Editoriali

Il profugo ambientale è solo uno sfollato?

di Roberto Bernardini

Se poniamo l’attenzione sulla triste realtà dei flussi migratori a livello planetario, si scopre a volte anche con sorpresa, che non tutti i migranti fuggono dalle guerre e dalle persecuzioni di varia natura, ma emigrano anche per gli effetti dei disastri che l’ambiente naturale in continuo degrado produce sempre più di frequente.

Il problema della salvaguardia dell’ambiente non è molto sentito anche perché limita l’azione dei governi soprattutto in campo economico e le conseguenze del degrado non sono oggetto di grande attenzione. Le guerre fanno molto più rumore, l’attenzione del mondo verte sulle malefatte del regime di Assad e dell’IS in Siria ed Iraq che hanno prodotto milioni di profughi di “prima categoria”. Ma se esaminiamo le statistiche globali sul fenomeno, ci accorgiamo che i disastri naturali producono masse di sfollati molto più consistenti di quanto non facciano le guerre. Ovviamente la maggior parte di queste migrazioni avvengono all'interno degli Stati per cui spesso non fanno notizia a livello internazionale.

Certo la crisi in Medio Oriente ha causato più di 5 milioni di sfollati (migranti interni) e altrettanti profughi (migranti esterni) che sono usciti dai confini del Paese. Anche nello Yemen il conflitto in atto ha già portato più di due milioni di persone ad abbandonare le proprie case.

Ma l’esame di una qualunque mappa dei conflitti e dei disastri nel mondo ci indica per il 2015 che 9 milioni sono stati i profughi e gli sfollati per le guerre contro i circa 20 milioni per disastri naturali o indotti dalle decisioni scellerate di molte dittature. L’Etiopia, ad esempio, negli ultimi anni ha vissuto uno dei peggiori periodi di siccità mai conosciuto dalla metà del secolo scorso che ha distrutto l’agricoltura dai cui proventi dipende l’80 della popolazione del Paese. Ma non sono solo i disastri naturali a spostare le popolazioni. Un esempio recente, i giochi olimpici in Brasile. Migliaia di famiglie sono state evacuate dalla loro residenza per bonificare aree e percorsi lungo i quali dovevano passare le delegazioni internazionali partecipanti ai giochi. Molto spesso, in Africa soprattutto, intere aree dove esiste una piccola agricoltura di sopravvivenza vengono assegnate alle multinazionali per le culture intensive di frutta od altro. Nella regione a nord di Nairobi, in Kenia, ad esempio, esistono le culture di ananas di una famosa multinazionale della frutta estese per migliaia di ettari dove le esigenze della multinazionale hanno sopraffatto negli anni ’80 e ’90 l’agricoltura locale. Certo, anche questo può essere considerato sviluppo ma non tutti i lavoratori locali sono stati assunti dalla nuova realtà monopolistica per cui molte famiglie hanno dovuto trasferirsi alla ricerca di nuovi siti dove ricavare il proprio sostentamento. Amaramente si osserva che delle ragioni del popolo i governi poco si occupano.

Per gli “sfollati puri” basta considerare i numeri. Secondo i rapporti dell’ONU e dell’UNHCR le persone in movimento interno al loro paese sono circa 40 milioni. Molto più del doppio di quanti fuggono da violenze e conflitti.

Ma come possiamo definire gli sfollati ambientali, “profughi di seconda categoria”? E’ gente che fugge dal proprio ambiente di nascita e di vita perché le minime condizioni per l’esistenza sono venute a mancare, non per colpa loro ma per varie cause. In India la costruzione di nuove dighe, sicuramente utili per la gestione delle risorse idriche del paese, ha però provocato la distruzione di una società agricola di circa mezzo milione di famiglie di contadini che hanno dovuto trasferirsi.

Ed allora disastri non sono solo i terremoti e gli altri eventi catastrofici che la natura ogni tanto ci regala, ma anche le conseguenze delle opere dell’uomo, poco rispettoso delle esigenze di conservazione della nostra terra.

Anche il riscaldamento dell’atmosfera dovuto agli effetti dell’inquinamento sulla fascia di ozono provoca cambiamenti climatici importanti e sempre più forieri di necessità di cambiamento nella vita della gente. In definitiva, le Nazioni Unite ci confermano che un’altissima percentuale delle catastrofi registrate sul pianeta è oramai da addebitarsi a fenomeni legati al clima.


Ma c’è di più, da New York ci dicono anche che la lotta per il controllo delle risorse naturali e la sperequazione nella loro distribuzione è da porre a base del 40% dei conflitti. Quindi causa di guerre. E’ diventato un circolo vizioso tra cause ed effetti cui si deve porre rimedio. Ma come?

La soluzione non può essere certo rappresentata dall’accoglienza che si vuole applicare a chi giunge in Europa. Voi si, voi no. Anche perché si rischia di fare una graduatoria degli sfollati per stabilire chi ha e chi non ha diritto all'accoglienza. Per i profughi ambientali le norme sul diritto di asilo delle Nazioni Unite non valgono, la loro categoria non viene ancora contemplata e quindi oggi la maggior massa di disperati, quella degli sfollati appunto, non trova accoglienza.

Le convenzioni, compresa quella di Ginevra risalente al 1951, definiscono il profugo “persona che fugge da persecuzioni etniche, razziali, religiose finanche politiche” ma non da “eliminazione naturale o ad opera dell’uomo delle condizioni di vita”.

Ed allora per una questione di giustizia occorrerà estendere una qualche protezione anche a questi diseredati che sono la maggioranza e che a differenza dei migranti di “prima categoria” possono essere aiutati anche nel loro Paese.

La governance mondiale, mai latitante come in questo periodo storico, dovrà farsi carico anche di questo problema. Sarà giusto garantire la protezione internazionale a tutti coloro che sono per vari motivi costretti od indotti ad emigrare contro la propria volontà. Oggi chi fugge dalle guerre segue un percorso privilegiato, chi è solo sfollato non trova accoglienza. I tempi sono maturi per andare alle origini del problema che spesso risiedono nella diseguale ripartizione delle risorse e della ricchezza, causata da accordi squilibrati che hanno annullato le misere economie di sopravvivenza dei paesi sottosviluppati. E’ tempo di intervenire. Non si può agire sempre e solo a posteriori, come fa la FAO che cerca di combattere la fame nel mondo, con programmi alimentari di soccorso lanciati quando la crisi è oramai incontrollabile e ci si vuole lavare la coscienza. Occorre creare le premesse perché ciò non avvenga. Prevenzione. E questo si può fare solo creando un nuovo ordine economico internazionale capace di elaborare risposte organiche e collegate per il controllo della conflittualità e degli squilibri, cause primarie di tutti i processi migratori.


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Ultimo aggiornamento: 12/12/2018 18:16