Cultura, Friuli V.G.

L'isola di Brendano, romanzo postumo di Carlo Sgorlon

di Georgia Schiavon

In un rapporto arcaico con la natura il futuro dell'umanità

«Tornare veramente a una concezione prescientifica, pregalileiana del mondo è impossibile; ma è concesso recuperarlo, sentirlo, tenerne conto, rimetterlo nei percorsi vitali del nostro pensiero. È possibile ripercorrere quelle vie di conoscenza arcaica che conducono alla riscoperta e al riappropriamento della natura». Con questa affermazione contenuta nella sua autobiografia
La penna d'oro, in cui svolge una retrospettiva sulla sua opera, Carlo Sgorlon sigilla il tentativo della sua letteratura. Contro la visione moderna, storicistica, della natura, che la riduce a un'entità inconsapevole, estranea ed inferiore all'uomo, esponendola così a quel rapporto di dominio che sta alla base dello sviluppo tecnologico e industriale, essa guarda a una concezione antica, caratteristica del mondo contadino, nel quale tale relazione è ribaltata nel sentimento dell'appartenenza dell'uomo alla natura e nella consapevolezza della sua impotenza rispetto ad essa. Un'impotenza che l'uomo contemporaneo è comunque costretto a sperimentare dolorosamente, poiché la natura inesorabilmente rigetta la sua «
hybris», la dismisura della sua volontà di potenza: come ne L'ultima valle, considerato il suo primo romanzo «ecologico», nel quale la tragedia del Vajont, astratta da ogni connotazione cronachistica, viene universalizzata, assurgendo ad archetipo della «guerra tra Progresso ed Ecologia».
La possibilità di una diversa accezione del progresso, fondata sulla «sopravvivenza» e non sull'«abbondanza», si materializza nel protagonista de
L'isola di Brendano, romanzo postumo di Sgorlon, con il quale la casa editrice Mimesis inaugura una collana che accoglierà le opere inedite dello scrittore friulano. Anch'esso, come molti altri suoi libri, è ambientato in un Friuli mitico, un luogo al quale si è indotti a fare ritorno, per ritrovarvi, infine, se stessi.
Brendano Mac Finnegan, architetto di origine irlandese, lascia una vita agiata, ma vuota, negli USA, dopo avere accettato la proposta di ricostruire un paesino distrutto dal terremoto nelle montagne friulane, dove molti anni prima, in un incidente, suo padre aveva trovato la morte. Ricevuta una fortuna da un atipico boss della mafia americana al quale ha fortuitamente salvato la vita, decide di investirla per aiutare gli abitanti del paese nella ristrutturazione delle loro case e per avviarvi una fabbrica di profumo di lavanda. Brendano sa che la lontananza dalla sua patria, che egli in verità non ha mai visitato, non è che una forma contingente di quell'esilio che è la condizione esistenziale di ogni uomo. Nei suoi interrogativi metafisici – da dove veniamo? chi siamo? dove andiamo? – risuona la nostalgia di un rapporto con l'essere che la contemporaneità sembra avere smarrito. I vasti studi di Brendano gli mostrano tuttavia che le scoperte della scienza contemporanea convergono, finalmente, con le dottrine dei filosofi antichi: essa confermerebbe infatti l'origine stellare dell'uomo, indicandogli una traccia nella ricerca del suo posto nel cosmo.
Secondo una cifra della narrativa di Sgorlon, ciascuno dei personaggi rappresenta una parte in un destino che lo sovrasta e che sembra ripetersi ciclicamente nel corso della storia. Brendano è «geopatico» (così del resto Sgorlon definiva anche se stesso), ovvero partecipa del dolore provocato dall'uomo alla terra, ma in pari tempo comprende che il processo cosmico, in quanto successione di generazioni e distruzioni, è causa di sofferenza per l'uomo. Egli è, nonostante tutto, ancora fiducioso nelle capacità del genere umano. È il suo stesso mestiere di architetto che lo porta a costruire e, come in questo caso, a ricostruire, pur con la consapevolezza della precarietà di ogni cosa. Amos ha invece delle teorie apocalittiche sul futuro dell'umanità: solo una catastrofe che decimi il genere umano potrebbe risanare il pianeta dai danni da esso arrecatigli. Fatma, profuga afghana, costretta quando era ancora una giovane studentessa a diventare una guerrigliera dai terroristi del suo paese, è talmente temprata dal male subito che ha la forza di sopportarlo, rendendolo così innocuo. Ottavio, fuggito dalla Romania per non limpidi motivi, incarna i valori edonistici della società contemporanea, che si traducono in un rapporto predatorio con la natura e con la donna. La sua passione per la guida ad alta velocità è indice di un temperamento violento, che si esplicita in una pulsione incontrollabile verso il male. Attraverso di lui, infatti, il male, fiutato, temporaneamente scampato, ma soltanto differito, si insinua nella realtà e fa infine il suo corso. Secondo una visione quasi manichea del destino, esso «s'impasta[...] con la realtà»: non esistono vendetta o perdono che possano cancellarlo. Ma proprio dal male e dalla sofferenza rinasce la vita, di cui eros è il motore, la «forza universale». Anche in questo romanzo di Sgorlon l'intreccio si scioglie nell'amore tra uomo e donna, la maniera in cui «la vita si organizza[...] sempre», la più elevata forma di manifestazione della natura e di conoscenza di essa.

Georgia Schiavon

Ultimo aggiornamento: 10/08/2020 16:56