Italia, Cultura

“Quest’Aida non s’ha da fare..”

di Carlotta Galeazzo

A nulla sono valse infatti le audaci interpretazioni dei protagonisti e delle numerose comparse che, sfidando il maltempo di sabato primo settembre 2018, hanno cantato e danzato su una scenografia piuttosto umida e scivolosa.
L’impossibilità di rinviare la rappresentazione in quanto la sedicesima e ultima della stagione ci lascia l’amaro in bocca e la delusione di non poter vedere Aida ricongiungersi, seppur nella fine, col suo amato.

La serata finale della 96° Opera Festival 2018 non si è purtroppo svolta nel migliore dei modi, dopo quasi due ore di posticipo per scongiurare la pioggia lo spettacolo si è infatti dovuto interrompere al secondo atto lasciando la storia al suo culmine con la vittoria di Radamès (Walter Fraccaro) sugli Etiopi e la disperazione di Aida (Hui He) che, obbligata col padre Amonasro (Gocha Abuladze) a rimanere in Egitto come garanzia di pace, non può rivedere il suolo natio, né sposare il suo amato, costretto in matrimonio con Amneris (Anita Rachvelishvili), la figlia del Faraone (Romano Dal Zovo).

I due atti, svolti senza intervallo, si sono distinti per una scenografia (di Franco Zeffirelli) degna di nota e un’interpretazione così sofferta e partecipata da lasciare senza fiato in un tripudio e continuo alternarsi sulla scena di affetti individuali e grandi pulsioni collettive, manipolate e organizzate dentro una ritualità sacrale che vedeva coinvolte centinaia di controfigure tra soldati, ancelle, popolani, sacerdoti..

Da segnalare anche la coreografia di Vladimir Vasiliev che spezzava in modo brillante e coinvolgente il dialogo dei protagonisti e accompagnava le scene corali aumentandone la forza e la potenza grazie all’eccezionale eleganza, leggerezza ma anche virilità dei primi ballerini (Beatrice Carboni, Eleana Andreoudi e Davit Galstyan) accompagnati da tutto il corpo di ballo.

L’eccezionalità dell’Opera Verdiana e dell’organizzazione in un luogo così unico per la nostra cultura è dimostrato anche dalla pluralità di nazionalità del pubblico, gran parte Tedeschi, ma anche Francesi, Inglesi e Giapponesi, sintomo del distinguo mondiale che abbiamo in questo campo.

La delusione rimane soltanto nel vedere un’arena, già non troppo affollata, svuotarsi a metà della rappresentazione, con centinaia di impermeabili e k-way di tutti i colori che si sparpagliano incrociandosi e allontanandosi nelle varie direzioni verso casa, come in una danza sotto una pioggia battente che purtroppo ha avuto la meglio.

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Ultimo aggiornamento: 12/12/2018 18:16