Salute, Portogruaro

Covid. Il 22 febbraio aprirà il centro veccini del portogruarese

La popolazione residente nel portogruarese da lunedì 22 febbraio farà riferimento a un nuovo centro vaccinale anti-covid che sostituirà quello posto nel distretto sociosanitario, ex silos, di Portogruaro.

Il nuovo CVP (Centro Vaccinazione di Popolazione) sarà attivo in via Rivago 69 a Portogruaro, in un edificio dell’Eastgate Park provvisto di ampio parcheggio. Il personale dell'Ulss 4 in questi giorni sta ultimando l'allestimento.

Da lunedì mattina, all'arrivo nella nuova sede l’utenza troverà a disposizione un ampio parcheggio e una tensostruttura volta a proteggere l'eventuale attesa da eventuali intemperie atmosferiche. Varcato l’ingresso dell’edificio, in un’area accettazione personale dell'Ulss 4, effettuerà la registrazione e ci sarà la raccolta della documentazione dei singoli invitati. Gli utenti verranno poi indirizzati in un’ampia sala fornita di 5 postazioni e di sedie per l'osservazione post-vaccinale che prevede un'attesa di circa 15 minuti. E’ stata allestita inoltre un’infermeria utilizzabile dal medico presente in caso di necessità.

Come noto il reclutamento della popolazione da vaccinare viene effettuato mediante lettera postale inviata al domicilio. Tutte le persone residenti nel portogruarese che si vaccineranno a partire dal 22 febbraio troveranno già indicato nella lettera d'invito l'indirizzo della nuova sede e una piantina geografica che indica l'esatta posizione.

Il giorno della vaccinazione si raccomanda all'utenza di indossare indumenti che consentano l'agevole scopertura del braccio su cui verrà fatta l’inoculazione, di indossare la mascherina e di mantenere la distanza di almeno un metro dalle altre persone.

Nel caso di impossibilità a venire si chiede di comunicarlo al numero 0421-227879, dal lunedì al venerdì dalle ore 8.30 alle ore 13.30, oppure tramite mail a: vaccinazionecovid@aulss4.veneto.it.

La vaccinazione dovrà essere differita nei casi in cui l'utente abbia avuto un’infezione da covid negli ultimi 3 mesi; abbia avuto contatti con persone positive al covid negli ultimi 30 giorni e non abbia un tampone negativo. In tali casi si chiede al diretto interessato di comunicarlo ai numeri o mail indicati.

Riguardo al programma vaccinazioni, oltre alla classe 1941, si proseguirà poi con il coinvolgimento della popolazione classe 1940, 1939 e 1938, personale scolastico, categorie a rischio e poi le altre fasce di popolazione come previsto dal piano sanitario.

Agli anziani impossibilitati a recarsi nella propria sede vaccinale, l’immunizzazione potrà essere effettuata al domicilio con l'ausilio di personale del servizio di Assistenza Domiciliare Integrata.

Venezia

A San Michele al T.: interventi per la salvaguardia dagli allagamenti

“Stanno procedendo a pieno ritmo i lavori da parte del Consorzio di Bonifica del Veneto Orientale per la costruzione del nuovo sifone idraulico sul canale Fanotti nel comune di San Michele al Tagliamento, lungo la provinciale 42, all'altezza della zona Eridania. Sulla base di quanto mi è stato garantito da parte dei tecnici, a seguito di un mio sopralluogo successivo alle richieste dei cittadini, la soluzione percorribile per risolvere il problema è già stata messa in pratica e ora si tratta di velocizzare la costruzione, almeno in parte del manufatto necessario, sapendo che il bye-pass dall'altra sponda del canale non è fattibile. Da quanto mi è stato confermato dall'Ing. Grego, Direttore del Consorzio, è stata aumentata in modo considerevole la forza lavoro per cui si prevede che per il 25 febbraio ci possa essere l'apertura al transito delle auto in senso alternato. Si tratta di un'opera rilevante che permetterà ai territori di San Michele al Tagliamento, a nord della provinciale, di non avere più problemi di allagamenti provocati da fenomeni di carattere meteorologico come avviene da tempo. Per quanto riguarda l'importo dell'intervento, il finanziamento complessivo è di 1.540.000 euro di cui 500 mila della Regione, 550 mila del comune di San Michele, 200 mila del Consorzio di Bonifica e 290 mila della Città Metropolitana, per lavori riguardanti il potenziamento dell'impianto idrovoro di primo bacino, la sistemazione dei muretti e dei ponti sulla provinciale 42, in parallelo al canale Fanotti nonché, ultimo lavoro in fase di realizzazione, il sifone, il cui costo è di 280 mila euro, sottopassante del canale Finotti.” Lo dice il Consigliere regionale del Veneto Fabiano Barbisan.
Mondo, Cultura, Conegliano

Ciao Antonio Piccoli! Ci ha lasciati il patròn di Radio Conegliano

Oggi ha lasciato la vita terrena Antonio Luis Piccoli. Patron di Radio Conegliano, giornalista. Antonio lo conobbi quando diventai direttore del giornale Il Piave. Era il 2008. Me lo presentò l'amico prof. Gian Pietro Bontempi, che oggi vive in Brasile, il quale mi portò una mattina nella sede della Radio.

Di Antonio mi colpì la sua simpatia, diventammo subito amici, come se ci conoscessimo da una vita. E iniziò anche un percorso di collaborazione lavorativa. 

Antonio era nato nello stato del Rio Grande do Sul il 2 luglio del 1956. In comune avevamo anche la data di compleanno, io lo precedevo di un solo giorno e così ogni volta che iniziava il settimo mese dell'anno, ci ricordavamo di scambiarci gli auguri.

La famiglia Piccoli gestisce importanti emittenti radiofoniche nel sud del Brasile, dove vivono i discendenti dei nostri emigranti. Per questo decisero di acquistare alcuni anni fa l'emittente coneglianese. Antonio era laureato in giornalismo e pubblicità. È stato anche insegnante di giornalismo alla Pontificia Universita Cattolica (Puc) di Porto Alegre (Brasile).

Negli anni scorsi, quando ci trovavamo a pranzo in qualche ristorante della zona, prima di ripartire per gli impegni pomeridiani, si collegava con l'emittente brasiliana e mi passava la parola mettendomi in diretta per dare aggiornamenti sulla vita politica ed economica in Veneto e in Italia. E' stato lui (oltre al prof. Bontempi e al compianto prof. Meo Zilio) a farmi conoscere il grande fenomeno dell'emigrazione che a fine Ottocento vide partire circa un veneto su due per le terre del sud America.

Il nipote Marcos Dytz Piccoli che è alla guida del gruppo RSCOM, così lo ricorda: "Un sognatore, un combattente, un visionario caro a tutti. La radiodiffusione perde un leader".

Quando lo vedevo lavorare per servizi internazionali, dava il meglio di sé, dimostrando la caratura per cui era conosciuto e apprezzato nel suo paese di origine. Mi ricordo le interviste al G8 dell'agricoltura a Castelbrando a Cison di Valmarino organizzato dall'allora ministro dell'agricoltura Luca Zaia nel 2009. Trascorremmo tre giorni di lavoro intenso ma anche entusiasmante. Mi tornano alla mente anche le presenze alla Fiera del Gelato di Longarone, dove andammo più volte assieme (approfittavo per portare anche i miei figli per una scorpacciata di gelato!). Mi piaceva veder lavorare Antonio, impegnato nelle pubbliche relazioni e nelle interviste in lingua portoghese.

Ci ha dato una grande lezione di umanità e generosità. Sempre gentile e sorridente. Sempre positivo, anche nella malattia, che lo ha colpito duramente due volte. Qualche anno fa con un brutto male alla gola, superato dopo pesanti cure, e poi circa un anno fa con il male che si è ripresentato colpendolo a una spalla, causandogli anche forti e continui dolori.

Ci mancherai Antonio. Eri solito mandarmi degli audio messaggi per WhatsApp. Ed ora riascolto l'ultimo, di una quindicina di giorni fa. La voce affaticata, sofferente. Ma non ti lamentavi mai. Pensavi sempre con ottimismo al futuro.

Negli ultimi anni, in estate, ci trovavamo nella mia baita in montagna, ai margini del Cansiglio, per una grigliata fra amici. La scorsa estate abbiamo saltato, mancavi tu, ma ci eravamo promessi di ritrovarci. 

Ci ritroveremo, un giorno. Buon viaggio Antonio. Salutaci da lassù, continuando a essere un riferimento per i tuoi cari, per la tua bellissima figliola Giuliana di nove anni, per tua moglie Maristella, e per tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerti. 

Obligado Antonio. Grazie, per i valori umani che ci hai trasmesso nel tratto di strada che abbiamo percorso assieme.

Alessandro Biz
Portogruaro

Vaccinazioni alla Residenza “Francescon” di Portogruaro

Terminate le vaccinazioni alla Residenza per Anziani "Francescon": vaccinato il 94% degli ospiti e il 92% del personale. Questo il bilancio del ciclo di inoculazioni conclusosi nei giorni scorsi nella struttura di Portogruaro, realtà che come le altre è rientrata nella prima fase della campagna predisposta dal piano sanitario regionale.

Entrando nel dettaglio, su 135 anziani presenti, il 94% risulta vaccinato. Quattro ospiti (3%) non hanno potuto essere vaccinati per parere medico, mentre 4 sono entrati nella Residenza dopo la sessione vaccinale e per loro si procederà alla prima occasione utile. Si tratta, per questi ultimi, dei primi nuovi ingressi del 2021 alla "Francescon". In nessun caso c’è stata l’opposizione della famiglia.

Su 127 lavoratori, invece, ha fatto il vaccino il 92%, ossia 117 operatori. Sette di questi, il 5,5%, non hanno potuto vaccinarsi per parere medico o perché sono risultati positivi negli ultimi 90 giorni.

Tre lavoratori (il 2,5%) non si sono vaccinati per scelta e in merito a questi ultimi la Direzione dell'ente sta valutando come procedere e quali azioni adottare.

«Con la conclusione della vaccinazione», commenta Sara Furlanetto, presidente dell'Ipab

"Francescon", «abbiamo fatto un primo e importante passo in avanti. I numeri raggiunti sono importanti, soprattutto tra il personale. Ci auguriamo ora che la campagna vaccinale possa proseguire celermente anche sul resto della popolazione, in modo da poter tornare quanto prima alla normalità anche all'interno della nostra struttura, con visite senza ostacoli e la presenza, come sempre accadeva, di tante iniziative a favore nei nostri anziani. Continueremo comunque – conclude Furlanetto - a mettere in atto ogni dispositivo di sicurezza al fine di evitare il contagio, come fatto fino ad ora, seguendo i protocolli e le disposizioni vigenti».

Le visite, in queste settimane, non si sono mai fermate. Gli ospiti, entrati sempre dall'esterno, previa misurazione della temperatura e sanificazione, hanno potuto incontrare i familiari attraverso i consueti separé e divisori.

Portogruaro

I dati di Confcommercio sul fatturato nel Portogruarese

Nel 2020 i fatturati delle imprese del commercio, della ristorazione e del ricettivo nel Portogruarese sono calati mediamente di circa un terzo rispetto al 2019. E' questo il risultato dell'analisi eseguita dal Centro Studi di Confcommercio Portogruaro – Bibione – Caorle che ha esaminato i primi dati contabili forniti dalle imprese del mandamento a consuntivo dell'attività svolta nel corso dell'anno da poco concluso. Un “annus horribilis”, purtroppo, per le aziende del terziario, messe in ginocchio dall'emergenza Covid-19 e dalle conseguenti chiusure forzate e restrizioni imposte dall'Autorità di Governo per arginare i contagi.

Secondo i dati raccolti da Confcommercio su un campione di alcune centinaia di aziende con sede legale nei Comuni del Portogruarese, è possibile stimare la riduzione di fatturato rispetto al 2019 del settore terziario nel mandamento in circa il 31%. Va ovviamente ricordato che questo calo nei fatturati ha avuto una significativa ripercussione sul reddito e sul patrimonio delle aziende, visto che in diversi casi il guadagno effettivo si è pressoché azzerato, per non parlare delle numerose attività che già nel 2019 facevano fatica a far quadrare i conti e che nel 2020 hanno registrato solamente perdite.

Andando ad analizzare i dati relativi alle imprese site nel Comune di Portogruaro e nei comuni limitrofi alla città del Lemene, il calo dei fatturati si è attestato attorno al 30% rispetto ai 12 mesi precedenti.

Leggermente più alta, pari a circa il 33% sono le riduzioni del fatturato accertate nel 2020 per le aziende con sede legale nel Comune di Caorle.

Quanto al Comune di San Michele al Tagliamento, ed in particolare alle attività con sede nella frazione turistica di Bibione, il calo nel fatturato è stato pari a circa il 31,5%.

Altro Comune in cui è stata eseguita un'analisi dettagliata da parte del Centro Studi di Confcommercio Portogruaro – Bibione – Caorle è quello di S. Stino di Livenza, dove il calo di fatturato delle aziende del settore terziario ha raggiunto la misura del 30%.

“Questi dati purtroppo non ci sorprendono e confermano le difficoltà delle nostre imprese, messe in ginocchio dagli effetti economici della pandemia – è il commento del presidente di Confcommercio Portogruaro – Bibione – Caorle, Manrico Pedrina – A soffrire sono tutti i settori, dalla ristorazione, colpita dalle chiusure forzate e nelle località turistiche dal minor afflusso di turisti registrato la scorsa estate, al commercio tradizionale che, oltre ad aver pagato le conseguenze del lockdown, patisce ora la scarsa propensione alla spesa dei consumatori, sempre dovuta agli effetti depressivi legati alla pandemia. Non dobbiamo dimenticare, inoltre, i tanti posti di lavoro stagionali che si sono persi nel corso del 2020 e che hanno inciso sul portafoglio delle famiglie che vivono grazie ai flussi turistici in arrivo a Caorle e Bibione. Il 2021 si è aperto con la speranza del vaccino, ma la battaglia contro il virus durerà ancora a lungo. Mai come oggi urge la creazione di una rete sinergica tra imprese, associazioni di categoria, sistema bancario ed amministrazioni pubbliche, a partire dai Comuni e poi a salire fino al nuovo Governo Draghi, in via di formazione, che speriamo sappia ben investire i fondi del Recovery Plan, sostenendo in particolare le attività del nostro comparto, tra i più colpiti da questa imprevedibile crisi economica”.

Sport

Sci. Dopo il via lo stop fino al 5 marzo

Il ministro della Salute Roberto Speranza ha firmato un provvedimento che vieta lo svolgimento delle attività sciistiche amatoriali fino al 5 marzo 2021, data di scadenza del DPCM 14 gennaio 2021. "Il Governo - ha detto Speranza - si impegna a compensare al più presto gli operatori del settore con adeguati ristori".

Attaccano i ministri Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia. "La montagna, finora dimenticata, merita rispetto e attenzione: che risposte si danno e in che tempi al documento predisposto dalle regioni? Non è solo questione di cifre: non è detto nemmeno che bastino i 4,5 miliardi richiesti quando la stagione non era ancora compromessa, probabilmente ne serviranno di più, a maggior ragione se ci sono altri stop.

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Gli indennizzi per la montagna devono avere la priorità assoluta, quando si reca un danno, il danno va indennizzato; già subito nel prossimo decreto".

"Per l'economia delle Regioni è una mazzata all'ultimo secondo - ha detto il Coordinatore della Commissione speciale Turismo ed Industria alberghiera della Conferenza delle Regioni, Daniele D'Amario - perché dopo due rinvii arriva un altro stop. Le Regioni in zona gialla si erano organizzate per attuare un protocollo di sicurezza e ingaggiare personale adeguato, ma si rispegne una macchina che si era messa in moto nel rispetto delle regole".

Per l'Anef, l'Associazione Nazionale Esercenti Funiviari "dopo il 3 dicembre, il 7 gennaio, il 18 gennaio e il 15 febbraio, adesso la proroga al 5 marzo. Ormai la stagione è saltata, ci sentiamo presi in giro di fronte a tutto quello che abbiamo speso per l'apertura di domani, in vista della quale abbiamo assunto altro personale. I ristori siano immediati, altrimenti il comparto va in fallimento. Siamo il settore più penalizzato: da 12 mesi senza un euro di incasso ma con spese e stipendi da pagare. La cassa integrazione è arrivata a dicembre, da luglio lavoravamo per preparare l'inverno".

"Una decisione dell'ultimo secondo che dà un ulteriore colpo gravissimo a un settore che stava faticosamente riavviando la propria macchina organizzativa": così il presidente della Lombardia Attilio Fontana ha commentato l'alt alla riapertura domani degli impianti sciistici da parte del ministro Speranza. "Ancora una volta - ha aggiunto - si dimostra che il sistema delle decisioni di 'settimana in settimana' è devastante sia per gli operatori, sia per i cittadini".

"Il Cts aveva i dati dei flussi già da martedì quindi poteva dare una indicazione" che avrebbe permesso al ministro Speranza di "prendere una iniziativa più tempestiva" e non decidere di prorogare la chiusura degli impianti da sci, che avrebbero dovuto aprire domani, al 5 marzo. Letizia Moratti, assessore al Welfare della Lombardia, ai microfoni del TgR, è partita da questo per spiegare che si tratta di "un danno grave agli operatori". "Quello che chiediamo al governo è avere tempi più certi e non avere aperture e chiusure così a ridosso l'una dall'altra rispetto ai tempi in cui si devono preparar" ha aggiunto.

Per il presidente della Regione Valle d'Aosta, Erik Lavevaz "una chiusura comunicata alle 19 della vigilia dell'apertura, prevista da settimane, dopo mesi di lavoro su protocolli, assunzioni, preparazione delle società, è sinceramente inconcepibile. Pur capendo le motivazioni sanitarie, la procedura non è sinceramente spiegabile e certamente non è un segno di rispetto e di correttezza di tutto il mondo economico che gira intorno alla montagna e allo sci. Sono molto amareggiato".

Il presidente dell'Emilia-Romagna e della Conferenza delle Regioni, Stefano Bonaccini esrpime "stupore e sconcerto, anche a nome delle altre Regioni, per la decisione di bloccare la riapertura degli impianti sciistici a poche ore dalla annunciata e condivisa ripartenza".

Scattano intanto i cambi di "colore" in alcune regioni, con il governo che boccia la richiesta della Liguria di posticiparli di 24 ore per salvare i pranzi di San Valentino. La regione diventa arancione insieme ad Abruzzo (con Chieti e Pescara zone rosse per decisione del governatore), Toscana e la provincia di Trento.

Il Cts aveva già espresso contrarietà alla riapertura degli impianti sciistici. Alla luce delle "mutate condizioni epidemiologiche" dovute "alla diffusa circolazione delle varianti virali" del virus, "allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale". Di qui la richiesta del Comitato di "rivalutare la sussistenza dei presupposti per la riapertura" dello sci, "rimandando al decisore politico la valutazione relativa all'adozione di eventuali misure più rigorose".

Dal canto suo, consigliere del ministro della Salute, aveva detto che è "urgente cambiare subito la strategia di contrasto al virus SarsCov2: è necessario un lockdown totale in tutta Italia immediato, che preveda anche la chiusura delle scuole facendo salve le attività essenziali, ma di durata limitata.Inoltre va potenziato il tracciamento e rafforzata la campagna vaccinale".

E' "evidente - avverte - che la strategia di convivenza col virus, adottata finora, è inefficace e ci condanna alla instabilità, con un numero pesante di morti ogni giorno".

"Non ho parole. Non se ne può più di 'esperti' che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze, fregandosene di tutto e tutti. Confidiamo che con Draghi la situazione torni alla normalità". Con queste parole il segretario della Lega Matteo Salvini, interpellato da Affaritaliani.it, commenta le parole di Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute, che ha affermato che chiederà a Roberto Speranza un lockdown totale con la chiusura anche delle scuole.

Poi il leader leghista, a Mezz'ora in più' su Rai3 torna sul tema. "Prima di terrorizzare gli italiani - dice Salvini - fai il favore di parlarne con il presidente del Consiglio". "Non ci sta che un consigliere una domenica mattina si alzi e senza dire nulla al suo ministro o al presidente del Consiglio - ha aggiunto - parli di una chiusura totale. Io credo che la gente più lavora e meno parla e meglio è".

"Tutte le sante domeniche il super consulente del Ministero della Salute #Ricciardi invoca un nuovo lockdown totale. Ogni domenica i cittadini e le imprese italiane si chiedono perché non sia possibile un #lockdown ad personam per Ricciardi. Aiuto... Presidente Draghi...". Lo scrive su twitter il governatore ligure Giovanni Toti.
Politica

Remo (Sernagiotto), per remare lontano

Vi parlerò di un amico, un fratello incontrato nel corso del mio cammino; un fratello ed un amico perduto troppo presto: Remo Sernagiotto. Un uomo buono, volenteroso e generoso. Con cui ho lavorato alacremente a convegni, incontri pubblici, iniziative politiche e mille trasmissioni televisive fatta insieme.
Una persona creativa e instancabile, un padre di famiglia che aveva sempre creduto in me. Lo avevo ricambiato con l’impegno, il rispetto e l’affetto che si debbono a chi è onesto e che si merita, con gli interessi, chi è autentico. E lui lo è sempre stato. Autentico e onesto.

Remo se n’è andato domenica 29 novembre 2020. Era ancora troppo giovane, perché aveva solo 65 anni. E tante cose ancora da fare, davanti a sé.
Ma il libro del suo destino, nella sua imprevedibilità a volte crudele, aveva altri programmi. E li ha attuati, indifferente a tutto e tutti.
Politico e imprenditore, Sernagiotto era stato colto da un grave arresto cardiaco. Venendo ricoverato, in condizioni disperate, nell’Unità di terapia intensiva coronarica dell’ospedale Cà Foncello di Treviso.

Purtroppo troppo a lungo il cuore non aveva pompato sangue verso il cervello e l’ipossia aveva prodotto conseguenze irreparabili per il suo organismo. Così, le funzioni di organi vitali si sono progressivamente deteriorate. Fino all’epilogo, che ha lasciati attoniti, sgomenti.
Rimangono, per chi resti e gli abbia voluto bene, tra le pagine chiare e scure, domande inquietanti e angosciose: se i soccorsi chiamati dalla moglie Maurizia e dal figlio Gregorio fossero arrivati ancora prima? E se l’ambulanza avesse avuto un defibrillatore a bordo? Avrebbe potuto forse essergli di aiuto?

Remo non stava bene da un po’, raccontano i familiari che lamentava dei fastidiosi disturbi al cuore: così, una settimana prima del malore fatale, era andato in ospedale, a Montebelluna, per farsi visitare.
Ma i medici lo avevano rimandato a casa. La diagnosi, a quanto pare non avrebbe palesato alcun allarme serio. Insomma, la cura poteva essere domiciliare.

E se invece lo avessero ricoverato. Se avessero provveduto a controlli più accurati e ad analisi più precise e stringenti, a quel suo cuore che era stato già sottoposto, circa un anno prima, ad un intervento di routine per dei bypass. Se non ci fosse stata in atto anche la congiuntura dell’emergenza per il maledetto “carognavirus”, che pare aver fagocitato la nostra, pur eccellente, sanità pubblica veneta. Se...se...
A questo punto, non serve più chiederselo. Recriminazioni, rimorsi e dubbi laceranti lasciano alimentano soltanto altro dolore, in chi gli voleva molto bene e lo stimava. Tra cui me.

Sernagiotto era un combattente di natura e non si è arreso subito: ha lottato strenuamente per sei giorni, sospeso tra la vita e la morte, dopo l’arresto cardiaco devastante che lo aveva colto al mattino presto, a casa sua. Con i bollettini medici che, in uno stillicidio insopportabile, fornivano via via notizie di ulteriori, progressivi aggravamenti delle sue condizioni di salute.
La sua natura profonda ed incoercibile, credo fosse già contenuta e custodita nel nome di battesimo: Remus, dal latino, la radice etimologica riposa nel greco antico, vuol dire “che scorre”. Fratello di Romolo e ucciso da questi perché aveva commesso il gesto d’imprudenza intollerabile di superare il solco sacro di Roma.

E veramente Remo scorreva, fluido e instancabile come un fiume di vitalità mai sopita, tra idee e progetti. Programmi e intenzioni. Sogni e bisogni. Senza temere mai conseguenze dall’inevitabile superare “il solco”, il confine tra ciò che è conosciuto e abituale e quello che, invece, richiede visione e perfino coraggio di azzardare il nuovo, il necessario cambiamento. Pensare che quel grande “fiume”, fresco di voglia di vivere, si sia improvvisamente arrestato, inaridendosi, mi fa pensare che da ora in avanti, saremo tutti più aridi.

Remo dunque era fiume che scorre, ma era anche roccia imponente ed era sfida fluente, era silenzio delle valli e suoni argentini della città, era concetto incarnato di vita e volontà di cavalcare il vento, che soffia impetuosamente dal desiderio di migliorare il mondo. Ognuno per l’oncia che riguarda la propria parte. Senza correre il rischio di fare da spettatori passivi della vita.

Remo era la bandiera che garrisce alla luce del sole ed era respiro infaticabile di un’atleta della tenacia, che compie in ogni giorno nuovo lo slalom tra gli ostacoli del “non si può fare” e contemplando, a volte come una necessità, anche l’azzardo impavido per conseguire il risultato. Ma non a ogni prezzo, intendiamoci. Bensì confidando vigorosamente nella forza delle sue gambe, per scalare la vetta rimasta finora inviolata. E regalandosi un breve sorriso dei suoi, tra le nuvole più alte, e poi tornare giù, per poter immaginare un’altra impresa. Attenzione: mai fine a se stessa. Sempre da condividere, con vecchi e nuovi compagni di cordata.

Il suo impegno, figlio di un’anima di una bellezza semplice e sopratutto autentica, forgiata nel lavoro umile e onesto sul territorio che lo esprimeva, era sempre coniugazione del singolo con lo spirito di squadra. In Remo, l’io non avrebbe mai potuto fare a meno del noi.
Remo Sernagiotto ci lascia un messaggio prezioso: quello di credere sempre nelle nostre sconfinate possibilità di esseri umani, quando non siamo soli, quando non abbassiamo le saracinesche del cuore e non ci rassegniamo alla immodificabilità dello status quo.

Arrivava da me, negli studi di Canale Italia, guidando la sua guizzante Mini. Diciamo che faceva parte integrante del suo dna uno spirito di indipendenza ed autonomia, anche quando – da assessore regionale – avrebbe avuto diritto all’auto blu con autista.

Persino la controversa vicenda della pistola, narrata clamorosamente dai media, in tempi di polemiche feroci sulla legittima difesa, non era stata ostentazione muscolare di aggressività guerrafondaia. Bensì era piuttosto rappresentazione lampante dello spirito adulto, liberale, laborioso e intraprendente di chi non si è mai aspettato la manna dal cielo (pubblico), ma si è sempre rimboccato le maniche, per fare da sé ciò che ciascuno avrebbe potuto e dovuto fare. Senza dipendere da nessuno. Senza indugi: non aspettare che il vento soffi dentro la tua vela, soffiaci dentro prima tu.

Con il tempo, lentamente, avevamo imparato a fidarci ed affidarci vicendevolmente l’uno nell’altro. Nelle piccole e grandi cose della vita.
L’estate, poi, ci ritrovavamo tra Caorle e Porto Santa Margherita, con altri amici come Bruno Rosselli, a parlare di politica e futuro: Remo era un vulcano festoso in perenne eruzione, sempre pieno di slanci e proposte. Andavamo in giro in bicicletta, sul magnifico litorale caorlotto: e Remo si fermava a salutare tutti e per ciascuno aveva una parola affettuosa, un invito a ritrovarsi presto, magari davanti ad una pizza o ad un calice di prosecco.

A volte, mi fermavo a passare la notte all’hotel San Giorgio, e siccome la mattina dopo, magari, ero di turno in conduzione a “Notizie Oggi”, Remo si presentava puntuale alle 3 del mattino nella hall dell’albergo e mi faceva buttare giù dal letto dal portiere di notte. Scendevo assonnato e me lo ritrovavo davanti, molto più sveglio e pimpante di me, con cornetti e caffè fumante su un vassoio, prima di iniziare il viaggio andata e ritorno verso Padova.

Le ore trascorse in macchina, quando non era ancora l’alba, le impiegavamo in lunghe conversazioni, su temi ed argomenti anche molto personali. Era come una vicendevole confessione laica. Esplorandoci a cuore aperto, diretta e senza contorti giri di parole. Rispettando l’importanza del dubbio, oltre che chiarendoci reciprocamente le poche certezze che avevamo maturato assieme. Mi fidavo di lui e lui credo si fidasse di me. E ci volevamo bene, ci rispettavamo, nella nostra diversità: io un giornalista portato all’astrazione a volte indeterminata, lui un uomo del fare e del realizzare.

Ne ho un ricordo vivido e tenero, di quelle chiacchierate pacate e a fari accesi, quel legame confidenziale, con la convinzione di un tempo utile, di momenti preziosi perché vissuti in sintonia umana, intellettuale e culturale con un amico sincero e leale, oltre che naturalmente di valore. Qualcuno a cui potessi raccontare e confidare aspetti delicati e sensibili della mia vita, sicuro che sarebbero stati al sicuro. Sì, con Remo ero in buone mani.
Ecco, le mani.

Come dicevo, Remo Sernagiotto aveva la predisposizione istintiva al lavoro quotidiano, verso cui nutriva un rispetto sacro. Intendo il lavoro pratico, quello che si fa metodicamente e con la forza delle mani. E che ricevi come un testimone tenace e rassicurante da altre mani, quelle di chi ci ha preceduti. Il più alto valore educativo deriva dall’esempio.

Dopo che entrammo in confidenza, mi disse: “Vieni da me che ti do due treni di gomme per l’auto. Uno di pneumatici lisci e uno per l’inverno. E non accetto un no”. Quindi lo feci, così per anni mi sono ritrovato alla “Sernagiotto Gomme” sulla strada Feltrina, ad ogni cambio gomme stagionale, con altri amici, tra cui per esempio Maurizio Sacconi o Luca Badoer collaudatore della Ferrari, travolti dalla medesima generosità di Remo. Che parlava con noi, mentre i suoi meccanici ci facevano la convergenza e intanto, contemporaneamente, rispondeva a 45 telefonate al minuto, perennemente attaccato al filo penzolante dell’auricolare del suo telefonino.

Lui aveva veramente a cuore il coraggio, la passione, il talento, che si augurava specialmente nei giovani: e Remo, come un rabdomante, riusciva ad intuire ed intravvedere queste qualità negli altri, soprattutto in controluce, quando l’ombra dell’innato pudore, della riservatezza e persino della timidezza offuscano in parte la visibilità di ciò che una persona può essere per gli altri, oltre che per se stessa.

L’addio gli è stato dato in un Duomo di Montebelluna gremito di gente, venerdì 4 dicembre, una giornata fredda e piovosa. E remo è stato ricordato con parole toccanti dall’adorata moglie Maurizia: “È stato per me facile amarlo e per voi volergli bene. Era una persona generosa. Ricordatelo con quel sorriso che aveva sempre sul volto”. Dalla figlia Gloria: “Eri il mio rifugio, la mia guida, solo tu sapevi rassicurarmi e consigliarmi. Non sapevi dire no a nessuno, sapendo perdonare l’imperdonabile. Dicevi che è sciocco sprecare attimi di vita per serbare rancore. Eri così innamorato del tuo piccolino che in questi giorni continua a chiedere di te. Tornerò a essere felice, lo devo soprattutto a te». E dal figlio Gregorio, il primo a prestargli soccorso: “Mi dicesti un giorno che un posto lasciato vuoto da noi sarà preso da altri, ma il tuo posto nel nostro cuore non potrà mai prenderlo nessuno».

Dicevo, l’amico Remo Sernagiotto è stato un noto imprenditore nel settore dei pneumatici. La politica è stata per lui una passione bruciante, pervasiva, irrinunciabile. Che Remo aveva coltivato da giovane, prima militando nella Dc. Poi con la nascente Forza Italia, di cui è stato un motore formidabile. Ed infine approdando in Fratelli d’Italia. L’impegno politico lo ha portato a mettere assieme, pazientemente e mai bruciando le tappe, una lunga gavetta. A partire dal consiglio comunale di Montebelluna, fino a raggiungere prima il Consiglio regionale del Veneto, da consigliere ed assessore al sociale, fino ad arrivare agli scranni del Parlamento europeo. 
Nel 2014 Remo Sernagiotto è eletto al Parlamento europeo con ben 21.889 preferenze e rinuncia all’incarico regionale.
Ma Remo non aveva una “carriera”, come possiamo intenderla noi. Aveva amore per le cose che faceva e soprattutto per il prossimo che incontrava lungo la sua strada. Adesso che prendo consapevolezza che non mi squillerà più il cellulare, sentendo la sua voce investirmi di febbrile entusiasmo e indomita positività, mi pervade la malinconia e tanti ricordi mi si affollano in mente. Ricordo, per esempio, la gioia, costruita un mattoncino alla volta, per la creazione della magnifica Country House di Crocetta del Montello, dove presentai il mio romanzo “Il Domatore del Fuoco”, con lui accanto.

Crocetta, dunque. Un luogo accessibile ed aperto di relazioni, di incontro, di confronto, di riposo e di immersione nella bellissima natura attorno. Un posto reso possibile ancora una volta dalla sua lungimirante intuizione: unire, non dividere; armonizzare la voglia di partecipazione di ciascuno, per la propria parte, in una sorta di azionariato popolare. Una cooperativa basata sugli ideali e la concretezza, che quegli ideali rende spendibili e non fumosi, astratti, a volte ipocriti voli pindarici. Insomma, rendere la speranza un progetto pratico, magari rivedibile, correggibile con sano realismo in corso d’opera, a seconda dei materiali disponibili: ecco, di questa profonda convinzione di Remo Sernagiotto, Crocetta del Montello è il simbolo illuminato. Ne era orgoglioso.
E poi Cortina d’Ampezzo: la sua “creatura” forse più illustre.
Ci lavorai a lungo con lui e Leonardo Padrin, fin dagli albori. Dopo un prologo a San Martino di Castrozza, nel 2000 organizzammo la prima di una lunga serie di fortunate edizioni.

All’inizio, posso dire che ci credeva ciecamente soltanto Remo e sfidava le nostre prudenziali cautele. Infine, salirono tutti sul carro del vincitore. Anche quelli che, per gelosia politica e personalistica, avevano tentato maldestramente di affossare la tre giorni sulla Perla delle Dolomiti contrapponendole altri convegni “gemelli”. Come quello di Jesolo. Vennero tutti a Canossa e ricordo quanto ne ridemmo, lui ed io. Una macchina complessa, con l’infaticabile Barbara Trentin a tirare le fila, i figli di Remo giovanissimi ma già impegnati a dare una mano. Centinaia di persone da ospitare e sfamare, negli alberghi ampezzani. Decine di inviati di stampa e tv. Ospiti illustri. Chiesi all’amico Mario Chiavalin di mettere a disposizione i suoi potenti mezzi per fare la diretta di tutti gli incontri, nella tensostruttura del palazzetto che sorgeva nel grande parcheggio di Cortina.

Fu un successo incredibile: basato su una costante, continua riflessione tra Remo e me, ovvero che il potere per il potere, non basta e non dura, se non si sorregge sulle analisi, il ragionamento, le idee ed i contenuti, elaborati nel confronto anche tra anime diverse. Insomma, senza trasfusioni di vita vera.
Ci voleva un pensatoio, un luogo frizzantino e indomabile, insomma una sorta di “incubatrice” di politica viva, in cui ci si sentisse liberi di esprimere le proprie opinioni, anche dissonanti dalla linea ufficiale del partito e di confrontarle apertamente con gli altri. Un luogo di parola e di ascolto. Di crescita comune, come poi avvenne: naturalmente, il meeting settembrino di Cortina d’Ampezzo divenne un punto di riferimento nel dibattito politico nazionale.
Così, chiesi ed ottenni di non creare una sorta di sinedrio, il consueto recinto asfittico, all’insegna dello sterile e autoreferenziale unanimismo. Del quanto siamo belli, bravi e infallibili. Con un coté di ruffianerie e cortigiani, dalla lingua usurata per un improprio ed eccessivo utilizzo.

Remo mise da parte le legittime perplessità: “Va bene, Gianluca. Ti credo. Facciamo come dici tu. Se va male, pazienza. Lasciamoli criticare”. E fu così che potei offrire una mattinata memorabile che condussi sul palco, in un palazzetto letteralmente sold out, con il mio caro amico Luigi De Marchi, fondatore della psicopolitica.

Infine, la parte più sofferente e oscura di questa storia. Che sta forse all’origine della fine prematura di Remo.
Il mio riferimento va alla vicenda del processo per Cà della Robinia. E allo sciacallaggio infame che è stato messo in atto ai danni della onorabilità di Sernagiotto. Con accuse francamente indecenti.

Le indagini della Procura di Treviso scattarono nel 2016, quando Ca’ della Robinia fallì. In quel crac, gli inquirenti ravvisarono una serie di bancarotte fraudolente. La cui genesi svelò una presunta truffa. Di quando si era arrivati alla convenzione tra la società “Ca’ della Robinia cooperativa sociale” e la direzione dei Servizi sociali della Regione. Assessore era Sernagiotto.

Ballava una presunta mazzetta da 63.680 euro: «Sono sempre stato un uomo delle istituzioni – ricordo che aveva commentato Sernagiotto, al momento del rinvio a giudizio – e ora a processo potrò dimostrare la mia innocenza e soprattutto di non aver mai tradito le mie responsabilità di amministratore pubblico». Al processo, Remo era stato difeso dall’amico avvocato Fabio Crea, che ha seguito la famiglia Sernagiotto anche nei frangenti più drammatici.
La recente sentenza della Corte dei Conti ha assolto di fatto Remo Sernagiotto. Condannando invece i titolari di Ca’ Della Robinia a restituire i tre milioni di finanziamento della Regione per far diventare l’ex Disco Palace una comunità per persone diversamente abili. E trasformata invece in una birreria.
Secondo l’avvocato Crea, questa è la prova che la parte politica non sapeva nulla dell’imbroglio.

E che ne sarà adesso del procedimento penale? Lo chiedo a Fabio Crea: “Auspichiamo di poter continuare ad andare avanti nel processo penale, per dimostrare fino in fondo la sua innocenza”. Il presidente del Tribunale di Treviso si è detto favorevole. Così, a marzo riprenderanno le udienze.
Sono d’accordo di non fermarsi, nonostante la scomparsa fisica di Senagiotto. Anzi, credo che la difesa attiva della memoria di Remo dipenda da noi, che gli siamo stati vicini: Sernagiotto era innocente. E con quella storiaccia non c’entrava niente.

Ma ciascuno di noi è ciò che appare durante una burrasca, nel bene e nel male, nella destrezza e nell’incapacità: ci si conosce nelle difficoltà. E’ la crisi, a portare a un opportuno tumulto interiore, che ci obbliga a un esame. Che costringe ognuno a guardarsi allo specchio e a dirsi la verità, invece di raccontarsela.
E questo deve avere compiuto Remo: mi immagino che, al suo iniziale senso di smarrimento, si sia, nel tempo, sostituito qualcosa di diverso: la paura. Paura non per la propria sorte. Ma per i familiari. Le persone che avevano creduto in lui. E infine timore per un’umanità miope alle proprie responsabilità che, nel corso della storia, non è ancora riuscita a interrompere un circolo vizioso di antichi schemi, paradigmi ricorrenti, ciechi automatismi. Mentre la Banalità, regina indiscussa dei media e della tecnologia digitale, sta appiattendo tutto, tutto omologa, tutto priva di sapore, senso, memoria.

Eppure, le persone che più ammiriamo, cioè le voci fuori dal coro, in ogni ambito, hanno in comune un vissuto di dolore. Anche per l’amico Remo era stato così: come se questo dolore sia in realtà un regalo difficile da ricevere e una preziosa risorsa evolutiva. E insomma, la “sicurezza” che bramiamo tanto, non sia la miglior palestra dove sviluppare il proprio pieno potenziale umano.
Remo Sernagiotto credeva in un mondo di donne e uomini che, con umiltà e coraggio, guardando in faccia la realtà, si aprono a un più che necessario cambiamento. Personale e collettivo.
Perché è la Verità, non il “raccontarsela”, la pietra angolare di ogni presa di coscienza, di ogni assunzione di responsabilità: il solido terreno su cui costruire un futuro che abbia un senso.

Io credo che Remo fosse uno straordinario “Cacciatore di Orizzonti”. Un uomo, vulnerabile e sincero, forte e sognatore, che – per dirla con Romano Guardini, un fine pensatore del secolo che ci ha preceduto – aveva imparato a “tenere se stesso nelle proprie mani”. Mettendosi al servizio di autonome personalità, in difficile ed a volte contraddittoria costruzione, affinché sia possibile ritrovare nei nostri cuori e nell’anima ciò che non abbiamo ancora scoperto. Recuperando così la più genuina carica antagonista verso l’attuale, sonnolenta organizzazione della vita. E di una politica meschina e squallida.

Il grande Raffaello Sanzio diceva che “l’ottimo pittore dipinge non quel che la natura mostra di aver fatto. Ma ciò che non ha ancora fatto”: Remo Sernagiotto era capace di dipingere una nuova natura umana, perché la intravvedeva dove ancora non c’era.
Un racconto eschimese, “rivisitato” con sensibilità e poesia da Simone Weil, spiega l’origine della luce. E ci fa capire quanto sia potente e “rivoluzionaria” la trasparente e mite volontà buona: “Il corvo che nella notte eterna non poteva trovare cibo, desiderò la luce e la terra si illuminò. Se c’è un vero desiderio, se l’oggetto del desiderio è veramente luce, il desiderio della luce produce la luce”. Essere cacciatori di orizzonti e di luce era la missione di Remo Sernagiotto.
Albert Camus, un secolo fa, spiegava: “Quando si sostituisce alla parola dignità la parola successo, è la crisi”. Questa è la “peste”. La mancanza di senso del decoro e di dignità.
Invece, Remo era composto di dignità, visione e umanità.
Per remare lontano, sempre con noi.
Lo farà ancora, magari ancora più lontano di questa lontananza.

Gianluca Versace
Giornalista e scrittore

Articolo che uscirà la prossima settimana nell'edizione cartacea del periodico Il Piave
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Ultimo aggiornamento: 04/03/2021 17:07