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Ivica Dikić analizza il «Metodo Srebrenica»

di Georgia Schiavon

Anatomia di un genocidio del Novecento 

«Un procedimento del genere – cioè lo smontaggio e la riduzione ai fattori elementari, con la confusa speranza di riuscire ad avvicinarci alle motivazioni del misfatto – può essere vissuto e qualificato come una razionalizzazione del delitto – in questo caso del genocidio – o addirittura come qualcosa di più maligno della razionalizzazione?». Attraverso l'anatomia delle sequenze di quello che è stato uno dei più efferati massacri etnici del Novecento, l'analisi della personalità dei suoi principali attori e l'inquadramento della vicenda nel contesto della disgregazione della Jugoslavia, Metodo Srebrenica di Ivica Dikić, edito in traduzione italiana da Bottega Errante, cerca di avvicinarsi alle ragioni del male, interrogandosi sulla possibilità e sulla liceità di ciò. Una ricerca che approda alla consapevolezza dell'inevitabile fallimento della letteratura, la quale, svincolata dall'emissione di un verdetto, può indugiare sui molteplici intrecci dell'agire umano.
Il processo di disfacimento della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia comincia ufficialmente nel giugno del 1991, con le dichiarazioni d'indipendenza della Slovenia e della Croazia, che provocano l'intervento – nel primo caso di soli pochi giorni – dell'Armata Popolare Jugoslava. In Bosnia ed Erzegovina la guerra scoppia in seguito alla dichiarazione d'indipendenza conseguente al referendum del marzo del 1992, che registrò l'assenso praticamente unanime dei bosgnacchi (i bosniaci musulmani) e dei croati, rispettivamente il 43% e il 17% della popolazione, ma che venne boicottato dai serbi, che ne costituivano il 31%. Ciascuna delle tre comunità si dota di un proprio governo e di un proprio esercito. La disomogeneità etnica peculiare di questo paese si tradurrà in un sanguinoso conflitto civile. La valle della Drina, nella Bosnia orientale, obiettivo strategico per l'integrità territoriale della Repubblica Serba di Bosnia ed il collegamento con la confinante Serbia, fu oggetto di una pulizia etnica dalla componente musulmana – numericamente prevalente – fin dalla primavera del 1992. La città di Srebrenica, in cui ripararono molti bosgnacchi cacciati dai paesi circostanti, rimase un'enclave musulmana in territorio serbo. Dichiarata "zona protetta" dall'ONU nell'aprile del 1993, essa fu comunque teatro di scontri tra le fazioni nemiche. L'11 luglio del 1995, dopo un assedio di cinque giorni, l'esercito serbo-bosniaco riesce a conquistarla. Oltre venticinquemila sfollati cercano rifugio nella base dell'UNPROFOR (United Nations Protection Force), presidiata da un contingente olandese, nel vicino villaggio di Potočari. Altri dodici o quindicimila, circa un terzo dei quali armati, si mettono in marcia verso nord, nel tentativo di raggiungere l'area sotto il controllo dell'Armata della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina: circa seimila saranno catturati e uccisi o deportati nei due giorni successivi; gli altri si salveranno grazie ad un accordo tra il vicecomandante della 24^ divisione dell'Armata di Bosnia, Šemsudin Muminović, e il comandante dell'ormai stremata brigata di Zvornik dell'esercito serbo-bosniaco, Vinko Pandurević, che ne permetterà infine il transito incondizionato.
È forse proprio nella notte tra l'11 e il 12 luglio che prende forma quella che fino ad allora, a parere di Dikić, era piuttosto un'idea, ancora priva di un piano concreto, anche se più volte esplicitata dai leader politici e militari serbi. L'uomo incaricato di attuarla, nel più breve intervallo di tempo e con la massima discrezione possibili, fu il colonnello Ljubiša Beara. Nato in Bosnia da una famiglia di origine croata, Beara aveva intrapreso una brillante carriera militare, ottenendo, negli anni Sessanta, il comando delle guardie della sicurezza del presidente Tito. Con il crollo dell'ideologia dell'unità jugoslava anche in uno dei suoi ultimi baluardi, l'Armata Popolare, anche Beara, come molti altri ufficiali, si converte all'orientamento filoserbo da essa progressivamente assunto dopo la morte di Tito, nel 1980, e la salita al potere di Slobodan Milošević in Serbia, nel 1989. Già nella prima metà degli anni Ottanta gli viene affidato l'incarico di smascherare una presunta congiura della compagine albanese dell'Armata Jugoslava a seguito del disconoscimento dell'autonomia del Kosovo da parte della Serbia; un lavoro che egli diligentemente esegue. All'inizio della guerra in Croazia, a Knin, nella Krajina, regione a maggioranza serba, era diventato uno degli ufficiali più fidati del generale Ratko Mladić, salito poco dopo al Comando Supremo dell'Esercito della Repubblica Serba di Bosnia. Qui egli lo seguì, anche per ragioni di nascita, allo scoppio della guerra, assumendo il comando della Direzione di sicurezza.
Il coordinamento dello sterminio di oltre ottomila e trecento uomini, perpetrato nei giorni seguenti, presuppone – sostiene Dikić – una mente razionale ed inflessibile. Trattandosi di un'operazione della massima riservatezza, la catena di comando non segue le gerarchie ufficiali: il passaggio di informazioni e consegne avviene in modo diretto tra i membri dei servizi di sicurezza. Il 12 luglio Beara mobilita i suoi uomini per la requisizione di autobus e camion civili e militari, l'organizzazione dei trasporti, l'individuazione dei luoghi per le esecuzioni e per gli occultamenti dei cadaveri. Il giorno stesso, a Potočari, sotto gli occhi degli inerti soldati delle Nazioni Unite (recentemente riconosciuti come responsabili dalla Corte Suprema olandese, ma solo limitatamente alla consegna di trecento dei rifugiati nelle mani dei miliziani serbo-bosniaci), i maschi – circa duemila, in età adulta, ma anche adolescente e anziana – vengono separati dal resto della popolazione. Per tutta la giornata un centinaio di automezzi conduce i primi in diversi luoghi di detenzione nella zona di Bratunac e gli altri a Kladanj e Tuzla, nel territorio controllato dall'Armata di Bosnia.
La strage comincia il 13 luglio come un atto di vendetta. Un migliaio di prigionieri viene giustiziato in un magazzino della cooperativa agricola di Kravica: nel gennaio del 1993 questo villaggio serbo era stato devastato dalle milizie bosgnacche, che avevano ucciso un numero tuttora imprecisato di abitanti. Altri cinquecento vengono soppressi nei dintorni. La sera stessa, però, le operazioni, appena al loro inizio, si inceppano a causa dell'ostruzionismo di Miroslav Deronjić, influente esponente del Partito Democratico Serbo di Bratunac, che può avvalersi dell'appoggio del presidente della Repubblica Serba di Bosnia, Radovan Karadžić, ormai in rotta di collisione con Mladić. Pur essendo stato uno dei principali fautori della pulizia etnica nella valle della Drina nel 1992, egli, evidentemente fiutando le conseguenze del coinvolgimento in un'azione di tale portata, si oppone ora alla continuazione delle uccisioni nella sua giurisdizione.
Beara è infine costretto a cedere. Nel giro di qualche ora, appronta una soluzione alternativa. Durante la notte inizia il trasferimento dei prigionieri nell'area di Zvornik, più a nord. Le esecuzioni riprendono il pomeriggio del giorno successivo: forse oltre duemila persone vengono liquidate ai bordi di una fossa comune scavata durante la mattinata a Orahovac. Il piano, tuttavia, subisce un ulteriore rallentamento a causa delle resistenze alla spedizione di soldati per le fucilazioni. La mattina del 15 luglio, mentre è in corso l'eliminazione di un migliaio di bosgnacchi in una spianata vicino alla diga di Petkovci, Beara fa richiamare altri militari della brigata di Zvornik: saranno loro, nel pomeriggio, a sparare contro altrettanti di essi nei pressi della cava di ghiaia di Kozluk. Domenica 16 luglio rimangono ancora due migliaia di prigionieri a Pilica. Dopo l'ennesima insistenza, Beara ottiene di farsi mandare alcuni uomini del reparto guastatori a Branjevo: qui, in un terreno privato temporaneamente adibito alle esigenze logistiche della brigata di Zvornik, a partire dalla mattina ne vengono portati ed assassinati circa millecinquecento. Cinquecento sono ancora stipati nella casa della cultura di Pilica, ma non vi sono più tempo né risorse per ulteriori spostamenti. Nonostante le proteste degli abitanti, ai sopraggiunti rinforzi della brigata di Bratunac viene ordinato di finirli all'interno dell'edificio. Alle 17 il "lavoro", come veniva definito in codice, è ultimato. Anche questa volta Beara è riuscito a portare a termine il compito assegnatogli: a muoverlo, secondo Dikić, non fu la ricerca della gloria, ma il bisogno di dimostrare le sue capacità ai vertici militari, in particolare al generale Mladić.
Tra le ipotesi considerate da Dikić c'è quella che l'eccidio possa avere avuto anche la funzione di smuovere l'intervento internazionale, al fine di condurre alla conclusione del conflitto. Fu comunque ciò che avvenne nelle settimane seguenti. In novembre, a Dayton, in Ohio, vengono avviate le trattative di pace tra i presidenti di Bosnia, Croazia e Serbia. Gli accordi, ratificati il 14 dicembre in una solenne cerimonia a Parigi, alla presenza dei leader delle potenze mondiali, assegnano il 51% dello stato bosniaco alla Federazione Croato-Musulmana e il 49% alla Repubblica Serba. Con essi, come nota lo scrittore Ivan Lovrenović, «la ratio etnica è stata [...] pietrificata sul piano politico, istituzionale e amministrativo».
Il Tribunale Penale Internazionale per l'ex Jugoslavia ha riconosciuto il massacro quale genocidio, processandone i responsabili. Beara viene condannato definitivamente all'ergastolo nel 2015. Morirà nel 2017 a Berlino, nel carcere in cui stava scontando la pena. A Tuzla, nel Podrinje Identification Center, continua il complesso lavoro di identificazione dei resti delle vittime, un migliaio delle quali rimane ancora senza un nome.

Georgia Schiavon

Ultimo aggiornamento: 10/08/2020 16:56