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La Brexit in stallo, ci stanno ripensando?

di Roberto bernardini


Nella sede dell’UE domenica scorsa i tavoli si erano fatti caldi per le accese discussioni tra i negoziatori comunitari e britannici ma nonostante l’impegno non si è riusciti a raggiungere un accordo. Che l’accordo non si possa più fare nei tempi previsti è sempre più probabile anche secondo Tusk, Presidente del Consiglio europeo, che ha espresso serie preoccupazioni al riguardo.
Di giorno in giorno l’uscita della Gran Bretagna dalla famiglia comunitaria incontra sempre più ostacoli perché la situazione si è dimostrata ben più complicata di quanto ipotizzato. Anche gli ottimisti si sono dovuti ricredere. Come tutti sanno, i dossier scottanti sul tappeto riguardano il Mercato Unico e la questione della frontiera irlandese post Brexit.
Consapevole della delicatezza dei dossier, il ministro degli esteri britannico Jeremy Hunt, ha voluto mantenere alta l’attenzione e la preoccupazione comunitarie affermando che la firma di un accordo sulla Brexit rimane fondamento importante per preservare la sicurezza in Europa.
Si sperava di poter portare almeno una bozza di accordo al vertice UE che si apre mercoledì 17 ottobre a Bruxelles, ma così non sarà.
A meno di sei mesi dalla data fissata per il divorzio, il 29 marzo 2019, e nonostante tutti gli sforzi prodotti, le questioni chiave sono ancora in sospeso. L’arrivo improvviso a Bruxelles del ministro britannico Brexit Dominic Raab, aveva alimentato delle speranze nel capo dei negoziatori europei, il francese Michel Barnier, che sperava in una soluzione soddisfacente. Ma è rimasto deluso.
Certo la porta rimane aperta, certamente tutti sono speranzosi ma la data si avvicina ed i dubbi rimangono e la difficile realtà negoziale non si può nascondere. Prima di mercoledì non ci potranno essere altri incontri e di questo gli ambasciatori dei 27 sono stati informati dallo stesso Barnier. Stallo, ma allo stesso tempo speranze da entrambe le parti: la posta in gioco è troppo importante e rischiosa per tutti.
"Il Regno Unito confida nel prossimo Consiglio europeo di ottobre", ha dichiarato Raab.
Il clima non è dei migliori e tutti auspicano che si arrivi ad un accordo con gli inglesi ma diversi partner europei ritengono oramai che l'UE debba tenersi pronta anche per lo scenario peggiore, vale a dire un divorzio senza accordo.
Ed in tale funesto contesto il primo ministro britannico Theresa May potrebbe pensare alle dimissioni perché la crisi politica è strisciante e sugli esiti del negoziato si misurerà la durata del governo. La stampa britannica ritiene che oggi la politica della premier verso la Brexit non sia più espressione di tutto l’esecutivo perché diversi ministri hanno minacciato di dimettersi, se la signora May non rivedrà i suoi piani.
Qualcuno però la appoggia. Il più famoso diplomatico britannico Jeremy Hunt, ha sostenuto con enfasi che "solo Theresa May può negoziare il miglior accordo possibile” e poi si è scagliato contro i leader europei e la stessa Unione che ha maldestramente paragonato alla vecchia Unione Sovietica.
Evidentemente anche da loro le esternazioni fuori dalle righe sono all’ordine del giorno, come è abitudine diffusa per molti politici europei di questo millennio.
Ed allora, raccogliamo le idee tralasciando il fatto che nei momenti di crisi anche il far play britannico cede all’enfasi e all’eccitazione. La stampa internazionale ci illumina.
L’accordo è essenziale per la stessa sicurezza britannica perché le relazioni economiche di Londra sono al centro di tutte le partnership, degli accordi commerciali e trattati e delle alleanze. Tutte cose di vitale importanza per la sicurezza di cui oggi Londra gode assieme ai partner europei.
Inoltre la Gran Bretagna si è impegnata a non ripristinare una frontiera in Irlanda, nel rispetto dell’accordo di pace del 1998 che pose fine al terrorismo dell’IRA. Ma questo impegno contrasta con l’uscita dal Mercato Unico e dall’ Unione Doganale europea, che impone il controllo delle merci al confine irlandese..
Ed allora, compromesso: la May propone un "accordo doganale provvisorio" tra il Regno Unito e l'UE fino a quando non si troverà una soluzione duratura per garantire che non si debba tornare a una frontiera fisica. Proposta denegata. Il partito conservatore le ha detto “assolutamente no” perché “dal provvisorio al permanente la strada è storicamente in discesa, provvisorio può significare anche eterno”. Un accordo “permanente di fatto” potrebbe impedire accordi commerciali con paesi terzi, che è quello che i pro Brexit vogliono fare.
Anche sul Mercato, niente alchimie di compromesso. Da parte comunitaria, i negoziatori UE si oppongono logicamente a concedere al Regno Unito un accesso al Mercato Unico e allo spazio doganale europeo “quando gli serve” senza sostenere i relativi oneri di associazione. Troppo comodo gentleman!
In definitiva non si vede proprio una soluzione possibile entro la data del 29 aprile. Occorre una proroga del periodo di transizione post Brexit, durante il quale Londra rimarrà comunque sia nel Mercato Unico che nell'Unione Doganale. Di questo si è cominciato a discutere, secondo diversi media britannici, al tavolo dei negoziati. Ricordiamo che la transizione dovrebbe normalmente essere completata entro la fine di dicembre del 2020, al massimo 2021. Ma attenzione, il prolungamento aumenterebbe il conto già salato che Londra dovrà pagare per andarsene davvero.
Ripensarci? In Gran Bretagna si sta presagendo il fallimento e si parla di un nuovo referendum per misurare il polso degli elettori e per confermare la loro volontà a volersene veramente andare dall’Unione L’idea si sta affermando e l’euroscetticismo è in calo al di là della manica. Vedremo.


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Ultimo aggiornamento: 10/12/2019 18:06