Cultura, Conegliano

Antonio Menegon commuove col suo “è un fatto di sangue”

di ANTONIO MENEGON commuove col suo “è un fatto di sangue”

SUSEGANA - Il 3 maggio, nell'ambito dei festeggiamenti di Collalto, è stato presentato il libro “resistenziale” di Antonio Menegon.
La cornice dell’evento si è materializzata sotto il tendone tensostruttura, magnificamente composto dal coro Auser Le Fuische, fisarmoniche, chitarre, flicorno con la voce di Enzo Capitanio e quelle recitanti di Luigino Bravin e dell’autore. Foltissimo il pubblico, che ha molto apprezzato l’intero spettacolo, nonostante la pioggia anche battente.
Il libro, è un fatto di sangue, si compone di tre avvenimenti storici, coinvolgenti persone di Susegana, o, come nell’ultimo, il tragico fatto di sangue, a fine seconda guerra mondiale, arrossò le sponde del Piave, a Ponte della Priula.
L’autore, ormai esperto e collaudato narratore alla sua nona prova, riuscitissima, scrive com’è riuscito nell’intento narrativo di coinvolgere sé stesso, in prima persona, quale fosse protagonista dei fatti narrati. “Mi viene la pelle d’oca – afferma a pag. 20 – ed eccomi ancora una volta, coinvolto, anima e corpo con le vicende umane del personaggio, di cui, oramai è deciso, mi appresto a narrare la storia, per poi pubblicarla”.
Ogni fatto eroico narrato è preceduto da una lirica, intensa, essenziale, unica, com’è costume del “novo Zanzotto”, il poeta di Lago, Luciano Cecchinel, il cui padre fu uomo della Resistenza. Le tre liriche struggenti: “Funzioni” aprono al sacrificio di Guido Boscarato e ai quattro fucilati davanti la chiesa, dopo la Santa Messa. Poi, con “Confessioni” a Barba Morandin e, ultima, “Noi, partigiani spartiroba” all’eccidio sul Piave. Sono poesie tratte da “Perché ancora/Pourquoi encore”, pubblicate bilingue nel 2005.
Così per i tre episodi delle resistenza al nazifascismo di quegli anni tragici della purtroppo guerra civile, dal 25 luglio – 8 settembre 1943 fino al 25 aprile del 1945.
Con l’efferata tragedia, sviluppatasi tra Oderzo e Ponte Priula, tra il 1° e il 15 maggio 1945, quando la guerra era stata già dichiarata finita, ma non per la disumana crudeltà dei vigliacchi assassini, che in quei luttuosi giorni, stroncarono la vita a giovani allievi ufficiali della Guardia Nazionale Repubblicana: un volontario di quelle Bande Nere, aveva solo quattordici anni. Non si è mai conosciuto il numero esatto dei caduti, mitragliati sull’argine sinistro, a valle del ponte ferroviario, ove “i tedeschi avevano abbozzato alcune trincee e opere di difesa, per contenere eventuali attacchi provenienti da sud” (p.99-100). Sulla stele – monumento, nel luogo dell’eccidio, a Ponte della Priula, dopo vent’anni (1965), è scolpito il n° 113 “militari italiani trucidati”, ma sicuramente i caduti furono molti, molti di più, nonostante un patto sancito e condiviso da entrambe le parti, e tradito da un nugolo di arrabbiati, crudeli assassini. L’ultimo episodio del bel libro, denso di fatti e di utili precisazioni, di Antonio Menegon è, appunto, “Il patto tradito e l’eccidio di Ponte della Priula”. L’autore, giustamente nell’ottica storica di dar conto degli efferati delitti effettuati dopo la fine della guerra, pubblica anche la parte giudiziaria di tutta la triste, tragica, vicenda, narrata con vivace precisione. Per non entrare in una minuzia che tradirebbe gli eventi, diciamo che alla fine, dopo ben otto anni, tutti gli imputati di un crimine orrendo, beneficeranno della duplice amnistia (1946, amnistia Togliatti) e quella del presidente Einaudi (1953).Così i partigiani colpevoli di delitti efferati, a motivo di amnistia, godono dell’ossequio dei cittadini.
I due episodi del libro, prodromi delle angosce dell’Autore, sono “Guido Boscarato e il castello delle urla strazianti”, ossia il Castello di Conegliano, allora sede della X Mas del principe Junio Valerio Borghese, quello famoso del “tentato golpe del dicembre 1970”, poi rientrato. Là nella prigione del Castello il non più giovane (quasi 37enne) Guido Boscarato subì le più atroci torture, solo per essere dalla parte sbagliata (Brigata Mazzini) e non essere fascista. Le torture, narrate con corale partecipazione dall’Autore, termineranno con la pubblica fucilazione di Selve (Guido), di Leone, Bibi, Vinci e Tobia. È il 7/2/1945, Ogliano. Sono passati per le armi i giovani, Bruno Centazzo (Leone), Giovanni Da Re (Bibi), Felice De Martin e Domenico Salvador (Tobia), 34enne.
Chi scrive, anni fa, diede la caccia (metaforica) al fascista Attilio Guerra, comandante a Treviso. Lo seguì nelle sue varie vicende post belliche, fino trovarlo “condannato in carcere a Volterra (Pisa)”. Dopo lunghe, articolate ricerche, la direzione di quel carcere rispose laconicamente, che il condannato (Attilio Guerra) non era mai entrato in quel carcere. Riuscì a scappare, mentre lo trasportavano all’ultimo appuntamento.
Il secondo episodio è “L’ultima battaglia del Barba Morandin” di Susegana.
Anche questo fatto è narrato con ugual perizia, commozione e precisione nei fatti. Ci appare giovane studente del “Cerletti” di Conegliano, il Barba nella sua tenuta da sci, così come apparve, allora, ferito a una gamba e nascosto per mesi, alla cugina, Tecla, presente stasera all’evento di Collalto, non più ragazza, ma signora in età. Il primo sabotaggio del treno merci Tarvisio – Padova, Barba lo compie, facendolo saltare a San Fior. C’è eccitazione nella Brigata Piave. Pieve di Soligo brucia; bruciano Farra e Solighetto. Ma i nazisti rastrellano a fondo. Occorre far saltare Corbanese e andare sulla montagna di Lago, nel vittoriese. Radio Londra è attiva e il vice commissario Cecchinel (Olivieri) è all’erta per un messaggio intercettato. Prima di salire in montagna, il Barba ha fatto rifornimenti di acqua, viveri, munizioni e armi. Adesso può attuare il suo piano: assaltare la caserma di alpini a Tarzo e impossessarsi delle armi. Con lui c’è Deciso (Giuseppe Castelli) e Monti, il russo (Giorgio Vorazoscyilliy). È lunedì, 5 febbraio 1945. I partigiani travisati ingannano i nazifascisti e fanno incetta di prigionieri e di armi. Poi, si dividono. I nostri tre vanno verso Nord. Sono intercettati dalla X Mas a Cozzuolo. I tre si difendono fino all’ultima cartuccia. Deciso è ferito: sarà ucciso a fucilate. Gli altri due, senza più munizioni, in un abbraccio si fanno saltare. È la fine. Nel 1950 il presidente Einaudi onorerà con la MAVM alla memoria, il giovane Barba Morandin. A suggello del suo dire, Menegon ricorda l’incipit di un discorso di Piero Calamandrei, famoso docente fiorentino di procedura civile. Di lui ricordo la famosa lapide ad ignominia:
“Lo avrai
camerata Kesselring
il monumento che pretendi da noi italiani
ma con che pietra si costruirà
a deciderlo tocca a noi.
Non coi sassi affumicati
dei borghi inermi straziati dal tuo sterminio
non colla terra dei cimiteri
dove i nostri compagni giovinetti
riposano in serenità
non colla neve inviolata delle montagne
che per due inverni ti sfidarono
non colla primavera di queste valli
che ti videro fuggire.
Ma soltanto col silenzio dei torturati
più duro d'ogni macigno
soltanto con la roccia di questo patto
giurato fra uomini liberi
che volontari si adunarono
per dignità e non per odio
decisi a riscattare
la vergogna e il terrore del mondo (…)
Con un ricordo del grande amico, poeta esimio, Andrea Zanzotto, che alla Resistenza dedicò alcune pagine dei suoi indimenticabili racconti, concludo queste righe, commosso dall’encomiabile lavoro di Antonio Menegon.

Renato Borsotti
storico

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Ultimo aggiornamento: 18/05/2019 12:19