Cultura

Favole amare. «La nera» di Dino Buzzati

di Georgia Schiavon

La nera di Buzzati
Amara favola. Questo titolo di un articolo di Dino Buzzati potrebbe essere la sintesi di tutta la sua cronaca nera, e, più in generale, della sua visione dell'esistenza. La favola dell'amore, con i suoi epiloghi letali. La Favola 1954, con il suo moderno drago, il "morbo azzurro", che si porta via una bimba di soli due anni. La favola del Natale, interrotta dallo schianto di un aereo a duemilasettecento metri di altitudine. La favola del lontano e ricco nord, che si dissolve nella realtà della vita quotidiana. La favola del Torino, che si sfracella sulla basilica di Superga, ma che vivrà in eterno nelle fotografie dei giocatori incollate sui quaderni. Storie alle quali, pur nella fedeltà alla cronaca, Buzzati dà una portata morale e metafisica. Perché dentro ai fatti, per lo scrittore bellunese, si cela il mistero. E la cronaca nera è una discesa nel più oscuro dei misteri: il male, così intrecciato con la morte, come spesso appare nei suoi articoli, da identificarsi quasi con essa.

La nera di Buzzati – ripubblicata da Mondadori in una nuova edizione, sempre a cura di Lorenzo Viganò, ampliata con l'aggiunta di alcuni brani e di un apparato iconografico comprendente, oltre alle foto d'epoca, anche le illustrazioni realizzate da Buzzati – raccoglie i suoi articoli sui più efferati delitti e sulle più drammatiche sciagure del secondo dopoguerra (suddivisi rispettivamente in Crimini e misteri e Incubi). Assunto al «Corriere della Sera» nel 1928, inviato come corrispondente di guerra a bordo delle navi della Regia Marina nel 1939, egli venne richiamato in redazione il 25 aprile del 1945, esordendo con Cronaca di ore memorabili, resoconto della liberazione di Milano, uscito in prima pagina il giorno seguente. Da allora egli svilupperà quella predisposizione alla narrazione dei fatti di cronaca nera che già si avverte nelle sue prime "brevi" non firmate (il volume ne raccoglie alcune scritte nel 1929). Attraverso il mutamento della fisionomia del delitto, questi pezzi descrivono l'evoluzione della società dalla miseria materiale dell'immediato dopoguerra a quella morale degli anni del progresso tecnologico e del benessere economico. 

Il primo caso di cui si occupa, per il «Corriere Lombardo», di cui fu azionista (il 27 aprile del 1945 infatti il Comitato di Liberazione Nazionale sospese la pubblicazione del «Corriere della Sera», che uscì il mese successivo con la testata «Corriere d'Informazione», per tornare in edicola un anno dopo come «Il Nuovo Corriere della Sera»), è quello di Anna Maria Carlesimo, una giovane donna che visse per oltre un anno con il cadavere della madre, morta forse a causa di un dosaggio eccessivo di qualche farmaco, rinchiuso in un baule. La vicenda, certamente legata ai disturbi psichici della giovane, soprannominata per l'appunto «la pazza», matura tuttavia in un contesto di povertà, come emerge anche dal commento dei vicini al riguardo delle violente litigate tra lei e la sorella: «La miseria: quando c'è la miseria, c'è la lite». Tra i suoi articoli ricorre poi, ovviamente, il più classico dei delitti, quello passionale, con la varietà dei suoi protagonisti: amanti abbandonate, come la contessa Pia Bellentani, mariti fedifraghi, come il pianista Arnaldo Graziosi, o insospettabili psicopatici, come l'ingegner Roberto Dalla Verde. Ma l'era della macchina, di cui l'automobile, così deplorata nei suoi racconti, è il simbolo, spazza via il romanticismo anche dal crimine: il cosiddetto "delitto del sorpasso" – del quale si macchiò l'avvocato Oreste Casabuoni, che il 24 febbraio del 1960 freddò con due colpi di Beretta il giovane che aveva appena sorpassato, minacciosamente avvicinatosi alla sua auto – segna la comparsa di un nuovo movente. È «il delitto passionale delle giungle d'asfalto», commesso non più da individui in preda alle più umane delle emozioni, ma da una specie di automi, posseduti, non appena si mettono al volante, da Il demone degli asfalti. Il precipizio che conduce all'apatia è ormai imboccato. Quando, il 26 gennaio del 1966, si reca nella "casba", uno squallido quartiere di Milano, dove è stato ritrovato il cadavere di un uomo decapitato in un armadio, Buzzati sente di essere di fronte a un Delitto senza passione. Nella città contemporanea, non più «giungla d'asfalto», ma «sozza palude putrefatta», regna la «putrefazione delle anime», che è incapacità non solo di amare, ma finanche di odiare: persino l'omicidio è svuotato di pathos, deprivato di movente.

Una vocazione, quella per il racconto dei più violenti e tragici episodi di cronaca, seguita da Buzzati con umiltà e senso del dovere («un doverista», egli stesso si definisce), come ha ricordato Gaetano Afeltra, suo caporedattore, che ha dovuto talora piegare la sua resistenza a recarsi nei teatri di queste vicende, come il tribunale in cui si svolse il processo a Rina Fort, che la notte del 29 novembre del 1946, in un appartamento al civico 40 di via San Gregorio, a Milano, massacrò la famiglia – la moglie e i tre figlioletti – del suo amante, Giuseppe Ricciardi, o la camera ardente, allestita in una sala della Croce Bianca, con le salme dei quarantatré bambini (un altro morirà nelle ore successive) annegati davanti alla spiaggia di Albenga nell'estate del 1947. 

Una ritrosia forse dovuta ad una particolare sensibilità per il dolore degli altri, alla capacità di immedesimarsi con essi. E non solo quando ad essere colpite sono persone con le quali sente un legame fraterno, come nel disastro del Vajont: «Stavolta per me, è una faccenda personale. Perché quella è la mia terra, quelli i miei paesi, quelle le mie montagne, quella la mia gente». E non solo quando si tratta di vittime innocenti. Alla conferma, al processo d'appello, dell'ergastolo per Giovanni Fenaroli e Raoul Ghiani, rispettivamente mandante ed esecutore dell'omicidio della moglie del primo, Buzzati esprime la sua pietà perché «anche la sofferenza tuttavia del più abbietto criminale è sempre dolore». E immaginando la disapprovazione dei lettori – «e perché vuoi confrontarti con quei due? tu non hai mai commesso delitti non hai mai strangolato nessuno» – gela, spiazzante: «E voi come fate a saperlo?». In un pezzo di alcuni anni prima aveva simulato un'identificazione con il presunto assassino di una giovane prostituta – il già citato ingegner Dalla Verde – coinvolgendo l'attonito lettore in una confessione scritta in prima persona, dal punto di vista del colpevole. È una Doppia pietà, appunto, quella di Buzzati: non solo per le vittime – nel caso dell'articolo così intitolato, tre bambine barbaramente uccise a Marsala – ma anche per i carnefici – persino per una «creatura dell'inferno» come Michele Vinci, il loro assassino, anch'egli a sua volta vittima: di una «oscura maledizione», dell'«immensità del male».

Certo, il dolore, benché comune a tutti gli esseri umani, è un fatto talmente intimo da risultare impenetrabile: «Il dolore ciascuno deve soffrirlo da sé, senza aiuti, fino all'ultima goccia. È come una stanza ermeticamente chiusa e misteriosa. Gli altri, di fuori, come noi, parlano, parlano, ma non possono entrare». Eppure in questa capacità, in questo sforzo di comprendere il dolore altrui, egli vede un possibile spiraglio di salvezza per un'umanità che, complici anche i ritmi cui la costringe il progresso economico, precipita sempre di più nell'indifferenza. Al «metronotte» arrivato dal sud, che nell'agosto del 1963 ha ucciso la moglie e il cognato e poi si è suicidato, nel buio di una Milano che lo ignora, sarebbe bastato – scrive – un po' di «calore umano», un saluto, «una parola gentile» e «forse sarebbe stato salvo». Forse sarebbe bastata questa semplice inversione di rotta ad evitare il rimbalzo di odio reciproco, che ne ha accresciuto la portata fino a farlo esplodere, alcuni anni dopo, come una bomba: quella che ha provocato, nel 1969, la strage di Piazza Fontana, il cui vero responsabile è appunto, come intitola il suo articolo, Il male dentro di noi.

Il male, in questi testi, non appare tanto come un prodotto dell'agire umano, quanto come un'entità cui esso inevitabilmente appartiene, che tramite esso tesse le sue oscure trame. Il destino si serve degli uomini per portare a termine i suoi diabolici piani: «Tutti quanti siamo fatti di un impasto di bene e di male ma a ciascuno, giusta o no, è data in sorte una parte». Il finale dell'articolo sulla tragedia del monte Bianco è raggelante nella sua oggettività. Il pilota francese che, ignaro della disgrazia che sta per provocare, la mattina del 29 agosto del 1961, si prepara al decollo, sembra avere una consapevolezza che lo trascende, quasi sapesse di partire per una missione ineluttabile. Poco dopo il suo caccia troncherà un cavo della funivia, carica di turisti, causando la morte di sei persone. È come se il male, per Buzzati, si impossessasse degli individui per compiere il proprio disegno, abbandonandoli poi nuovamente alla loro miseria. La donna rinchiusa in carcere, Rina Fort, non è che «una sciagurata giovanotta friulana»: la «belva» che ha trucidato la famiglia Ricciardi è rimasta «lassù», nell'appartamento di via san Gregorio.

Ciò che il male vuole, cui tende, è il «trionfo della morte», come quello a cui Buzzati assiste ad Albenga. Un trionfo che nelle «disgrazie collettive», come questa, pare avere la sua celebrazione, quando in realtà Il dolore numerico, come argomenta in un elzeviro apparso sul «Corriere della Sera» nel 1967, è un concetto distorto, poiché ogni dolore è totale, unico, incomunicabile. Forse, piuttosto, quello che in queste disgrazie si mostra è il carattere comune della morte, la quale, come nel suo racconto La corsa dietro il vento, riannoda esistenze all'apparenza irrelate. Ed evidentemente – come ipotizza anche Viganò nell'introduzione – proprio nel confronto diretto con la morte in cui essa pone sta la ragione ultima dell'attrazione di Buzzati per la cronaca nera. Dal suo primo romanzo, Barnabo delle montagne, pubblicato nel 1933, a Il deserto dei Tartari, fino agli ultimi testi, usciti postumi, de Il reggimento parte all'alba, la morte è lo sfondo e l'approdo della riflessione buzzatiana: essa è l'unico – non illusorio – fine della vita. Anche nei suoi articoli, la morte è in agguato, senza fretta, dietro ogni attesa, dietro ogni parvenza, di felicità. Ogni tragedia appare come un'insidia tesa da un destino dal quale – nonostante ogni precauzione e ogni premonizione, come quelle di Una famiglia prudente che, valutato ed escluso ogni pericolo, sale infine su quella funivia del monte Bianco – non vi è scampo.

Per Buzzati la realtà contiene indizi di un mistero destinato tuttavia a restare indecifrabile. Come il «tic tic tic tic» della goccia che cade sul pentolino rimasto nel lavandino con gli avanzi della cena, unico rumore nel silenzio agghiacciante dell'appartamento di via San Gregorio. Un dettaglio che assume un significato universale, che appare quasi una materializzazione di Una goccia, quella del racconto di un anno prima, emblema dell'incombenza della morte, annunciata da quel Tic-Tac – ossessione che ritorna in uno dei suoi ultimi racconti – che da sempre scandisce il tempo delle nostre vite, ma la cui percezione si acuisce quando essa si avvicina. In questi articoli di cronaca nera, che sono pagine di letteratura, l'immaginazione, che di essa è l'essenza, vince la potenza annientante del male. E dà anche a queste favole dal finale amaro – favole che per questo, rammenta Buzzati, non dovrebbero nemmeno essere raccontate – un «lieto fine». Forse un giorno Rina Fort, ormai vecchia e dimenticata, scoppierà in lacrime davanti a tre bambini che giocano in un giardino al numero 40 di via San Gregorio. E il drago che si è portato via la piccola Maria Rosa Garioni sarà infine sconfitto dalla medicina. I quarantasei paracadutisti precipitati in mare con l'aereo che li trasportava in Sardegna per un'esercitazione della NATO, anche se non sono caduti in guerra, rimarranno pur sempre degli «eroi», immortalati in quella giovinezza che per gli antichi suscitava «l'invidia degli dei». 

Georgia Schiavon
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Ultimo aggiornamento: 20/04/2021 08:41