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Eroi della guerra in Russia e stemma Sabaudo, in ricordo del gen. Reginato

di Emilio Del Bel Belluz

In questi giorni mi è capitata tra le mani una foto, pubblicata in un articolo dove si contesta la presenza dello scudo sabaudo a una commemorazione degli eroi che combatterono in Russia. Nella piccola foto si vedevano due guardie d’onore alle reali tombe del Pantheon, assieme a due grandi persone: la vedova del generale Enrico Reginato, signora Imelda, e vicino a lei Franco Perlasca, figlio dell’eroe Giorgio che salvò cinquemila ebrei dal lager. Questa fotografia mi ha commosso per l’amore che ho sempre avuto per le guardie d’onore al Pantheon e per la stima verso la moglie di un grande uomo la cui storia dovrebbe essere studiata a scuola. Ciò, per capire l’eroismo e la fede che Enrico Reginato aveva e mantenne fino alla morte per la Patria.

Ufficiale degli alpini ritornò in patria dopo dodici durissimi anni di guerra, prodigandosi come medico per salvare dalla morte tante persone. La stessa commozione l’ho sentita per l’eroe Perlasca. Ogni Paese per vivere ha bisogno di ricordare i suoi eroi, il mio qualche volta scorda di farlo come si dovrebbe. La vicenda di Reginato mi ha fatto pensare a mio padre che conobbe la prigionia tedesca e alla fine della guerra fu fatto anche prigioniero dei russi. Il 16 aprile 2020 saranno trascorsi trent’anni dalla morte del Generale Reginato, e ho pensato di scrivere della sua vicenda umana e militare. La guerra che gli italiani combatterono in Russia fu una guerra dura, disperata, il valore del soldato italiano fu elogiato anche dal nemico. Per le migliaia di soldati che s’impegnarono in Russia, furono conferite poche medaglie. Togliatti non li amava, e non fece nulla per ottenere da Stalin un trattamento umano per quelli che furono imprigionati. Migliaia di loro non tornarono e di altrettanti non si seppe nulla.

Qualcuno ricorderà il film in cui Don Camillo si reca​ in Russia poichè aveva avuto da una madre l’incarico di portare un fiore sulla tomba del figlio. Ma le tombe di quei soldati erano state tolte e i campi arati. Don Camillo non disse nulla di quello che aveva visto e d’aver deposto un fiore in quel campo. In un altro film é rappresentata una madre che tutti i giorni si recava a portare un fiore e una preghiera davanti a un capitello della Madonna, per ricordare il proprio figlio che non era tornato dalla Russia. Le lacrime di quella donna avevano bagnato la terra davanti al capitello.
Ricordo anche le parole scritte da Maria R. Boensch​ nella rivista “Il Borghese" del 17 maggio 1970: “Una rosa galleggia nell’acqua del bicchiere, nella minuscola nicchia scavata nel muro e illuminata, giorno e notte, da una luce biancastra; ai due lati, un Gesù e una Madonna di alabastro mostrano, attraverso il petto squarciato, i loro cuori sanguinanti. Nella parete di fronte della celletta che funge da ingresso, su una mensoletta di finto marmo, è la fotografia a colori del sergente Jannini Carlo del 52mo Artiglieria, Reparto viveri e munizioni. “Divisione Torino”. Il viso roseo e liscio del ragazzo è ancora senz’ombre e le vivissime pupille sembrano fissarsi allegramente sul visitatore”. Queste parole mi fanno pensare alla madre del Generale Reginato.

Ho davanti a me una fotografia, inserita nel libro da lui scritto, che mi è tanto cara: la madre che abbraccia il figlio, dopo averlo atteso per dodici lunghi anni. Solo l’amore di una madre non poteva dimenticarsi di lui. Tante madri non videro mai tornare i loro figli. Una volta una madre di un soldato ucciso dai partigiani, mi disse che aveva talmente pianto che le lacrime avevano formato dei solchi sul viso. Questa donna morì con il ricordo nel cuore del proprio figlio, che non ebbe nessuna medaglia, né riconoscimento, ma sapeva bene che suo figlio era morto per l’onore del suo Paese e questo la confortava.
Nella mia vita ho visto molte foto di soldati nelle case di donne consumate dal dolore, ma che non avevano mai perduto la speranza. Sono passati trent’anni dalla morte del generale Reginato e vorrei ricordare il suo libro: “12 anni di prigionia nell’URSS".

La bandiera con la quale partì a combattere era quella del Re Vittorio Emanuele III e per dodici anni tenne nel cuore il giuramento che aveva fatto al sovrano. Viviamo in una realtà in cui constatiamo che sono pochi quelli che mantengono fede ai propri ideali. Il Generale Enrico Reginato, non aveva dimenticato quel giuramento, a dimostrazione che era membro dell’Unione Monarchica Italiana. Al suo ritorno in patria, credo che il Re Umberto II, gli abbia fatto pervenire un’onorificenza. Il sovrano si commuoveva davanti a queste storie così cariche d’eroismo e non potendo essere tra quelli che andarono ad accoglierlo, avrà delegato il ministro della Reale Casa, Falcone Lucifero. ​
Il Generale Enrico Reginato era un grande cattolico, come testimonia la moglie: “Uomo mite e buono che mai parlò della guerra se non con chi come lui, ne aveva coscienza, ne conosceva i patimenti. Si ammalò nel 1989. Da medico sapeva bene di non avere scampo, consapevole che la malattia lo avrebbe preso per sempre. Ma non ne parlava. Continuava nella sua vita d’ogni giorno. Incontrava gli Alpini, prendeva parte alle cerimonie, si dedicava alla famiglia. Nelle orazioni mattutine e serali che recitava con i figli e la moglie, terminava sempre con una invocazione alla Vergine: «Salva l’Italia e il mondo dal comunismo ». (​ Mariolina Cattaneo L’Alpino – gennaio 2015 ).

Queste sono parole della moglie che toccano il cuore, come tocca il cuore leggere le pagine del suo ottimo libro, scritto ricordando i tragici dodici anni di prigionia in Russia, dove nulla esisteva se non la grandezza di Dio.
Il medico Enrico Reginato visse e operò solo per il bene dei suoi soldati e della sua patria. Non ho avuto il piacere di conoscere questo eroe buono, ma ho letto i suoi scritti con attenzione e mi hanno commosso. Nella mia biblioteca possiedo due copie del libro con dedica che ho acquistato nei mercatini e sono per me un ricordo caro.

“ … C’è un campo di girasoli, poi c’ è una altura sempre battuta dal vento; ecco, appena a valle, c’è il cimitero.Un cimitero stagliato a balze nella terra nera della steppa: croci ed elmetti di guerra, nulla più. E sotto, composte un po’ alla svelta, però maternamente, ci soni i miei morti. Ragazzi di ogni paese d’Italia, morti a cinquemila chilometri dalla patria. Pochi con ideali ben definiti anche in quel marasma indiavolato di uomini e di cose; i più, invece, nell’angoscia dello spirito, sgomenti di qull’uragano dell’Est, dove invano avevano cercato una briciola di verità… allora desolati hanno reclinato amaramente il capo sulla neve o chiamando la madre o baciando- sfiniti – la croce, come in un estremo sorso di pace. Ora li veglia una croce gigantesca levata su girasoli! ”

- La Croce sui girasoli - (Don Aldo Delmonte)


Emilio Del Bel Belluz

Ultimo aggiornamento: 30/10/2020 13:07