Economia

IL CETA E GLI ALTRI ACCORDI DÌ LIBERO SCAMBIO

di Giorgio Da Gai

Il 15 Febbraio, il Parlamento europeo ha approvato il CETA (Comprensive Economic Trade Agreement) l’Accordo Generale per l’Economia e il Commercio, un trattato di libero scambio tra l’Unione Europea e il Canada. Hanno votato SI all’approvazione del trattato i “moderati” del centro e della sinistra, dal Partito Democratico a Forza Italia, compreso l’On. Remo Sernagiotto che molti hanno votato per difendere le eccellenze venete; hanno votato NO i “populisti”, dalla Lega Nord, al Movimento Cinque Stelle, che si oppongono alla globalizzazione difendendo i nostri diritti e i nostri prodotti. Nel sito: https://stop-ttip-italia.net, cliccando sulla voce CETA troverete l’elenco completo dei parlamentari che hanno sostenuto questo accordo, ricordatevi di loro quando andrete a votare.
La questione “CETA” non è ancora chiusa, il trattato entrerà in vigore solo dopo la ratifica dei parlamenti nazionali; se anche uno di questi voterà a maggioranza NO, l’accordo non passerà.
Oltre al CETA questi sono i trattati di libero scambio:
- il NAFTA (North American Free Trade Agreement) l’Accordo nordamericano per il libero scambio, approvato nel 1994 unisce i mercati di Stati Uniti, Canada e Messico;
- il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) il Trattato Transatlantico per il Commercio e gli Investimenti, dovrebbe unire i mercati di Stati Uniti e Unione Europea.
- il TPP (Trans-Pacific Partnership) il Trattato Transpacifico dovrebbe unire i mercati degli Stati Uniti, del Canada, dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Giappone, del Messico, della Malesia, del Cile, di Singapore, del Perù, del Vietnam e del Brunei;
- ACTA (Anti-Counterfeiting Trade Agreement) l’Accordo Comerciale Anticontraffazione mira a combattere la contraffazione e la pirateria informatica, doveva coinvolgere gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia e l’Unione Europea, è stato respinto nel 2012 dal Parlamento europeo;
- TISA (Trade in Service Agrement) l’Accordo sugli scambi di servizi punta alla liberalizzazione dei servizi pubblici, coinvolge l’Unione Europea, gli Stati Uniti e altri ventuno paesi (Australia, Canada, Cile, Taiwan, Colombia, Costa Rica, Hong Kong, Islanda, Israele, Giappone, Corea, Liechtenstein, Mauritius, Messico, Nuova Zelanda, Norvegia, Pakistan, Panama, Perù, Svizzera e Turchia).
I trattati di libero scambio sono sottratti al controllo dei cittadini: sono discussi all’interno di ristrette commissioni, dove i documenti sono accessibili solo ai partecipanti; l’approvazione non prevede il referendum anche solo consultivo. Eppure si tratta di atti che incidono sui nostri diritti, sulla nostra salute e sulla sovranità degli Stati. Il tutto avviene nell’indifferenza dei principali mezzi d’informazione, complici delle oligarchie mondialiste: le multinazionali, il FMI, la Banca Mondiale, le agenzie di rating, la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea e il WTO.
I trattati di libero scambio favoriscono l’attività delle multinazionali perchè le loro norme non si limitano a rimuovere le barriere tariffarie ma anche quelle non tariffarie: la produzione e commercializzazione degli alimenti e dei servizi pubblici, la tutela dell’ambiente, i rapporti di lavoro, i contenziosi tra Stato e imprese. Tutto questo ha conseguenze negative sui cittadini e sulle nazioni coinvolte, Italia in particolare. Primo, la deregolamentazione alimentare: la commercializzazione di prodotti potenzialmente dannosi per la salute (gli OGM, alimenti provenienti da bestiame nutrito con farine animali, alimenti contaminati da pesticidi come il glifosate, la carne di pollo lavata con il cloro, ecc.); la concorrenza di prodotti stranieri di qualità inferiore (parmesan cheese) alle nostre eccellenze garantite dai marchi DOC, DOP, IGT, IGP (vino, distillati, pasta, mozzarella, parmigiano, ecc.). Secondo, l’introduzione di tecnologie dannose per l’ambiente (nel 2013 la compagnia di estrazione Lone Pine, citò in giudizio il Canada chiedendo un risarcimento di 250 milioni di dollari, dopo che lo Stato del Quebec aveva promulgato una moratoria sul fracking). Terzo, la privatizzazione dei servizi pubblici (sanità, acqua, ecc.) riforme che non vanno a beneficio dei cittadini, ma delle imprese multinazionali o di spregiudicati imprenditori: la clausola “ratchet” del Trattato TISA prevede che i servizi privatizzati se liberalizzati, non potranno più essere “rinazionalizzati” (indipendentemente dalla volontà degli elettori); sempre il TISA, esclude possibili distinzioni tra fonti energetiche in base al loro impatto ambientale, rendendo impossibile una graduale eliminazione di quelle più dannose come il carbone, il petrolio estratto da sabbie bituminose; l’ACTA, presupponeva la liceità di violare la privacy degli utenti Internet sospettati di approfittare della proprietà intellettuale altrui. Quarto, la delocalizzazione delle imprese nazionali verso i Paesi dove i salari sono bassi, deboli i diritti sindacali e le norme a protezione dell’ambiente (Asia, Africa, America Latina ed Europa Orientale). Infine, la sovranità degli Stati nazionali è ridotta dall’“arbitraggio delle controversie”; una norma che permette alle imprese private di citare in giudizio gli Stati e gli enti pubblici che con la loro legislazione a tutela dei lavoratori, dell’ambiente e della salute pubblica ostacolano l’attività delle imprese. A giudicare sulle controversie non sarà la magistratura dei singoli Stati ma arbitri sovranazionali con giudizio inappellabile e potere sanzionatorio sui singoli Stati.
I sostenitori del CETA ci assicurano che le clausole del trattato escludono le ipotesi sopra descritte; ma le clausole si prestano a interpretazioni arbitrarie e gli avvocati delle multinazionali lo sanno. Inoltre, il CETA nasce come surrogato del TTIP, osteggiato da Trump e da un vasto fronte di associazioni e di partiti.
I trattati di libero scambio non promuovono lo sviluppo dell’economia italiana, le nostre eccellenze non hanno bisogno del CETA o di altri trattati per essere commercializzate. Come insegna l’esperienza dell’Europa e degli Stati Uniti, l’apertura indiscriminata dei mercati ha pesanti conseguenze sul sistema sociale ed economico delle nazioni: le imprese trasferiscono la produzione verso quei Paesi, dove i salari sono bassi, scarse le tutele sindacali e le norme a protezione dell’ambiente (Asia, America Latina ed Europa Orientale); il mercato nazionale è invaso da prodotti spesso di qualità mediocre o dannosi per la salute, come quelli cinesi. Tutto questo ha prodotto milioni di disoccupati, ha costretto i lavoratori ad accettare salari ridotti e rinunciare ai propri diritti per evitare il licenziamento; ha ridotto il nostro patrimonio industriale con la delocalizzazione.
La delocalizzazione non è un fenomeno negativo, lo diventa se non è accompagnata da una radicale riforma del sistema produttivo. Uno sviluppo incentrato sulla ricerca scientifica e tecnologica, sulla valorizzazione del patrimonio culturale e agroalimentare, sulla tutela dell’ambiente; pur senza escludere i settori strategici essenziali per la vita di ogni nazione (energia, trasporti, telecomunicazioni e difesa). Su questo si gioca il futuro dell’Italia e dell’Europa.
I trattati di libero scambio disciplinano il mercato globale e quindi la globalizzazione, impedirne l’approvazione significa rifiutare la globalizzazione stessa. Combattere la globalizzazione non è ottuso protezionismo come ripetono i “sacerdoti” del mercato globale e i loro servi; ma difendere gli interessi nazionali e i cittadini dagli abusi dei poteri sovranazionali, rappresentati dall’Unione Europea (BCE e Commissione Centrale). Trump l’ha capito, come l’hanno compreso i “populisti” europei e questa è una delle ragioni del loro consenso.

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