Cultura

Blue Holy Hole

di Norman Zoia

Mi sono commosso per lo stupore gioioso della ricercatrice Katie Bouman che, non ancora trentenne, ha visto andare a segno quel suo algoritmo messo a punto per la cattura dell’ormai arcinoto M87. Mi sono altrettanto commosso pensando a Gabriella Greison, donna di scienza e di spettacolo, in scena nei panni della compagna di Einstein, mentre commenta la conseguente conferma alla Relatività. Ho avuto un brivido blues quando, oltre quarant’anni fa, ho composto Ghiacci ammoniacali, canzone ambientata su un ipotetico parallelo di Titano, là dove mostri respirano metano (in calce il link a un audiovideo artigianale messo in rete da Marina Ferrante, montato con miei stralci pittorici aderenti al brano musicale). Ho riprovato soprattutto un’intensa emozione già sperimentata ad ampio raggio cosmico rivedendo alcuni dipinti di Geri Palamara, maestro ambro-eoliano che con l’altrorealismo dei blue holes ci è sempre andato a braccetto, oltrepassando perfino certi impetuosi tagli di Fontana. E non mi riferisco a talune voragini subacquee come quella sulle coste a est del Belize o come succede per esempio nel golfo di Aqaba, sul mar Rosso. Ho voglia invece di lasciarmi leopardianamente naufragar tra blusofia e blu age; richiamando ancora Palamara, con un occhio di riguardo anche per Stefano Festa e per il cobalto delle sue tele. Perché, così come fanno i buchi neri con la luce, la santa densità dell’arte ci risucchia dentro di lei. https://www.youtube.com/watch?v=ARx0F2_-C80

(Sopra, la Greison accanto a un’indicativa opera di Palamara)

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Ultimo aggiornamento: 20/05/2019 14:13