Portogruaro

Fabiano Barbisan chiede ai prefetti i dati dei migranti 

Il Consigliere regionale Fabiano Barbisan, unitamente ai colleghi componenti del Gruppo consiliare Centro Destra Veneto – Autonomia e Libertà Stefano Casali e Andrea Bassi, ha presentato in una conferenza stampa a Palazzo Ferro Fini a Venezia l'iniziativa che è stata intrapresa nei confronti delle Prefetture del Veneto in relazione al problema dei migranti.

Nello specifico, si tratta di una lettera, inviata ai 7 Prefetti, nella quale vengono chiesti, per fini istituzionali, “con una certa urgenza e con cadenza mensile”, i dati relativi al numero dei migranti che arrivano in Veneto e, contestualmente, quelli relativi al numero di rimpatri effettivamente disposti verso gli immigrati che, a seguito di verifica, si sono rivelati sprovvisti dei requisiti necessari ai fini della permanenza legale sul territorio sia regionale che nazionale.

“Se non rimpatriati – ha sottolineato Barbisan – tale individui rimarrebbero infatti in uno stato di clandestinità nel nostro territorio con tutte le conseguenze del caso, non solo sotto l'aspetto logistico ma anche e soprattutto sotto quello della sicurezza. D'altro canto sarebbe una circostanza illegale e pertanto inaccettabile per ogni istituzione dello Stato”.

Nella lettera inviata ai Prefetti si evidenzia da parte dei Consiglieri che “questi dati sono assolutamente necessari per lo svolgimento dell'attività politica che nel nostro ruolo siamo doverosamente chiamati a compiere”.

“La richiesta – ha poi spiegato Barbisan – ha preso spunto anche, ma non solo, da quello verificatosi a Portogruaro, con una gestione da parte delle istituzioni preposte, nella fattispecie la Prefettura, apparsa alquanto poco precisa e puntuale rispetto all'arrivo in riva al Lemene dei migranti.

Al di là che rappresenta comunque una situazione inaccettabile per Portogruaro e, più in generale, per il territorio, è evidente – ha aggiunto - che anche nelle comunicazioni più o meno ufficiali relative ai numeri delle persone che sarebbero dovuto arrivare vi è stata molta approssimazione, con conseguenti allarmismi che hanno trovato ampia giustificazione proprio in virtù anche di queste imprecisioni. Si tenga infatti conto che prima pareva ne dovessero arrivare solo 14, poi sembrava che si dovesse creare un 'hub' di mille persone e ora si è arrivati a quota 28. Ma sarà questo il dato definitivo?

A maggior ragione quindi – ha pure affermato Barbisan – nel chiedere loro una fattiva e proficua collaborazione, abbiamo evidenziato ai Prefetti la necessità di avere tali dati e che, anche attraverso opportune forme mediatiche, che si manifesti il buon dialogo che deve esserci a livello istituzionale, onde evitare che si creino equivoci e malintesi che poi si riverberano sul territorio con tutte le inevitabili conseguenze”.

Cultura

Morèr de Vidor

«Ghiosa nira megghiu di frauli!» Così cantava il venditore ambulante di gelsi per le strade assolate del messinese. Un grido e un invito che il cantastorie Geri Palamara nel secondo dopoguerra ha tradotto in una struggente canzone: ‘U Ghiosaru, per l’appunto. Al nord, specie nella Marca, le morelline eran per lo più quelle bianche, comunque dolci anch’esse come fragole. Scampoli di civiltà contadina radicati da un capo all’altro del Bel Paese, memorie che lo sguardo aggraziato e puntuale di Mario Vidor riporta in scena. E lo fa in quel bianco e nero che è stato la prima vera espressione artistica del primo autentico fermo immagine, dal dagherrotipo in poi, altro che tivù digitale! In quel bianco e nero con i controcolori perché così era la vita, dura e spinosa al pari dei rovi ma aveva già dentro il giallo e il verde dei campi, il blu del cielo, il grigio dei canali, il rosso dei papaveri… Ed è ancora Vidor a sottolineare questi ultimi alberi, umili e pur tanto importanti nell’economia rurale di allora, un po’ come succedeva e succede con l’ulivo in molte regioni italiane. Quali rami, quali nodosi tronchi se non quelli dei gelsi meglio si prestano a suggerire scorci iconografici del nostro agreste passato? Come non ammirare la loro parca nobiltà? Non a caso le tenere foglie nutrivano i cavalieri. Oggi, non dico le more, ma almeno un semplice scheletro con una parvenza di germogli, fatti salvi i luoghi battuti e cantati dall’autore, lo puoi trovare solo ad abbellire il cortile di qualche rara e patrizia dimora. Ecco però che in qualche modo l’onirica passerella ritorna, in virtù della comprovata passione che ha ridato luce e ombra a questi splendidi scatti. Solitari o in filari. Tra i casolari. Morèri.

A settembre, per Punto Marte Editore, un nuovo volume firmato da Mario Vidor con 84 tavole fotografiche dedicate al Morèr (sopra, particolare da una delle immagini dell'opera)


Mondo

Brasile: L'ex Presidente Lula, condannato a nove anni di carcere.

Brasile: L'ex Presidente Lula, condannato a nove anni di carcere.
di Gian Pietro Bontempi
La condannna è annunciata il giorno seguente alla approvazione da parte del Senato, della riforma sulle normative del lavoro. Una legge che limita alcuni benefici ai lavoratori dipendenti, aumenta il carico orario settimanale, riduce il tempo dedicato al pranzo e frammenta le ferie, con periodi che non possono essere inferiori a cinque giorni. La contribuzione sindacale non sarà più obbligatoria e le donne gravide, se lavoreranno in un ambiente inadeguato e insalubre, non potranno fare alcuna azione giuridica al datore di lavoro. Si pensi che questa riforma aveva avuto inizio con l’assurda proposta che il lavoratore avrebbe dovuto versare quarantanove anni di contributi per poter ricevere una pensione integrale. Proposta abbandonata poi per il prevalere del buon senso e innanzitutto per le dilaganti proteste in tutto il paese. La condanna dell’ ex Presidente Luiz Inácio Lula da Silva divide la nazione e induce sospetti sull’ amministrazione della giustizia che dovrebbe essere imparziale e quindi, scevra da vincoli, ideologici, partitici o razziali. Al di là dell’ aspetto giuridico di questa sentenza che appare insolita, si pensi che l’ex Presidente Lula fu eletto con milioni di voti e era riuscito a dare al Brasile una nuova dignità, con un riconoscimento Internazionale senza precedenti. Nello stesso tempo, si erano viste diminuire povertà e disoccupazione, crescere istruzione e cultura, innanzitutto negli Stati del Nord. Questa sentenza avrà una ripercussione sulla vita politica e sociale del Brasile. Probabilmente con questa sentenza, il giudice Moro impedirà la candidatura di Lula nelle prossime elezioni nel 2018. Elezioni, nelle quali i sondaggi davano il candidato Lula come favorito, con circa il quaranta per cento delle preferenze. Una nuova nomina all’ex Presidente avrebbe nuovamente infastidito l’opposizione, da circa vent’ anni, impegnata con diversi tentativi di andare al governo. Anche se circa un anno fa, con una congiura di palazzo, l’opposizione era ruiscita a allontanare la legittima Presidente Dilma Rousseff e a costituiire un governo provvisorio, costituito in parte, da integranti accusati di diversi crimini e di danni al patrimoinio pubblico. Ma l’eventuale gestione di un nuovo governo di sinistra, avrebbe ancor più infastidito il governo Nord americano; principalmente per le difficoltà di portare avanti progetti industriali e commerciali, come lo sfruttamento della riserva di petrolio del Pré-Sal, il maggior giacimento dell’America latina. Questa sentenza dunque, che condanna Lula, faceva già parte di un protocollo di intenti tra Washington e Brasília. Piano internazionale che privilegia solamente l’aspetto economico e non ha nulla in comune con la tradizionale politica, intenta a tutelare la sovranità nazionale, il benessere e la sicurezza dei cittadini. Considerando la condanna dell’ex Presidente Lula, prevedo un l’effetto contrario a quello voluto dall’ attuale governo, e da quello indicato dalla amministrazione nord americana: la condanna a nove anni potrebbe trasformare Lula in un “martire della patria”, inducendo gli elettori nelle prossime elezioni, a dirigere i propri voti verso i partiti di sinistra, lasciando gli attuali protagonisti ancora all’ opposizione... e chissà per quanto tempo.
- Gian Pietro Bontempi - Corrispondente del “Piave-In Italia e nel Mondo”, da Brasília.



Portogruaro

A Portogruaro formalizzata la cessione del vecchio ospedale al leader europeo nella gestione di residenze per la terza età

Venerdì pomeriggio il direttore generale Carlo Bramezza ha siglato la cessione dell’ospedale vecchio di Portogruaro posto nella centralissima via Spiga al civico 3. Il procedimento, alquanto articolato, è giunto al termine dopo circa un anno, nel quale due incanti sono andati deserti e l’Azienda è quindi passata alla trattativa privata su manifestazione di interesse.
La partecipazione alla trattativa diretta ha permesso di concludere al meglio la vendita, consentendo all’Azienda Ulss4 di realizzare poco più di 2 milioni di euro, con un sensibile incremento rispetto al valore stimato dall'Agenzia delle Entrate.
La cessione del vecchio ospedale era stata prevista da un accordo di programma sottoscritto tra il Comune di Portogruaro e l’Azienda già a partire dal 1996, successivamente oggetto di due revisioni (nel 2009 e nel 2014) alla luce delle quali è stata prevista la realizzazione di una RSA che il Comune di Portogruaro ha adottato nel proprio Piano Urbanistico Attuativo di iniziativa pubblica denominato “S. Giovanni – ospedale Vecchio”.
L’acquirente dello storico immobile dovrà pertanto provvedere al recupero urbanistico con la realizzazione di una RSA da 90 posti letto.
“In primo luogo va sottolineato come la trattativa privata sia andata ben oltre le nostre aspettative: l’immobile è stato ceduto ad un prezzo di circa 150 mila euro oltre la quotazione dell’Agenzia delle Entrate - commenta il direttore generale dell’Ulss4, Carlo Bramezza -. Ciò significa che quell’immobile, e la stessa Portogruaro, unitamente al fatto che l’età media si sta alzando e che in futuro dovremo sempre più far fronte a questa realtà, hanno riscosso interesse nei confronti di un’azienda multinazionale che saprà sicuramente valorizzare questo immobile storico e con esso il cuore della città”.
Il direttore generale puntualizza poi sulla destinazione dei proventi derivati dalla vendita dell’ospedale vecchio: “Rispetteremo l’accordo di programma siglato con l’amministrazione comunale, pertanto i 2 milioni di euro verranno investiti nel portogruarese per la ristrutturazione di servizi e strutture sanitari e sociosanitari”.
La società cessionaria dell’ospedale vecchio fa parte del gruppo Korian, leader europeo nella gestione di Residenze per la terza e quarta età. Korian possiede in Francia, Italia, Belgio e Germania più di 715 strutture con circa 72.000 posti letto, suddivise in quattro aree di attività: residenze per anziani, appartamenti per anziani, servizi sanitari; assistenza domiciliare.
Da 1994, nel corso di oltre vent’anni, Korian ha costruito in Italia un’offerta sempre più ampia di Servizi Sanitari e Socio Sanitari rivolti a persone fragili (anziani autosufficienti e non, disabili, malati psichici, pazienti in coma, in stato vegetativo e in stato di minima coscienza) e a persone che necessitano di assistenza post-acuta e di riabilitazione.
Cultura

Wonder Giurickovic, ce lo giuri?

Un intreccio di strade in festa intorno alla moschea. Splendido attacco. Senza forme verbali, quasi un occhiello giornalistico, se non addirittura il titolo di un’autorevole nota di costume. Ne avevamo accennato una dozzina di giorni fa da questa stessa testata, un richiamo però era doveroso. Il romanzo La figlia femmina lo merita davvero; e anche la giovane femmina che l’ha scritto (sopra, nella foto). Da Roma a Rabat con passione. O viceversa. Poco meno di duecento pagine bene a fuoco e molto dialogate. Alla 148 si intravedono le mutandine infiocchettate, autentico cadeau di grazia, ma già alla successiva si parla di Cassola, di Asimov, di Kafka… Un triangolo familiare che si ricompone pur se un nuovo elemento viene a sostituire quello venuto a mancare, lo sa bene la protagonista. Lei è una bimba speciale, così la definisce papà per spiegarne alla madre l’ossessivo comportamento dopo il ripetuto e mai svelato abuso. Maria, nome puro per eccellenza, icona sacrificale e al tempo vendicativa, molto determinata fin da piccola, come per esempio alla sezione Le votre est plus jolie, laddove l’aggettivo carino si riferisce all’apparato riproduttivo di femminuccia e maschietto; o come quando nell’ultima scena, dopo aver fatto scaturire candidi, torbidi lampi di fresca sensualità, rifiuta con una scusa il bacio della buonanotte e congeda l’amico di mamma. Una chiusura sospesa, ma mica poi tanto. Quindi… Ce lo giuri, vero, Giurickovic, che ci regalerai tante altre storie così? O cosà!
Italia

Onore a Salvatore Meloni “Doddore”

È morto all'ospedale Santissima Trinità di Cagliari, dove era stato ricoverato dopo due mesi di sciopero della fame in carcere, Salvatore "Doddore" Meloni, l'indipendentista sardo di 74 anni che stava scontando alcune condanne per reati fiscali dal 28 aprile, prima a Massama (Oristano), poi nel carcere di Uta (Cagliari).
Un mese fa Meloni aveva poi deciso di riprendere a bere, ma di proseguire lo sciopero della fame che lo aveva fortemente debilitato. Il suo legale, l'avvocato Cristina Puddu, aveva detto che al momento del ricovero era in condizioni gravissime.
Il leader del movimento Meris Malu Enti, conosciuto per le sue numerose battaglie per l'indipendenza della Sardegna, era stato condannato per evasione fiscale e falso. Al processo, lo scorso ottobre, gli era stato consentito di difendersi in sardo.
Subito dopo l'arresto, Doddore si era subito dichiarato prigioniero politico dello Stato italiano, iniziando immediatamente lo sciopero della fame e della sete. Un mese fa Meloni aveva poi deciso di riprendere a bere, ma di proseguire a non mangiare.
Giovedì 15 dicembre 2016 Salvatore Meloni era stato ospite in esclusiva di questa mia trasmissione televisiva in diretta. Solo qui era venuto, "Doddore". Credo perché solo qui a Canale Italia si era sentito libero di dire la propria opinione. Libero di parlare? Ricordate quando potevate ancora farlo?
Io mi vergogno, a nome di questo Stato. E a suo nome chiedo scusa a Salvatore Meloni.
Scusate ma faccio fatica io stesso a capire. “Doddore” era stato sbattuto in carcere per reati fiscali. Ora uno si chiederà: sta scherzando vero Versace? No. Ma allora? I banchieri che hanno mandato sul lastrico decine di migliaia di famiglie? I banchieri che – dopo aver distrutto il risparmio degli italiani - fanno shopping in Via Montenapoleone? Quelli no? E come mai quelli no?, come mai quelli mai “buttare la chiave”? Diteci, che siamo curiosi di capire.
Caro “Doddore”, purtroppo questa è l'Italia che c'è. Che ci meritiamo, dopotutto. Doddore ha lottato fino alla morte per quell’ideale in cui lui profondamente credeva. Più importante della sua stessa vita, pensate. Non come tanti pecoroni di noi, leoni da tastiera, che non vanno (che non andiamo) a votare, "perché tanto poi non cambia nulla". Ma come può cambiare, se mai ci si prova? Mistero della fede.
“Doddore” l'hanno fatto schiattare in galera. Una morte, come dire?, “educativa” eh? Per la serie, colpirne uno per educarne cento. Anche le Br usavano questo metodo spicciolo, dopotutto. Chissà chi l’ha brevettato. Avrà fatto soldoni.
E poi noi ci dovremmo preoccupare della salute di Totò Riina, con rispetto parlando. Cazzo, no. Proprio no.
Bah. La giustizia italiana somiglia sempre di più a quella turca. Ed è finita dentro una turca. Quello che si merita. E quel che ci meritiamo. Olezzo compreso.
Sapete che vi dico?
Che la morte di Salvatore Meloni Doddore, il Bobby Sands sardo (l’indipendentista irlandese che si fece morire di fame pur di non cedere), è una grande vergogna civile. E’ e sarà.
E noi qui a parlare della coppia Allegri-Ambra.
Italia

Ricordando Paolo Villaggio

Terrazza panoramica dell’Hotel Miramonti. Le Dolomiti a fare da quinta di teatro unica al mondo. Paolo Villaggio si siede. Lentamente mi squadra con quel suo modo di fare inconfondibile. Sospira sconsolato e mi dice: “Senta un pò. Dobbiamo proprio farla, questa intervista?”. Sì, dobbiamo.

L’intervista che ripubblico appresso gliela feci a Cortina d’Ampezzo, era l’inverno del 2005: Villaggio aveva pubblicato un libro nuovo. La foto che vedete è stata scattata da un mio tecnico tv, perché quella stessa intervista uscì in prima pagina sul “Gazzettino”, allora diretto dall’amico Gigi Bacialli e la trasmisi su Serenissima televisione.

L’ho riletta attentamente. Con il senno del poi, si tratta di un documento davvero incredibile: impressiona soprattutto (e vi impressionerà, se non l’avevate già letta o ascoltata) la lucidissima capacità di “profezia” di Villaggio, del tutto fuori dal comune.

Nel tempo, lui ed io ci saremmo sentiti molte volte: mi chiamava sul cellulare ed esordiva sempre così: “Sono io”. “Ciao Paolo, cosa mi volevi dire?”. “Niente. Volevo la prova che sono ancora vivo”.

In realtà, c’ero quasi riuscito. Avremmo fatto un programma assieme, lui fianco a fianco a me: da uno studio romano. Avevo pensato al format, al titolo, agli altri ospiti, alla logistica, a ogni cosa. Per un periodo Paolo mi chiamava ogni giorno. Mi dava suggerimenti, rettificava, modificava, mi insegnava come fare. Un “mostro sacro”, di una disponibilità, semplicità, gentilezza incredibili. Un uomo intelligentissimo.

Poi, purtroppo, il progetto si era arenato per questioni di vile denaro. E il bello è che, nonostante Villaggio fosse profondamente genovese, la sue richieste verso l’editore erano state molto contenute, direi tutt’affatto modeste. Ma non era stato sufficiente, con mio enorme imbarazzo e rincrescimento.

Rimane il mio grande cruccio e rimpianto. Gli dico comunque grazie: pensate ragazzi, ho conosciuto da vicino Paolo Villaggio.


L’INTERVISTA A PAOLO VILLAGGIO DI GIANLUCA VERSACE

Quando il personaggio creato supera in popolarità il suo inventore, il finto travalica il vero e i due si scambiano i panni, c’è il rischio dell’effetto Michelangelo: l’artista martella la statua urlando “perché non parli?”. Così è per Fantozzi. Che nella sua immensità iconica, simbolica, metaforica e perfino linguistica (all’aggettivo fantozziano la Crusca volente o nolente si è dovuta arrendere) si è staccato da Paolo Villaggio, che ne sarebbe l’inventore. E pertanto se ne va in giro per l’Italia con la sua nuvoletta dell’impiegato, la sua sfiga, i pomodorini “fuori, freddi. Dentro, palla di fuoco a 18 mila gradi!”, il «vi sveglio io mezz’ora prima di Ortisei!», la contessa Serbelloni Mazzanti Vien Dal Mare, il «cazzi quella gomena!», il ristorante «Al Curvone», il «cosa credevi, che sarei andato a puttane?», il consiglio dei dieci assenti, la frittatona di cipolle familiare di Peroni gelata tifo indiavolato e rutto libero, il «ogni giorno all’entrata e all’uscita lui dice a sua moglie vecchia stronza e...» «Puttana!», il «batti lei» e “prendo la vecchia!”, il «c’è qui Franco che dice che ci porta in un posto che conosce solo lui ahahaha!», la cultura spicciola, il «A Pinerolo!», Loris Batacchi «capoufficio pacchi», il «...e ora, direttamente dal lago di Tiberiade...», il «cameriere, com’è l’acqua?» «Ma quale acqua...», il sorteggione in sala mensa e il “Filini stia più attento, chemmale”, il «L’anno scorso vinsero gli ammogliati per 3 infarti a 2 annegati». Infine: “E comunque a tutti loro i miei più servili auguri per un distinto Natale e uno spettabile anno nuovo». E “la corazzata Kotiomkin è una cagata pazzesca!” e i 92 minuti di applausi. E tutto il resto, rigorosamente “fantozziano”.

Villaggio lascia fare. E intanto pubblica un libro intitolato “Sono incazzato come una belva” (Mondatori). Si tratta di una raccolta di articoli che formano, nell’insieme, un safari nel bestiario umano della nostra società.

Villaggio! E’ diventato un fustigatore dei vizi peggiori della nostra epoca?

“Macché. Versace, non diciamo cazzate. E’ che mi ha convinto Bruno Guerri, quel pazzo si è fidato di me. Mal gliene incolga”.

E dunque?

“Bé, è venuta fuori ‘sta roba. Senta Versace, che vuole da me?”.

Intervistarla. Mi dica di più. Si spieghi meglio.

”Mah. E’ venuta fuori una serie di cose così leggibili e divertenti che ne ho fatto un libro. Posso andare?”.

No, mi dice quando scrive?

”Ogni giorno. Nel libro trovi 80 pezzi”.

Lo stile?

“Ma che stile? Non ho inventato niente. Uso il mio solito linguaggio paradossale. Con aggettivi e attributi tipo “terrificante”, o “mostruoso”, comicità feroce insomma. Vado…”.

Aspetti. Allude al linguaggio di Fantozzi, di Fracchia?

“Sì. Ma lei Versace è già rimbambito? Ho modificato un linguaggio piatto e noioso. Quel che leggo sui giornali mi fa venire l’orchite. Non riesco più a deambulare, poi, per l’ingombro. Ha presente?”.

Esempio?

“Se devo scrivere “I cessi di Roma” lo scrivo. Se devo dire che il quel ristorante “si mangia di merda”, lo scrivo. Merda”.

Quand’è nato?

“Che cosa quand’è nato?”.

Il ragioniere Fantozzi, con suo modo di vedere, di narrare lo sbracamento della vita di ognuno?

“Trent’anni fa. Pubblicai il primo libro. Ebbe un successo straordinario. Che mi cambiò la vita. Vendetti due milioni di copie in poco tempo. Ma erano altri tempi”.

Quanti film ha fatto con Fantozzi?
”Dieci, mi pare…”.

Racconti un aneddoto curioso…

“Mi tradussero ovunque. Ma in Russia accadde qualcosa di straordinario. L’Urss mi invitò ufficialmente a un’assise dal titolo “Scrittori italiani in cirillico”. Era un’assemblea terribilmente seria. Il capo della delegazione sovietica era il poeta Eugenio Evtuschenko. E lì accadde il fattaccio…”.

Non ci faccia stare sulle spine, la prego Villaggio.

“C’era il grande Alberto Moravia. Guidava la delegazione di intellettuali italiani. I russi sapevano tutto di Manzoni, Campanile, Gadda…e di me!”.

Di lei? Come di lei?

“Ha capito benissimo, non faccia il fessacchiotto. Tutto. Dissero: poi c’è quel Vigliacco…”.

Vigliacco?

“Sbagliarono il nome. Evtuschenko andò sul palco e disse: che bravo questo Vigliacco, somiglia a Gogol e a Cecov…”.

Poi?
”Gelo in sala. Mi alzo dall’ultima fila come se avessero detto: fucilatelo sul posto. Evtuschenko mi indica invocando l’applauso. Mi vergogno come un rinoceronte rosa. Moravia si volta. Mi guarda come fossi un rettile, inarca le sopracciglia che sembrano due cespugli. La sua espressione austera trasudava disprezzo. Lo guardo anch’io e mormoro: mi scusi tanto maestro, non è colpa mia. Mi pare di sentire i sonagli e il sibilo della sua lingua biforcuta: che vergogna”.

Era inorridito?

“Inorridito. Disgustato. E con lui Alberto Arbasino. Altro intellettuale raffinatissimo. Sa, noi comici non abbiamo diritto che ad essere dei clown del circo. Pagliacci e nulla più”.

E fu il successo.

“Ne rimasi schiacciato. Ma mi ha sempre salvato la scrittura: io nasco prima come paroliere di De André, ho scritto Carlo Martello, e come romanziere”.

E il comico?

”Nasce perché non c’era nessuno disposto a fare un personaggio sconosciuto”.

Il colpevole?

“Fulvio Frizzi, il papà di Fabrizio: era il capo della Cineritz. Mi dice: nessuno vuol fare Fantozzi? Allora fallo tu. Così è nato il più grande successo cinematografico degli ultimi trent’anni”.

Con i suoi neologismi.

“Eh. Il direttore mega galattico. L’aggettivo fantozziano, finito sulla Treccani. Cose entrate nel gergo popolare. Sa una cosa? Che a volte mi paiono cose scritte da un altro, non da me, per quanto fanno parte di noi. Della nostra identità nazionale. Continuo a vergognarmi…”.

L’Italia di oggi la fa “incazzare” proprio tanto?

“Tanto. E’ che sono diventato più intransigente, invecchiando. Diciamoci la verità: siamo un Paese di guano. La politica? Fa schifo. E sa perché?”.

No.

“Lo immaginavo signor Versace, lei dopotutto fa il giornalista. Non le serve usare il cervello, come a tutti i suoi colleghi. Il fatto è che se uno capisce di essere un mediocre, si rifugia in politica. La politica è solo per gli sfigati. La politica dunque è fatta da uomini e donne senza qualità. La politica oggi è questo, in Italia ma credo anche altrove: fiutare il vento e capire quali sono le cose da promettere a chi è tanto ignorante da votarmi. Tanto poi chi cazzo se ne ricorderà più…”.

Berlusconi?

“Aveva ottime intenzioni. Lo stavano mettendo in galera. E’ un grande manager. Diventare ricchi in Italia è difficilissimo. C’è troppa invidia. Ha promesso mari e monti per salvarsi. E ora è fottuto lui e soprattutto siamo fottuti noi”.

Come vede il domani, caro Fantozzi?

“Siamo nella cacca. Fino al collo. Anche oltre, sa? Tra poco i cinesi si comperano tutto. O impariamo tutti a cantare le canzone napoletane, a vestirci da gondolieri, a fare i vetturini con i cavalli che scagazzano e a portare a spasso i giapponesi rincitrulliti, o moriremo di fame”.

La Chiesa?

“E’ agonizzante. Al massimo ha due secoli di vita davanti. Il Papa si dovrebbe dimettere. Ci vuole un Pontefice giovane, nero, pronto a fare lo scudo umano…”.

La tv di oggi?

“Spazzatura. Gratta il fondo della discarica per fare ascolti. Bisogna impedire per legge alle madri di parcheggiare i figli davanti a questo schifo”.

Allora tornerà a teatro?

“Come lo sa? A maggio 2005. Porterò il scena il mio “Vita, morte e miracoli di un pezzo di merda””.

Con Villaggio vengono giù gli schemi: pensateci, a teatro il “rutto libero”.
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Ultimo aggiornamento: 18/07/2017 18:21