Cultura

La coscienza di Zen

di Norman Zoia

MILANO. […] Al quattordicesimo piano d’un bianco grattacielo […]. Così scriveva il poeta Sal Passarella nel turbolento sessantotto. Uno dei suoi versi londinesi (per altro musicato dal sottoscritto) che avevo sempre ben chiaro quando, quasi ogni sabato, salivo i gradini di un altro alto palazzo, stavolta non in King Road bensì nell’ambrosiana Zona Nove; sempre di quattordici piani si trattava, abbastanza per uno come me che non prendeva più l’ascensore. Insieme a Mario, fotografo de I Classici, ci si trovava davvero spesso a casa di Umberto Zenari (sopra, di fianco a una delle sue opere visive). Ci si confrontava sulle nuove tendenze musicali e si mettevano giù storie brillanti ambientate nei favolosi sixty. Ci firmavamo Zoia & Zenari per via di quell’assonanza con una benaugurante giocondità pecuniale. Le figlie Daniela e Henriette, oggi purtroppo affrante per la sua scomparsa, ne sanno qualcosa. Fine umorista, pioniere nella prima radiofonia libera, quel periodo del bar a gestione familiare… il tutto contestualmente a un tragitto umano per lo più in salita, alleggerito da una forte passione per l’arte del collage nella quale era maestro. Voglio ricordarlo come avrebbe potuto bonariamente fare Zaira, una delle sue invenzioni letterarie, la titolare di una scalcagnata pensione per orchestrali da sottobosco: Me racumandi, sciur Zen, la me mandi on quai numer del lott, ché semm indré con la pigione. E aggiungo: Ciao, caro amico, ora lassù, tra i pascoli di ogni Dio / dove rivivono i souvenirs dell’entropico oblio.

Ultimo aggiornamento: 30/10/2020 13:07