Politica

Governo, le nuove percezioni e gli errati consensi

di Zanchettin Thomas

Le elezioni del 4 marzo scorso hanno fatto risaltare di fronte a tutta Europa il volto non-politico dell’Italia, ritenuta fin dalle origini uno dei Paesi con minor capacità diplomatica: già Cavour al Congresso di Parigi, dopo la Guerra di Crimea del 1856, fu considerato poco più di un impacciato esordiente che di politica estera, sapeva ben poco; non a caso le sue richieste furono snobbate e la conclamata “questione italiana” fu appena ascoltata dalle varie delegazioni europee (comunque abbastanza ostili).

Lo stallo formato nei giorni successivi agli exit poll hanno anche identificato, o meglio, evidenziato (per l’ennesima volta) una profonda spaccatura fra alcune zone della Penisola. Certamente i successi in tema di immigrazione e tagli dei vitalizi ha messo ulteriore fiducia nel popolo, ma ci ricordiamo dell’epica lotta fra i i due vincitori morali delle elezioni? Come nel 1946 al referendum istituzionale, la situazione post-elettorale era letteralmente spaccata in due: Nord e Centro con il centrodestra (qualche sprazzo per la sinistra) e Sud con accenni al Centro per i pentastellati. E i proclami? “Non scenderemo a patti con Tizio”, “Non tratteremo con loro”, “andiamo avanti da soli”… il finale è degno di nota: un patto di governo “fifty-fifty” dopo polemiche, figure internazionali e accuse della peggior specie.


Sono giovane e la mia fiducia nel futuro dovrebbe essere ancora salda e piena di entusiasmo, poco fa mi è capitato di riflettere su alcune cose e questo è ciò che ne ho tratto: gli anni più importanti della mia formazione civica sono stati segnati (oltre dalla scuola, dallo sport e le altre esperienze) da continue martellate di notizie scandalose, slogan di partito e titoli giornalistici alquanto gonfiati; quasi a voler illudere una giovane mente che tutto andasse per il meglio. Oggi, a scuole appena terminate, posso dire che sto provando sulla pelle gli effetti del cambio di regia che in molti stanno applaudendo.

I nuovi sondaggi sul calo degli sbarchi e le prese di posizione nei confronti degli altri Paesi dell’Unione Europea hanno creato, secondo me, errate percezioni e consensi dalla dubbia consistenza. Con l’affermarsi delle volontà di questo nuovo esecutivo si sono fermati gli episodi di buonismo e di falsata solidarietà caritatevole ma, viceversa, sono aumentati esponenzialmente quelli di intolleranza e razzismo. Non si può negare che le varie violenze gratuite e senza motivo non sono un problema, perché se prima era considerato un effetto della politica sbagliata del Governo, ora è lo stesso Governo a fornire la giustificazione per questi atti. Come tanti, anche io ho sempre sperato che la situazione immigratoria venisse finalmente risolta e che gli sfortunati migranti potessero ritornare in Patria per ricostruire la loro realtà quotidiana, ma con l’avvento delle destre da due anni a oggi, sono anche state distribuite false certezze.

Prima fra tutte, la percezione che il mondo debba tornare ad essere delle sole sovranità nazionali: errato! Parlando con un amico di indipendenza e cultura, arrivammo al punto focale chiamato “apertura globale”, ovvero l’atteggiamento che (nel nostro caso) doveva avere il Veneto nei confronti dei partner internazionali: “non possiamo chiuderci, siamo nel ventunesimo secolo!” mi disse, e in tutta franchezza risposi che, viste le attitudini della nostra economia non era necessario chiudersi ma creare partnership vantaggiose per tutti e tre/quattro i settori economici, in modo da avere una crescita globale comunque indipendente dallo Stato sovrano. La nuova tendenza destrimane ha convinto molti cittadini ad assumere un atteggiamento di chiusura perché, nel nome del popolo, è giusto far valere le proprie posizioni senza rendere conto a nessuno: errato!

Nel momento in cui si è inseriti in un contesto internazionale non si può evitare che le pretese dei confinanti e dei partner siano in netto contrasto con le proprie: le differenze territoriali di stampo sociale, culturale, etnico, religioso ed economico contribuiscono notevolmente a queste differenziazioni e “fare orecchie da mercante” aumenta sì la percezione di avere maggior libertà, ma nella realtà non fa altro che limitare le mosse successive. Non dico che si debba divenire schiavi degli altri, ma essere eccessivamente diretti può creare un effetto boomerang; dopo anni di governi fantoccio, abituati ad essere buoni e cari accontentando tutti per ricevere zero, non si può ribaltare ogni cosa senza pensare che il Cambiamento possa diventare Rovesciamento.

Inoltre, e ciò è il secondo dei punti su cui ho riflettuto, trovo molto scorretto giustificare ogni gesto nel nome del “popolo italiano”. Parise disse che “un vero popolo italiano” non era mai esistito, le differenze territoriali ci rendevano veneti, liguri, toscani e così via; e questi erano popoli italici non italiani. Basandomi sulla stessa concezione, trovo che volersi discolpare nel nome di 65 milioni di persone sia molto azzardato: non avendo un forte sentimento unitario, come invece accade in Francia o in altri Paesi, non si può ritenere ogni gesto come un atto dovuto. Oltre a ciò, credo che in molti farebbero volentieri a meno di essere tirati in ballo nelle inevitabili gaffe internazionali.

La politica è da sempre un gioco serio e chi ne è partecipe, sa benissimo di doversene interessare sempre, ma nella mia opinione di ventenne sono certo che, nonostante l’impegno istituzionale sia una qualità da premiare, non si può accettare che il proprio operato diventi anche motivo di un rovesciamento degli ordini sociali.

Ora che i temi scottanti sembrano essere stati “trattati con la giusta cura” –come amano riportare i media nazionali - non possiamo tralasciare gli effetti che questa sta portando in mezzo alle strade. I moli possono anche essere sgombri, ma se le strade si riempiono di violenza e criminalità gratuita, dov’è la vittoria del popolo?

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Ultimo aggiornamento: 12/12/2018 18:16