Salute

Covid 19: contagi in diminuzione nell’Ulss4

Il trend dei contagi inizia moderatamente a diminuire, il numero delle persone ricoverate al covid-hospital è importante ma c’è ancora disponibilità di posti letto, nel frattempo continua la ricerca di personale. Questo il quadro generale della pandemia nel territorio del Veneto orientale, tracciato dal direttore generale dell’Ulss4 Carlo Bramezza: <>. <>. Con la diminuzione delle attività programmate negli ospedali di Portogruaro e San Donà di Piave, è stato possibile inviare personale medico e infermieristico al Covid-hospital di Jesolo dove però vi è la necessità di reclutare altro personale da integrare alle recenti 148 assunzioni, per questo motivo il direttore generale ha lanciato un appello a medici e infermieri in pensione, al ritorno in corsia.

CONTAGI. <> ha spiegato il direttore della terapia intensiva del Covid-hospital, Fabio Toffoletto. Il direttore del Servizio Igiene e Sanità Pubblica, Lorenzo Bulegato, ha descritto l’evoluzione dei contagi che inizia da un dato positivo: la media attuale, il 6%, delle persone positive riscontrate a seguito di tampone. Nelle ultime due settimane il numero dei contagi è passato da 899 a 791 casi; negli ultimi 3 giorni i nuovi positivi registrati nel territorio Ulss4 sono stati: 130 mercoledì, 70 giovedì e 70 oggi. Complessivamente, i casi positivi nell’Ulss4 sono attualmente 1050 così distribuiti: Annone Veneto 33; Caorle 80; Cavallino Treporti 60; Ceggia 35; Cinto Caomaggiore 17; Concordia Sagittaria 40; Eraclea 80; Fossalta di Piave 16; Fossalta di Portogruaro 21; Gruaro 12; Jesolo 100; Meolo 17; Musile di Piave 42; Noventa di Piave 43; Portogruaro 111; Pramaggiore 21; San Donà di Piave 169; San Michele al Tagliamento 69; San Stino di Livenza 58; Teglio Veneto 10; Torre di Mosto 18. Sul fronte scuole, dall’inizio delle attività sono complessivamente 266 i casi “indice” riscontrati, a seguito dei quali sono stati effettuati tamponi in 275 classi (7693 studenti) e da questi sono emersi altri 90 positivi. <>.

SUL TERRITORIO. <> ha comunicato il direttore del Distretto Socio Sanitario, Maura Chinellato. In caso di bisogno, personale infermieristico dell’Ulss4 continua ad intervenire nelle case di riposo a supporto degli operatori che verranno sottoposti a tampone ogni 4 giorni (attualmente ogni 7 giorni). Sul fronte screening il 40% dei medici di famiglia effettua tamponi ma il numero è destinato ad aumentare.

Mondo

Elezioni USA e disfunzioni nella politica Brasiliana

L´elezione del nuovo presidente americano Joe Biden ha provocato uno scossone nei palazzi di Brasilia dove l´allineamento al governo Trump si dava scontato e per un illimitato periodo di tempo. Tale situazione è apparsa assurda quanto ridicola, anche per il fatto che recentemente alcuni gruppi di fanatici brasiliani, abbandonata la bandiera nazionale, hanno cominciato a sfilare nelle strade con la bandiera a stelle americana. Adesso lo stupore per il risultato elettorale è ben grande. 

Effettivamente, la sconfitta politica del leader repubblicano era prevista. Già la sua prima elezione nel 2016, fu minacciata con i consensi a Hillary Clinton che superarono i voti di Trump. A decidere il suo declino, sono state in parte, le manifestazioni contro il razzismo, contro la violenza della polizia, la disoccupazione e infine, contro la debole prevenzione alla epidemia. Nonostante il suo forte impegno nel gestire le controversie tra i diversi paesi e il fermo intento di mantenere attiva l´economia nazionale, Trump non è stato in grado di accompagnare la politica sociale, particolarmente nel caso della efficienza del sistema sanitario.

I risultati dei voti indicano una decisa preferenza dei latini-americani, specialmente di origine venezuelana e cubana, per Trump, nel timore dello spettro di un socialismo autoritario e nella perdita di alcuni benefici economici. Nello stesso tempo, una consistente maggioranza di elettori non hanno perdonato Trump per il suo sostegno al brasiliano Bolsonaro, una figura discussa. Infatti in questo momento gli americani, come altri cittadini del mondo, sono preoccupati per la carente protezione ambientale brasiliana e l`Amazzonia è motivo di discussione come soggetto globale e di urgente definizione. 

Altro aspetto negativo del governo brasiliano è la cura dei Diritti Umani, con le discriminazione delle popolazioni indigene e l`occupazione dei loro territori. Episodi già enunciati da Papa Francesco e recentemente anche con una lettera firmata dai vescovi e da altri rappresentati religiosi. La questione della violazione dei Diritti Umani, è già pervenuta all`ONU e una Commissione del Tribunale Penale Internazionale dell'Aia, sta organizzando un procedimento che avrà il supporto di paesi europei e americani. 

Tutto questo indica che una nuova corrente democratica pervade le Americhe, con la condanna della repressione violenta, l´uso improprio delle leggi con finalità politica o personale, il blocco dei beni, contro le condanne in processi parziali e con mancanza di prove.
La speranza ora sta nell´impegno delle nazioni nella collaborazione culturale e economica, superando le diversità ideologiche e indipendentemente dalla struttura politica dei governi locali.

Gian Pietro Bontempi
Corrispondente dal Brasile
Cultura

Uccidersi dolcemente e rinascere

Lirica. Visionaria. Autobiografica. Profonda. Originale. Malinconica autodistruzione che si fa salvifica. Davvero una canzone con i controcolori. I versi a chiusura del pezzo poi sono poesia pura, là dove l’uomo diviene tutt’uno con la natura cosmica che lo sovrasta. Una sostanziosa struttura melodica completamente rinnovata pur senza tradire la riconoscibile e immaginifica cifra espressiva che ha fin qui sorretto l’artista riminese. Dopo sette anni di compositivo silenzio ecco una song che a ogni successivo ascolto dà altri sussulti. A tratti quasi la versione post moderna del Meraviglioso testo scritto da Riccardo Pazzaglia per l’indimenticato Mimmo nazionale. Mi immedesimo per esempio in quella scena con l’ombrello che non si apre più ma che non viene buttato in quanto può tornare utile per tante differenti situazioni. E poi quella licenza fonetica, quegli scampoli di suono che spiovono dall’etimo per prenderti alla gola con una carezza: sipario, serramanico, acqua di fosso, bestemmie di marmo… parole come fleurs du Graal, così letterarie e altrettanto teatrali insieme, che ti sanno scavare dentro senza troppo ferirti. L’ennesima perla di Samuele Bersani sempre più in stato di grazia.

Qui in calce il link alla traccia di questo primo singolo tratto dall’album Cinema in un video pensato dall’amico Pacifico, sceneggiato, montato e diretto per Borotalco.Tv da Giacomo Triglia.
Cultura

Yukio Mishima, «La difesa della cultura»

Cinquant'anni fa il seppuku di Yukio Mishima
La spada dell'ultimo samurai per «La difesa della cultura»


«Ho scoperto che la via del samurai è la morte». Lungi dall'indicare la morte come una via di fuga dalle asperità dell'esistenza, questa sentenza dello Hagakure, il trattato di etica dettato al suo allievo dal samurai Jocho Yamamoto all'inizio del Settecento e divenuto pubblico solo nella seconda metà dell'Ottocento, vuole rimarcare che unicamente la consapevolezza della sua interdipendenza con la morte è condizione per l'autenticità della vita. È a questo testo che Yukio Mishima, uno dei più notevoli intellettuali giapponesi contemporanei, si è ispirato per la sua vita e per la sua morte, che si diede con il rituale del seppuku o harakiri, il suicidio tramite taglio del ventre, all'età di quarantacinque anni, il 25 novembre del 1970. Un libro che – come egli rileva ne La via del samurai, il commento che ne fece tre anni prima – benché sia stato riscoperto e riutilizzato in Giappone durante l'ultima guerra, al punto da diventare il manuale dei kamikaze, risplende, per contrasto, soprattutto in periodi di pace, proprio come quello apertosi dopo la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, in seguito alla quale le potenze alleate hanno avviato un processo di demilitarizzazione e democratizzazione del paese sancito con la costituzione del 1947.
Ne La difesa della cultura, un saggio del 1968 ora edito in lingua italiana, nella traduzione di Silvio Vita, con un'introduzione di Daniele Dell'Orco, da Idrovolante, Mishima – riprendendo le categorie dello studio di Ruth Benedict, l'antropologa incaricata dal governo americano di analizzare la cultura del paese occupato – sostiene che la dominazione statunitense ha teso alla rottura del connubio che caratterizza la tradizione giapponese, quello tra il "crisantemo" e la "spada", oscurando quest'ultimo elemento per mantenerne solo quello «inoffensivo». Il pacifismo, indotto dall'imposizione del disarmo, ma penetrato poi negli animi dei Giapponesi e rimastovi anche in seguito alla concessione di una progressiva rimilitarizzazione, ed il benessere economico ad esso conseguente hanno condotto l'attuale periodo Showa a una situazione di degenerazione morale analoga a quella delle epoche Genroku e Hoei, denunciata dall'autore dello Hagakure. Per Mishima la pace determina un rammollimento degli animi, poiché inibisce il coraggio, virtù tradizionalmente maschile; essa cioè rende gli uomini, e gli intellettuali, degli effeminati
(I coraggiosi e Gli effeminati intellettuali sono i soggetti di due lucide disamine contenute nelle sue Lezioni spirituali per giovani samurai). Alla rimozione della guerra consegue l'incapacità di un confronto con il dolore e con la morte. Nella società del consumo l'onore è subordinato ai vantaggi materiali: il vuoto lasciato dall'eroe è indegnamente occupato da «volgari rifiuti sociali» il cui unico obiettivo è il profitto. Tale processo gli appare ormai, anche dopo la formale fine dell'occupazione americana, interiorizzato dagli stessi Giapponesi: «La prosperità economica ha trasformato i Giapponesi in mercanti. Lo spirito del samurai è ormai estinto. È considerato antiquato mettere in gioco la vita per difendere un ideale». In questa prospettiva di decadenza lo Hagakure può, appunto, indicare la via: «Hagakure rappresenta un tentativo per curare il carattere pacifico della società moderna mediante la potente medicina della morte».
Per Mishima la difesa della cultura non può essere fatta con la letteratura, ma richiede l'azione, la forza, la violenza. E per questo è necessaria innanzitutto una corporeità adeguata: «Siccome poi difendere significa agire, bisogna dotarsi delle capacità fisiche attraverso un addestramento costante». È per difendere la cultura che egli risfodera l'arma degli antichi samurai, quella spada tanto temuta dal mondo moderno. A metà degli anni Cinquanta Mishima comincia la pratica del kendo, letteralmente "la via della spada", dando avvio al suo «vecchio sogno»: attualizzando un'usanza dell'educazione dei samurai, tenuti ad esercitarsi con la penna oltre che con la spada, Mishima persegue il progetto esistenziale e intellettuale che poi descriverà in
Sole e acciaio, ovvero la creazione di una corrispondenza tra forma corporea e stile letterario. L'«unione della letteratura e delle arti marziali» è il programma che egli oppone al «modernismo letterario», nel quale il corpo è ignorato o svalutato. Se la decadenza fisica imperante nella letteratura moderna è il correlato di una decadenza morale, la celebrazione della bellezza del corpo riveste allora un significato etico, oltre che estetico. Il risveglio dei muscoli, assopiti e, come la lingua greca antica, apparentemente inutili nella modernità, è la rinascita di una forza innanzitutto interiore. «I muscoli, oltre ad essere una forma, erano anche una forza», la forza dalla quale scaturisce l'azione.
Mishima trova il modello di una «filosofia dell'azione» nello Hagakure. L'azione del samurai, però, ha la sua consacrazione nella morte, con la quale finisce per identificarsi: «la morte – scrive Mishima nel suo commento – è il supremo movente per i samurai». Con il pensiero della morte, insegna lo Hagakure, deve avere inizio la sua giornata: l'intera sua esistenza consiste in una meditazione sulla morte. Ma è proprio così che, paradossalmente, il samurai raggiunge l'essenza della vita. Per lo Hagakure, infatti, la vita e la morte non sono che «le due facce di una stessa moneta». È il coraggio della morte, nelle sue forme più alte, a dare significato alla vita del samurai. Il suicidio rituale, al pari della morte in battaglia, è una manifestazione della superiorità dell'onore sulla stessa vita. Esso infatti sottrae all'onta del fallimento, ma anche alla viltà del compromesso. Contrariamente a quanto avviene oggi, quando alla superficialità di una vita agiata corrisponde l'anonimia di una morte ridotta, nota Mishima, a un fatto che si svolge «su un duro letto di ospedale», nella visione dei samurai la bellezza della vita e quella della morte coincidono. In quell'«estetica della morale» o «etica della bellezza» che è per Mishima il bushido – "la via del samurai" – la morte, in quanto suprema azione morale, è anche supremo atto estetico. La disciplina fisica è allora per Mishima preparazione non solo interiore, ma anche esteriore, alla morte. Essa infatti richiede un corpo degno: è il sacrificio della bellezza, che ne rivela insieme la fragilità e l'eternità, ad elevare la morte a tragedia.
Nel 1968, un anno dopo essersi arruolato nell'esercito di difesa nazionale – l'unico organismo nel quale ripone ancora fiducia per un possibile riscatto del Giappone, nonostante la relegazione a un ruolo subordinato agli interessi americani – Mishima fonda la Società degli scudi. Essa, finanziata con i proventi dei diritti d'autore delle sue opere, accoglie un centinaio di studenti, che partecipano insieme a lui agli addestramenti più duri dell'esercito. È con alcuni di loro che, fissato un appuntamento con il generale Kanetoshi Mashita, il comandante della base di Ichigaya, a Tokyo, sede del Quartier Generale della Difesa, il mattino del 25 novembre del 1970 entra nel suo ufficio e lo prende in ostaggio. Dietro minaccia di ucciderlo, essi ottengono il raduno dei suoi uomini, circa un migliaio, nel cortile della caserma. Rivolto a loro, dal balcone della stanza, Mishima pronuncerà il suo proclama, nel quale, tra i fischi e gli schiamazzi dei militari, annuncia la sua morte. Rientrato nell'ufficio del generale, compirà poco dopo il rito del seppuku.
Una morte ancora più tragica perché fondata sulla constatazione di una irreversibile deriva nichilista. Mishima muore per un ideale che sa estinto: nell'insofferenza e nella derisione degli stessi uomini dell'esercito ne ha forse l'ennesima conferma. In un articolo scritto pochi mesi prima (ripubblicato in questa edizione con il titolo Una promessa che non ho potuto mantenere) egli dichiara di avere perduto ogni speranza in un possibile cambiamento del suo paese. Egli sa che quel Giappone per cui, prima del seppuku, grida di morire forse non potrà esistere mai più, risucchiato dal vortice della modernità. Il suo fondamento, l'imperatore, nel 1946, su pressione degli Stati Uniti, ha rinunciato alla sua divinità, tradendo così quegli eroi, come i kamikaze – alla cui rabbia Mishima ha dato espressione ne La voce degli spiriti eroici – che per essa, per il Giappone, hanno combattuto e sono morti. Mishima è consapevole dell'inutilità della sua morte, eppure vede nell'annientamento di se stesso l'unico atto possibile per la difesa della cultura, per la negazione del compromesso con la modernità, con quella democrazia dei cui agi si vergogna di avere anch'egli, nonostante il suo disprezzo, approfittato per venticinque anni. Il suicidio di Mishima è l'ultimo atto del tentativo di unire, nello spirito del bushido, l'arte e la vita. Se i movimenti delle arti marziali, come spiega ne La difesa della cultura, si ispirano alle movenze delle rappresentazioni teatrali, il suo seppuku inscena la continuità di una tradizione, di una cultura, la cui difesa va fatta con la spada, la cui difesa va fatta con la vita. 
Cultura

Un Destino per amico

Recensione del nuovo libro di Enrico Popolo "Io, il destino"

Ad un certo punto della vita, si affaccia un mondo intero nella mente di un uomo.
È un momento magico, trascendentale e inopponibile che accade a ognuno di noi e cui nessuno può sfuggire.
È un accavallarsi continuo e incessante tra meditazione e memoria, coscienza di sé e del mondo. Rimorsi, sensi di colpa per ciò che sarebbe potuto essere e non è stato (ancora) e, infine, desiderio di redenzione e di salvezza.
Io credo che niente più della narrativa, con tutte le sue feconde “impurità” e vocazioni alla feconda contaminazione, ma anche con la sua “gratuità” che la rende umanamente intera, può venirci in soccorso per aprirci la mente e offrirci insperate risposte.
Questo e molto altro è il filo conduttore di “Io, il Destino” (Leone Editore), la nuova fatica di Enrico Popolo.
Fatica, sì. Nel vero senso del termine.
Perché, tra le righe della storia e perfino nell'interpunzione e negli spazi vuoti, a me pare di scorgere i luccichii di piccole stille di sudore sfuggite dal corpo e forse dal respiro dell'anima dell'autore: lo stesso sudore, prima freddo di malattia mortale e poi di un calore simile all’insperata rinascita, che corre sulla schiena del protagonista di questo romanzo, Michele, quando s’inerpica sui 102 gradini dell'Eremo di San Colombano Abate, il monastero di Trambileno.
Un calvario più volte ripetuto, percorso con sofferenza per incontrare l'ineffabile figura di Frate Bartolomeo, un misterioso eremita. Il suo Golgota, la sua resurrezione.
Il romanzo di Popolo è una sfida e, al contempo, una provocazione. E non dev’essere stato facile né agevole, per l'autore, uscito letteralmente prosciugato di energie da questo suo intenso impegno di scrittura creativa.
Una sfida, perché il nucleo ideale che Enrico propone, calpesta i nostri indugi di consumatori pallidi di rassicurazioni a ore, diventando risorsa cui attingere per la vita ancora da vivere, ma soprattutto insegnandoci “come” viverla, intervenendo senza neppure la concessione di generiche attenuanti, nel bilancio da fare per sapersi giudicare correttamente. Irrinunciabile esame di coscienza stringente, sincero e onesto, per rinascersi e ricominciarsi.
Suddiviso in atti e scene, e non in capitoli, al pari di una commedia teatrale, il libro si presenta come un copione di vita da scrivere “insieme” a chi ci trascende, il Destino, e dà sapore a un’esistenza altrimenti ingiustificabile, nelle sue dismisure, tanto nella gioia che nel dolore.
Meglio ancora, come spiega con un sottile compiacimento lo stesso “convitato di pietra”, vero e fantasioso scrittore ombra: “Io, il destino, quindi, ho riscritto il copione che quell'attore è chiamato a recitare”.
Una provocazione, perché è evidente il disegno di Popolo, esperto di scienza della comunicazione, di tenere dentro il quadrato logico della lucentezza, tanto la forza e gli urti della coscienza, quanto i rimedi per guarire dalla superbia e dall’effimera superficialità edonistica con cui troppi di noi buttano via il proprio tempo.
Se pensassimo a tutte le fortune che abbiamo avuto senza meritarle, io credo che non oseremmo lamentarci: invece Michele - “una persona normale, come tante ce ne sono al mondo” - si lamenta, eccome. A voce alta.
Una vita da giovane broker di successo, il loft che più che un’abitazione, è un luogo che testimonia il via vai di una raffinata fantasia di corpi femminili, Michele subisce all'improvviso uno stop esistenziale sconcertante.
Si ammala di tumore al cervello.
La sentenza è oltraggiosa, crudele. Impietosa.
E qui Popolo fa fare una cosa che un mio maestro di giornalismo mi consigliava di fare: “Gianluca, indugia attorno alla domanda”.
Cioè, Michele, dopo l'inevitabile “ma perché a me?”, non parte in automatico con la risposta, che potremmo persino immaginare con tutta la sua carica virale di rabbia e di ribellione al “destino cinico e baro”.
No, Michele “forza” la propria naturale, sbrigativa predisposizione decisionista e utilitarista, condita da un sottofondo di “sano” egoismo maschilista, e sosta vicino a quel quesito-chiave: perché?
È in ragione di questa disponibilità piena e incondizionata ad accettare una risposta che lo rimette in gioco, costringendolo a ripensarsi e a partire da un'idea di sé diversa da quella abitudinaria, che inizia il nuovo viaggio. Periglioso, incerto e persino stravagante, che inizia subito dopo aver staccato allo sportello della malattia un ticket verso la salute del corpo e, maggiormente, di quella dell'anima.
Ed è solo a quel punto, alle prese con una cura costosissima e dagli esiti tutt'altro che scontati, che Michele: non allontana da sé “l'amaro calice”; entra nel suo “labirinto” assieme a Roberta, il suo grande amore fiorito proprio sotto i bombardamenti incessanti del male; accetta finalmente il suo “nuovo” Destino, che gli assegna un compito completamente diverso da quello di accumulare denaro con le speculazioni finanziarie in borsa e inanellare conquiste femminili da letto.
Non buttiamoci via - è come se ci consigliasse Popolo - finché c'è un po' di tempo, siamo in tempo per farlo.
Così, il progetto comunicativo-formativo allo stato nascente, “The Mind Tripping”, ovvero “la mente che inciampa”, è lo strumento che utilizzerà il redivivo Michele per portare la verità spirituale, propria di Dio, nella realtà delle persone. Che sono “anima e corpo”, dunque non solo materia.
La guarigione arriva solo “dopo” questo processo e, peraltro, potrebbe non essere definitiva.
Ma da lì in avanti, il protagonista e le creature che gli stanno accanto e lo accompagnano in questo cammino, saranno persuasi che nulla è per sempre, se non l'amore per gli altri e per il dono prezioso della vita, e che l'esito finale del viaggio dipende da noi e non da fattori esterni, insomma da una plumbea predestinazione che toglie fiato alla libertà del nostro arbitrio.
E' pertanto su queste basi che nasce una nuova alleanza, potrei azzardare quasi una “amicizia” con il “Destino” - regista del suo copione, scrittore a volte capriccioso, a volte un po' voyeur e indifferente al nostro smarrimento, altre volte invece collaborativo, fantasioso e aperto, direi quasi curioso degli esseri umani - naturalmente se Egli comprende l'onestà, la buona volontà e la “forza di spirito” di chi si accinge a ri-scrivere una parte del proprio “libro” della vita.
Non un libro semplice, sotto una patina che ricorda da lontano “Anonimo Veneziano” del grande Beppe Berto, ma con tutt'altro epilogo.
Non un testo comodo, visto che le sue righe interagiscono con chi legge, inducendo a un riepilogo senza scorciatoie della propria esistenza.
Non un romanzo leggero, gravato a volte da una coltre di complesse, articolate riflessioni teologiche e filosofiche, già espresse peraltro da Enrico Popolo nel suo corposo saggio “Tiy: la verità è dentro di te” (l'Evoluzione spirituale delle Scienze della Comunicazione – Leone Editore). E infatti il romanzo è una matrioska letteraria, il caratteristico insieme di bambole nelle bambole, cioè un libro che ne contiene molti altri, in un gioco labirintico di specchi e rimandi che debbono tenere desta l'attenzione. Perché la salvezza non è mai senza sforzo.
Ma “Io, il Destino” è un libro vero, sincero e autentico, che affronta un tema attualissimo in questo nostro lacerante presente: quello del rapporto tra l'uomo e la malattia. Del singolo e di una intera comunità planetaria. Autentico e sincero, certo, ma senza rinunciare mai al sorriso. Un’inaspettata teatralità, che intride l’opera di paradossi e di un sorprendente umorismo che non concede tregua, avvince e convince. Perché il nostro protagonista è uno di quelli che “toglietemi tutto, ma non le mie battute di spirito”: ed è lì che scopriamo come, in realtà, ci sia molta meno “casuale frivolezza” e superficialità un po' guascona di quanto immaginiamo, nell’incontenibile e vulcanica verve comica di Michele. Egli, fedele alla propria natura paradossale, nonostante viva una situazione decisamente tragica, non si abbatte ma reagisce all'insegna di un cabarettismo quasi surreale: perché la voce che fugge quasi selvaggiamente al controllo dell’educazione, delle buone maniere e della inopportunità, proviene direttamente dalla sua anima. Ne è la proiezione più autentica e spontanea.
Tutto questo somiglia terribilmente a quanto mi disse un giorno il mio sconcertato professore di lettere, al Liceo Buonarroti di Monfalcone, prima inviperito e poi conquistato dal mio “tema”, decisamente sopra le righe: “Versace, ti vorrei bocciare. Ma alla fine ho capito. Quello che ti viene rimproverato, coltivalo. Perché sei tu”.
Leggendo il romanzo di Popolo, ho trovato conferma che è sempre la parola il vero farmaco dell'anima ed è ancora la parola la premessa dell'azione conseguente, volta a creare le condizioni della speranza, che per me dev’essere sempre un progetto concreto. E della salvezza.
“La malattia entra a torrenti, esce a gocce”, dice un antico proverbio russo: mi è venuto in mente, chiudendo il romanzo di Enrico Popolo.
Nelle orecchie, un verso di Pablo Neruda: “Nascere non basta. È per rinascere, che siamo nati”.

Gianluca Versace
Giornalista e scrittore

Portogruaro

All’IPAB Francescon il nuovo “Ciliegio”

Ventiquattro posti letto, dotati di tutti i migliori comfort, un ambulatorio e nuovi spazi necessari alla vita del reparto. Alla Residenza per Anziani "Francescon" di Portogruaro sono terminati di recente i lavori eseguiti al primo piano del padiglione Santo Stefano, una zona della struttura situata nell'area prospiciente a viale Isonzo. Nei nuovi locali sono state create 11 camere doppie e 2 singole, destinate agli anziani che fino ad ora alloggiavano nel nucleo Magnolia, situato nel padiglione San Gottardo. Il trasferimento dei 24 ospiti è previsto per i prossimi giorni, quando per l'occasione è stato organizzato un piccolo momento d'inaugurazione, dedicato solo ad anziani e operatori della Residenza. I lavori hanno comportato una spesa di quasi 1 milione di euro, se si considera anche il recente intervento effettuato al secondo piano del padiglione Santo Stefano, utilizzato ormai da tempo. Le nuove stanze si caratterizzano per spazi ben arredati e confortevoli, dotati di servizi e uno standard alberghiero nel benessere ambientale, con riscaldamento e climatizzazione telecontrollati. Grazie all'intervento sono stati resi disponibili ampi spazi comuni e un ambulatorio. La capacità ricettiva della "Francescon", tuttavia, non cambia: i posti letto continueranno a essere sempre 138. «Grazie a questi lavori», spiega Sara Furlanetto, presidente dell’IPAB Residenza Francescon, «abbiamo creato spazi più confortevoli e accoglienti per i nostri anziani completando così il progetto di rinnovamento dei reparti. E' una bella notizia in questo momento difficile per le case di riposto. Il benessere dell’anziano accolto alla Francescon, infatti, è una priorità e continuerà a essere perseguito con ulteriori investimenti sia sull’immobile che sull’organizzazione”. La direzione dei lavori è stata seguita dallo studio Miotto-Grassi di Mareno di Piave e Seingim di Ceggia. La sicurezza è stata curata invece dallo studio Proteco di San Donà di Piave. Il nome del nuovo nucleo, Ciliegio, è stato scelto a seguito di un sondaggio interno tra i dipendenti della Residenza. Tutti i nuclei della "Francescon", che in totale sono 5, si rifanno a nomi di alberi per tradizione. Gli altri sono: Quercia, Betulla, Melograno, Acero e ora Ciliegio (che sostituisce Magnolia). «Con la conclusione di questi lavori e il trasferimento degli ospiti», conclude la presidente Furlanetto, «nel Padiglione San Gottardo, prospicente il centro storico, rimangono solo gli uffici. Si tratta di un bellissimo immobile storico che vogliamo diventi una risorsa per la città. Il Consiglio di Amministrazione sta ora dialogando con tutte le istituzioni del territorio per trovare una destinazione a servizio della comunità ma coerente con la mission e lo spirito della Residenza».
Salute

Covid 19 – La situazione nell’ULSS 4 Veneto orientale

Il trend attuale dei contagi nel Veneto orientale segue quello nazionale e regionale e dunque è in aumento. Martedì 27 ottobre gli 88 nuovi casi di positività hanno rappresentato il maggior incremento dal periodo di lockdown; ieri i nuovi casi di contagio accertati erano 54 ed oggi sono 63, sparsi in modo abbastanza uniforme in tutto il territorio dell'Azienda sanitaria.

Sul fronte scuole, dall'inizio dell'anno scolastico a ieri (28 ottobre) il numero complessivo dei casi indice rilevati è aumentato a 59 a fronte di 40 rilevati sette giorni fa. Questi hanno coinvolto 62 classi, equivalenti a 38 plessi scolastici sparsi in tutto il Veneto orientale. Le positività hanno generato un enorme lavoro per il personale del dipartimento di prevenzione: 1969 tamponi a studenti, docenti e personale scolastico. Tra i contatti diretti sottoposti a screening sono emersi 27 contagi da Covid-19. Il dipartimento di prevenzione conferma che si tratta di contagi avvenuti in ambienti extrascolastici, e in particolare familiare e nei momenti di svago.

Alla data odierna le persone attualmente positive residenti nel territorio di questa Azienda sanitaria sono complessivamente 493 così distribuite: 9 ad Annone Veneto, 31 a Caorle, 33 a Cavallino Treporti, 15 a Ceggia, 10 a Cinto Caomaggiore, 10 a Concordia Sagittaria, 16 Eraclea, 8 Fossalta di Piave, 4 Fossalta di Portogruaro, 2 Gruaro, 76 Jesolo, 9 Meolo, 28 Musile di Piave, 19 Noventa di Piave, 48 a Portogruaro, 13 Pramaggiore, 1 Quarto d’Altino, 72 San Donà di Piave, 11 San Michele al Tagliamento, 48 San Stino di Livenza, 1 Teglio Veneto, 21 Torre di Mosto. A questi si aggiungono una serie di persone positive al virus residenti in questo territorio ma domiciliate fuori Ulss dove stanno trascorrendo il periodo di isolamento: 3 a Venezia, 2 a Padova, 2 a Motta di Livenza, 1 a Cortina d’Ampezzo.

All'ospedale di Jesolo i pazienti sintomatici ricoverati sono 22, in mattinata oltre alla sezione “Covid1” è stata attivata anche la “Covid2” con 2 posti letto occupati. Si registra l'ingresso di un ospite anche dalla Casa di Riposo Stella Marina, dimesso dal covid-hospital ma ancora bisognoso di cure prima del rientro al domicilio.


Cultura, Opitergino Mott.

Francamente smarcata su una bella fascia

Otto anni. Il numero dell’infinito. In attesa di festeggiare nella prossima stagione la formazione integrale delle Muse, quelle nostre amate Vergini Camene da sempre a tutela di tutto quanto fa onesta cultura. Da ZonaFest ai concorsi artistici, dai Salotti alle serate a tema, dalla partecipazione a eventi nella Città di Motta alle collaborazioni fuoriporta, specie nel capoluogo ambrosiano; o anche progettualmente in prima linea per i tredici lustri (sul palco o dietro le quinte) del sottoscritto, un tragitto ripercorso in sintesi presso gli spazi della Fondazione Giacomini, proprio là dove l’associazione pensata e presieduta da Barbara Turcolin rappresenta un frutto all’occhiello. Una partita al magnesio già lunga quanto tre mondiali di calcio; un impegno che si è rinnovato da ieri e fino al prossimo 7 gennaio con l’allestimento all’Oras di un’esposizione contestuale alle opere di di.segno in.forma. Questa quinta edizione, «Andiamo di corsa / Afferra il giorno», pone l’accento sul tempo che, come la giovinezza, ci fugge tuttavia. Una mostra interattiva e inclusiva, con tanto di Qrcode, aperta a una comunicazione sociale e a un dialogo oltre ogni scarto fra le generazioni, benché il concorso stesso privilegi la partecipazione dei bambini e dei ragazzi fino ai 17 anni.

(Sopra, nello scatto di Carlo Verado, il Consiglio Direttivo di Zona Franca. Da sx: Laura Driadi (consigliere), Lisa Colledan (tesoriere), Lavinia Longhetto (consigliere), Barbara Turcolin (presidente fondatrice), Chiara Moro (vicepresidente), Alessandra Maio (consigliere), Lia Zulianello (consigliere), Franco Tramarin (coordinatore comitato tecnico). Mancano soltanto la segretaria Raffaella Pea e Alessandro Mazzero che con la succitata Moro è titolare dello studio grafico Opificio)
Nessun oggetto disponibile.
Ultimo aggiornamento: 27/11/2020 22:22