Editoriali

Il “burkini” ci terrorizza?

di Roberto Bernardini

Il burkini è oggi un problema solo perché la Francia ha detto basta, dopo quello che ha subito sulla propria pelle a causa del terrorismo di matrice islamica.
Ma, c’è da chiedersi: ha detto basta anche al suo sperimentato sistema di accoglienza basato sulla laica accettazione delle peculiarità religiose degli altri a scapito della propria cultura e tradizione? Probabilmente no, perché le tradizioni democratiche e liberali in Francia hanno un grosso spessore e rappresentano il fondamento dello Stato. Ma si tratta comunque di un giro di vite ai “principi della Marianna” che il momento storico impone e che trova concorde la maggior parte dei francesi.
In questo contesto, il burkini viene usato strumentalmente ed è diventato un problema. Fino a un anno fa appariva sulle spiagge francesi e nessuno diceva nulla. Oggi se ne occupano addirittura il premier Valls, la Merkel. Il burkini orienta la politica europea? Ci mancherebbe, anche se all’apparenza lo si potrebbe pensare. Non possono essere i capi di governo ad impantanarsi in questa discussione. Valls in Francia non può imporre proibizioni generalizzate, e lo sa, perché sarebbero in contrasto con le leggi nazionali e soprattutto con il laico principio di “liberté, égalité, fraternité” nato dalla rivoluzione francese.
A livello locale sono i sindaci che per motivazioni particolari possono imporre specifiche restrizioni per motivi di ordine pubblico o di tipo sociale.
È comunque un segnale di cambio di tendenza non solo nei confronti del terrorismo, ora si agisce con maggiore impegno e determinazione nella prevenzione a tutti i livelli e nella neutralizzazione dei terroristi una volta individuati, ma anche nel controllo della vita di tutti i giorni nelle vaste comunità islamiche francesi, per le quali sarà giustamente sempre più difficile occultare certe derive integraliste che fino ad oggi hanno potuto costituirsi e prosperare quasi liberamente.
In Francia si è detto basta. “Le regole le dettiamo noi e chi non le accetta è libero di andarsene”. Il burkini è diventato un problema solo per questi motivi.
Ma dietro a questo costume da bagno c’è anche dell’altro.
È fatto di stoffa leggera dello stesso materiale dei nostri usuali costumi, è stato inventato in Australia per soddisfare alle esigenze degli islamici in quel continente, è una forma di copertura della donna in spiaggia o in piscina, studiato per consentire il rispetto della cultura, della tradizione e forse anche del pudore islamico. Sarebbe tutto qua se non avesse ora assunto un significato che è politico, sociale e culturale allo stesso tempo.
L’uso di questo indumento in Occidente viene interpretato come una “evidenza di sottomissione” della donna che è invitata, ma molto più spesso obbligata a nascondere il proprio corpo. Ad onor del vero questa convinzione non trova sempre riscontro in tutte le donne islamiche: molte di loro tramite alcune associazioni femminili, anche in Europa, si sono più volte espresse invece a suo favore.
Il problema è solo occidentale e paradossalmente si vedono più burkini nelle nostre spiagge che in quelle dei paesi di cultura musulmana.
C'è da chiedersi se da parte di chi tesse le fila dell’islam mondiale e della sua diffusione in tutto il pianeta, non sia in atto un’azione di propaganda islamica, che anche in questo caso “usa” la donna per guadagnare visibilità, presenza mediatica e per posizionare proprie bandierine nella carta geografica degli obiettivi previsti dai suoi “piani di conquista” dell’Occidente. E’ un aspetto che non va sottostimato, ma piuttosto attentamente indagato perché potrebbero emergere risvolti più seri della discussione su pelle coperta o scoperta.
Anche il burkini imposto alle donne in Occidente potrebbe essere un mezzo studiato per sovrapporre la cultura dell'Islam alla nostra, in casa nostra, sfruttando le nostre debolezze e il nostro buonismo che ci ha portato ad essere più tolleranti di quanto richiesto o dovuto.
Il noto scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, autore di numerosi libri nei quali con pacatezza ed equilibrio cerca di spiegare l'Islam ed il mondo arabo all'Occidente, intervenendo sul problema alla Web ArabpressTV ha detto:"ognuno è libero di mostrare o nascondere il proprio corpo ma quando si va in spiaggia non ci si deve mettere la “djellaba”, cioè presentarsi coperti da capo a piedi. Un’affermazione semplice, di buon senso che in questo frangente appare anche illuminata.

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Ultimo aggiornamento: 12/12/2018 18:16