Editoriali

Cibo per tutti, evitando gli sprechi

di Roberto Bernardini

Da quando la crisi economica ha colpito anche il cosiddetto “ceto medio” e nuovi poveri si affacciano sempre più di frequente alle mense caritatevoli, si è presentato anche il problema di assicurare a chi si occupa di nutrire gli indigenti i rifornimenti di derrate a prezzo stracciato o a titolo gratuito.
Tenuto conto della crisi economica che ancora non accenna a finire, la strada più agevole per conseguire lo scopo non è come semplicisticamente parrebbe quella del reperimento di nuovi fondi, sempre più tortuosa, ma quella dell’abolizione/riduzione dello spreco e della semplificazione delle norme che regolano la gestione, la conservazione e la distribuzione dei prodotti alimentari non a fini economici. Cioè quelli oggetto di donazioni. E questo perché tutto il mondo della distribuzione è oberato da stringenti norme nazionali ed europee, da scadenze e da regole sempre più restrittive che non gli consentono di fare quanto magari vorrebbe a favore delle organizzazioni caritatevoli.
Ma prima di tutto vediamo dove si produce il maggior spreco. Per non incorrere nei rigori della legge che non consente la libera donazione, molti prodotti vengono resi inutilizzabili dalla grande distribuzione a scadenza, anche se sarebbero ancora perfettamente edibili. Ed allora occorre cambiare le leggi per obbligare i grandi punti vendita a stipulare convenzioni con organizzazioni no-profit per la raccolta e la ridistribuzione delle derrate alimentari. I supermercati ad esempio, potranno/dovranno così mettere gratuitamente a disposizione delle Associazioni assistenziali i prodotti ancora commestibili e magari destinare i prodotti out alla produzione di mangimi per animali da allevamento o all’uso quali combustibili per i termovalorizzatori. Tutto logico e fattibile ma come sempre le difficoltà nascono dai costi. Chi pagherebbe per tutto questo? Le imprese commerciali? Avrebbero sicuramente difficoltà. Un approccio caratterizzato da imposizioni poco condivise farebbe insorgere i responsabili della grande distribuzione su cui ricadrebbe l’obbligo di organizzarsi per le donazioni perché di questi tempi alla legge difficilmente potrebbero essere collegate adeguate misure di sgravio per chi dona, ne fondi per l’organizzazione logistica di chi riceve. Le Associazioni caritatevoli, per quanto volonterose, salvo alcune eccezioni sono completamente prive di capacità gestionale a livello professionale come sarebbe richiesto. Si dovrà quindi trovare un compromesso e l’individuazione del sistema da adottare spetta ovviamente al governo.
Nella galassia degli sprechi che riguardano tutto il mondo sviluppato, qual è la situazione nel nostro Paese? Non siamo tra i paesi più spreconi, il ricco nord Europa anche in questo ci supera. Si stima che lo spreco italiano si possa misurare in circa 300 euro annui di media per ciascuna famiglia. Non è tantissimo, meno di un euro al giorno, ma è tanto se si pensa a cosa si potrebbe fare con quelle derrate alimentari. E poi c’è lo spreco “a norma di legge” della grande distribuzione, come ricordato, che è rilevante.
Sotto il profilo legislativo siamo però inadempienti: abbiamo una legge del 2003 che un po’ agevola le donazioni ma non è abbastanza.
Secondo la norma in vigore, le aziende che scelgono di donare il cibo invece di distruggerlo, devono godere di incentivi fiscali e sconti. Ma oggi effettuare una donazione costa spesso più degli incentivi che si ricevono. Per distruggere cibo non più vendibile, un’azienda è tenuta ad alcuni adempimenti burocratici se il valore della merce è superiore a 10mila euro, mentre se vuole donare l'obbligo scatta a 5 mila euro”.
Semplice. Vanno invertiti quantomeno i valori per favorire la donazione. Ed allora basterebbe, come provvedimento immediato, portare la soglia prevista per le donazioni ad almeno 15/20 mila euro per ridurre le incombenze di ordine burocratico e facilitare l’agire delle imprese che scelgono di destinare le eccedenze alle associazioni di carità.
Qualcosa si era mosso a livello politico durante l’EXPO di Milano dove in occasione delle loro visite i vari esponenti del Governo si erano spesi in dichiarazioni a favore di una nuova legge “anti spreco totale” . Ma poi, spento l’Albero della vita” simbolo di una Esposizione Universale dedicata al cibo ed alla nutrizione dei popoli, si è tornati all’ordinario. All’EXPO i politici hanno fatto la fila per sottolineare l’importanza di approvare questa legge, ma poi chiuso il sipario e spente le vetrine internazionali che assicuravano visibilità a basso costo per tutti, è calato nuovamente il silenzio. Sperare nell’Europa? Dobbiamo attendere le imposizioni dell’Unione salvo poi lamentarci perché non ci vanno bene? Mah, meglio sarebbe provvedere in proprio. Ma presto!

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Ultimo aggiornamento: 23/04/2019 08:27