il secondo tema, i ricordi. Le radici delle nostre famiglie. In un tempo in cui si squagliano la prima e si sfarinano, si coriandolizzano i secondi, per ragioni che mi paiono strutturali. Cioè per questa strada in discesa si sfrangia, si decompone, si frantuma la nostra identità. Ovvero, quel che siamo e ciò che saremo. Pulicati ha l’indubbio merito di spingerci a riflettere su ciò che memoria e ricordi, cioè la nostra anima, siano diventati. Un intralcio a quel che vorrebbero fare di noi, per fini di spregiudicata manipolazione commerciale, cioè tabula rasa. E questo è un problema.
Nell’”Oracolo manuale” di Baltasar Gracian trovo una osservazione sulla memoria spiazzante ma acuta: “Saper dimenticare è una fortuna più che un’arte. Le cose che si vorrebbero dimenticare sono quelle di cui meglio ci si ricorda. La memoria non solo ha l’inciviltà di non sopperire al bisogno,ma anche l’impertinenza di capitare spesso a sproposito”.
Ora, io non so fino a che punto questo sia vero. Ma è certamente questa anche una delle condizioni più strane e stranianti della nostra mente. Il grande scrittore francese Marcel Proust nella sua “Recherche”, ricordava alcuni momenti felici della sua infanzia attraverso il richiamo del sapore di un biscotto. Ovvero, una petite madelaine. Forse senza quell’esperienza ritrovata, sensoriale, olfattiva e gustativa, i paradisi dell’infanzia e l’ebbrezza del ricordo non sarebbero ritornati presenti e vivi. Il suo capolavoro “À la recherche du temps perdu”, la “Ricerca del Tempo Perduto”, vive in questa magia e malia.
Talvolta la memoria sembra svuotata come un sacco vuoto. Sembra un fienile desolato, abbandonato dal contadino e dall’allevatore. Si tramuta nel richiamo di un nome faticoso, difficile. Sofferto. Forse inutile. Come una zavorra che impedisca alla mongolfiera di alzarsi in volo.
Fateci caso. Al contrario, rimuovere episodi sgradevoli, offese, mortificazioni, traumi, dolori, è quasi impossibile. Ed è soprattutto indipendente dalla nostra volontà. Da ciò che chiamiamo libero arbitrio.
La memoria è dunque come una specie di demone indomito ed indomabile. Una creatura ambigua – sul crinale stretto e tagliente come un rasoio, tra il bene ed il male - la cui incoercibile autonomia eterodossa, dentro di noi, nella nostra anima e coscienza, è tale da non riguardare più la nostra volontà. A trascenderla, in una sua spericolata e rischiosa autonomia, una libertà enigmatica che prescinde, appunto, dal libero arbitrio di ciascuno.
Quante volte abbiamo sentito dire o abbiamo sentenziato noi stessi che felici, vivono soltanto gli smemorati. Come quello celeberrimo di Collegno. Ma anche questa, se ci pensiamo bene, è una condizione non invidiabile, se è vero come è vero che, per dimenticare il male, gli smemorati devono rinunciare anche al bene. E il senso dell’esistenza stessa, e della storia, è proprio nella memoria.E nei ricordi che sono “i capelli bianchi del cuore”.
Ricordo che nel lontano 1881 a Trieste, città che conosco bene per averci lavorato, un ragazzo di 21 anni di nome Teodoro Mayer fondava il giornale in cui anni fa ho iniziato a fare il cronista, “Il Piccolo”, scrivendo “saremo indipendenti, imparziali e onesti. E a me pare che il libro di Claudio Pulicati sia proprio così.
Il suo, poi, è intenzionalmente un libro-concerto e un libro-cucina. Nel senso che l’inchiostro delle righe è fatto di passione e interessi per la vita.Direi che è … un inchiostro commestibile!
A me pare che l’amarcord pulicatesco non potrebbe stare in piedi senza la musica, imprescindibile nella sua esistenza, perfino con le delusioni che ha portato in dono. Né senza la cucina, la buona cucina che rende unici ed indimenticabili i momenti conviviali vissuti in compagnia, nelle ricorrenze e nelle feste comandate.
Trovo sempre incredibile come una canzone abbia il potere dello Stargate, portandomi indietro negli anni, facendomi rivivere, anche se solo per un attimo, le sensazioni, le emozioni, gli odori, le gioie e i dolori di quegli anni. I “migliori anni della mia vita”. Le partite a pallone con gli amici, gli allenamenti di calcio all’oratorio, la scuola, le prime cotte e le “peccaminose” festine. Potessi tornare indietro anche solo per un istante ai mondiali dell'82, a comprare a 20 lire il ghiacciolo nella bottega vicino casa, alla nevicata dell'85, alle splendide canzoni dei “miei cantautori” di riferimento, ai nonni che non ci sono più, a me che credevo nei sogni e ignoravo i bisogni.
Ad amalgamare il tutto, sempre, la donna, che Pulicati da gentiluomo vecchio stampo angelica, venera e soprattutto rispetta sempre.
Un libro può essere il lievito di qualcosa – per restare al simpaticissimo, irresistibile ricettario romanesco – o una fotografia. Immobile, fredda. Che racconta la realtà ma senza darci altro. In questo caso il libro di Pulicati è uno stimolo a usare i nostri ricordi come modelli e non come rimpianti. Ali per volare, non zavorre per andare a fondo.
Io penso che “Una parola al giorno”sia l’unica app. per smartphone davvero utile, provatela per credere. Pensateci: l’apparente divagare delle parole sta tutto intero dentro il mestiere del raccontare, del narrare, che ha una responsabilità culturale a cui non si deve pensare troppo, perché sennò si corre il rischio di bloccarsi per paura di sbagliare.
La parola: noi dobbiamo essere tanto più esigenti verso la parola, in un tempo in cui c’è un imbarbarimento linguistico. Che equivale a uno esistenziale. E comportamentale. Pulicati venera la parola, come se l’insieme delle parole che egli usa fosse preziosa parte integrante dei momenti della sua vita e il loro utilizzo corretto sia l’unico modo per impedire che quei momenti di vita si perdano per sempre nel pozzo senza fondo del passato dimenticato.
Pulicati fornisce anticorpi, contro l’appiattimento e l’omologazione, contro il virus della standardizzazione di linguaggio e pensieri, ‘a livella di Totò portata al nostro tempo. Con le sue conseguenze, per esempio sulla creatività e il riconoscere o meno il talento, dove e quando c’è.
Non siamo tutti uguali. E nella diversità,non vista e non usata mai come un’arma impropria per affermare la propria superba superiorità, si cela il segreto del piacere di vivere assieme e forse persino della felicità fragile e imperfetta che ci tocca ogni tanto in dono.
Pulicati è l’artigiano di ricordi che ci invita ad andare a bottega da lui, come faceva il falegname di una volta. Così si apprendeva un mestiere. Così, si teneva viva una tradizione. Un senso profondo della vita. Nella bottega di mastro Pulicati, torneremo ragazzini che vogliono giocare con la fantasia e non stancarsi mai di immaginare un domani migliore.
Credetemi, l’illusione che il rapporto tra le persone possa essere sostituito da una chat o dai “social” esce a pezzi dal libro di Pulicati e di questo Claudio deve essere contento, semplicemente perché ha centrato in pieno il suo bersaglio grosso.
Infine, c’è quel che insegnava Galileo Galilei: “scrive bene chi scrive chiaro” e per questa chiarezza a Galileo il libro di Pulicati sarebbe sicuramente piaciuto.
Sant’Agostino ci dice una cosa bellissima, che mi ha sempre convinto: da due cose dobbiamo ugualmente guardarci, dalla disperazione senza scampo e dalla speranza senza fondamento.
Ecco, io credo che il libro di Claudio Pulicati sia un piccolo antidoto, un contro veleno – se volete un tonico efficace  alla disperazione dilagante e un piccolo mattoncino concreto per porre fondamenta solide ad una speranza nuova, ma consapevole, che per essere vera non può non partire da molto lontano.
Il libro di Claudio dalla prima all’ultima riga ci mette davanti allo specchio disarmante della nostra essenziale verità: noi esistiamo per partecipare alla bellezza del creato e se possibile per incrementare la gioia fragile dello stare assieme, per onorare il padre e la madre, e per rispettare la vita e gli altri sempre e in ogni circostanza. E perché, come diceva Carlo Levi, “il futuro ha un cuore antico”.
Soprattutto, siamo venuti al mondo per amare senza misura.
Che, dopotutto, come sa bene Claudio, per ogni essere umano è la sola misura dell’amore vero.

Gianluca Versace
Giornalista e Scrittore
Portogruaro

A Portogruaro “Lo Schiaccianoci” di Tchaikovsky

Al Teatro Comunale Luigi Russolo è finalmente arrivato il momento della stagione 2016/17 in cui aprire il sipario al mondo della danza, infatti mercoledì 7 dicembre alle ore 21.00 il Balletto di Roma porterà in scena una particolare versione de “Lo Schiaccianoci”.
Il regista e coreografo Mario Piazza proporrà uno Schiaccianoci contemporaneo, che segue quasi interamente la partitura e il libretto originale e tuttavia lo rinnova nello stile, così come nei costumi e nelle scenografie. Danzato su uno sfondo fatto di scritte e graffiti, come un muro cittadino, e in costumi molto diversi dai classici tutù, il balletto comincia con Clara e Fritz, i due piccoli protagonisti, che giocano annoiati davanti alle immagini di guerra e violenza trasmesse dalla televisione.
In questa rilettura del celebre balletto di Tchaikovsky non c’è traccia di quella gioiosa fiaba dedicata all’infanzia e viene evidenziato, invece, quel difficoltoso abbandono del mondo dei giochi e delle sicurezze che segna il passaggio verso l’adolescenza. Realtà e virtualità si confondono, situazioni e psicologie vengono letteralmente ribaltate: lo Schiaccianoci, qui una sorta di inquietante Mr. Hyde, diviene il grumo di tutti gli incubi della piccola Clara, un sinistro personaggio capace di trasformarsi in una felliniana Fata Confetto (simbolo dell’ingannevole “dolcezza” dei malvagi). Un doppio personaggio interpretato dal grande Andrè De La Roche, definito “uno dei migliori ballerini jazz al mondo” (fu il protagonista indiscusso del famoso musical di Bob Fosse Dancin’) e oggi responsabile del Dipartimento Modern della Nuova Scuola del Balletto di Roma.
Tra luci e oscurità, sorrisi e sospiri, giochi e battaglie, il Balletto di Roma propone così una particolare rivisitazione “noir” del balletto natalizio per eccellenza che non smette di incantare i sognatori moderni.
Un viaggio interiore dove si annullano i confini tra sogno e realtà e dal quale la protagonista Clara si risveglia ormai donna.
I biglietti hanno un costo che varia dai 17 ai 27 euro e sono acquistabili presso la biglietteria del teatro il martedì, giovedì e sabato dalle ore 18.00 alle 19.30.
C’è anche la possibilità di acquistarli on line dal sito www.teatrorussolo.it oppure da www.vivaticket.it
Sport, Pordenone

A Caneva la rimpatriata dei gloriosi juniores

Terminata la stagione agonistica in autunno c'è tempo per le serate celebrative e i ritrovi conviviali. Qualche giorno fa si sono simpaticamente ritrovati anche i "ragazzi" che vestivano il giallonero nella categoria juniores negli anni 1993-94. L'infaticabile Elio Santin è riuscito a convocare ancora una volta a Caneva la squadra che furoreggiava sul finire del secolo scorso. Un centinaio le persone ospitate presso la sede ANA da Mauro Chiaradia, presidente del locale gruppo Alpini, gli ex ciclisti erano infatti accompagnati da mogli, figli e genitori oltre al gruppo di sostenitori storici del team friulano.

«Con emozione rivedo i protagonisti di allora - ha detto Michele Biz - e li ritrovo uomini. Mi piace pensare che il ciclismo sia stata una tappa fondamentale della vostra crescita come uomini. Vedervi qui oggi con le vostre famiglie ci riempie di orgoglio e credo questa sia la nostra (e vostra) vittoria più bella. Giornate come questa sono il carburante giusto per i momenti difficili, quando ci chiediamo il motivo per il quale facciamo ancora ciclismo dopo tutti questi anni».

Aneddoti e ricordi sono stati poi snocciolati da Eddi Degano e Paolo Versolato, la storica coppia di direttori sportivi.
«A questa società, a questa squadra e a tutti voi mi legano dei ricordi stupendi e ancora vivi - ha dichiarato Versolato (ora ds del team Spercenigo, ndr). Qui ho potuto formarmi come tecnico e devo dire che l'organizzazione che avevamo a Caneva ho cercato di ricrearla altrove, un esempio che ancora oggi regge il passo dei tempi».

Oggi come allora il vulcanico Eddi Degano ha ricordato le innumerevoli vittorie ottenute anche grazie alla costruzione del team:

«Eravamo forti perché ci credevamo - ha dichiarato - nulla era lasciato al caso e, anche se c'erano dei "finalizzatori" tutti i compagni erano indispensabili per l'ottenimento della vittoria, ognuno aveva un compito e lo svolgeva alla perfezione. Mi piace pensare che il lavoro d'equipe sviluppato in quegli anni vi sia servito, una volta scesi di bicicletta, nella vita di tutti i giorni, sul lavoro, in famiglia. Vi rivedo con infinito piacere e, mi sia concesso, anche con orgoglio».

L'applauso si è levato spontaneo quando un commosso Tino Chiaradia ha voluto ricordare anche Gianni Biz, il fondatore del sodalizio giallonero.

Mattatori a livello nazionale, in quegli anni gli juniores gialloneri erano imbattibili: 20 le vittorie su strada nel 1993 e 24 l'anno successivo con la ciliegina sulla torta rappresentata dalla Coppa Adriana, il Campionato Italiano a Squadre. I plurivittoriosi furono Michele Diamante e Enrico Degano, Luca Sebenello e Walter Bessega.

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Ultimo aggiornamento: 07/12/2016 09:40