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Mladic all’ergastolo. Il Tribunale per la ex Yugoslavia chiude

di Roberto Bernardini

Con la sentenza del 22 novembre 2017 che condanna all’ergastolo Ratko Mladic, l’ex capo militare nelle forze serbe di Bosnia, il Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia (TPIY) ha terminato il suo mandato.

Dopo vent'anni di inchieste e circa 100 sentenze definitive si chiude con un’ultima sentenza, la più roboante ed importante,che sanziona per crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio un comandante militare che era stato soprannominato il “macellaio dei Balcani”. Era l'ultimo della lunga lista di accusati posti a giudizio da questo tribunale internazionale.

Il TPIY era stato creato nel maggio del 1993 e trovava la sua legittimazione nella risoluzione 827 delle Nazioni Unite (NU).

All’epoca la guerra imperversava in Bosnia a seguito della dichiarazione di indipendenza della Bosnia-Erzegovina di un anno prima. Altri Paesi come la Croazia, la Macedonia e la Slovenia avevano dichiarato la loro indipendenza dalla Jugoslavia. Ma il potere centrale di Belgrado, saldamente nelle mani di Slobodan Milosevic e a maggioranza cristiano ortodossa, si accanì soprattutto contro la Bosnia a maggioranza musulmana, reprimendo nel sangue i moti indipendentisti.

Il conflitto fu caratterizzato da numerosi crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

E’ rimasto nella mente di tutti, in particolare, il massacro di Srebrenica nel corso del quale più di 8000 bosniaci vennero uccisi dai militari del generale Mladic nel mese di luglio del 1995, sotto gli occhi di un contingente di “caschi blu” olandesi che aveva il compito di presidiare una particolare zona di sicurezza delle Nazioni Unite predisposta per dare rifugio ai perseguitati. Nulla fece per impedire che i profughi fossero costretti dai serbi ad uscire da questa zona e poi massacrati e passati tutti per le armi.

Ma qual’era il compito del TPIY? Il tribunale doveva portare in giudizio i responsabili di violazioni gravi dei diritti internazionali e dei diritti umani, commesse dopo il 1991 sul territorio della ex Jugoslavia. Non poteva dunque perseguire uno Stato ma solo delle persone.

I suoi campi di competenza erano riferibili a quattro categorie di crimini: le infrazioni gravi alle convenzioni di Ginevra del 1949 riguardanti le regole da seguire nella condotta dei conflitti armati, in particolare nei confronti dei civili e dei prigionieri; le violazioni delle leggi e costumi della guerra; il genocidio ed i crimini contro l'umanità.

Il tribunale penale internazionale ha messo sotto accusa 161 persone responsabili di crimini perpetrati durante le guerre nella ex Jugoslavia.

83 sono stati condannati e 56 hanno già scontato la loro pena, 13 sono stati rinviati davanti a una giurisdizione nazionale, 37 sono deceduti o il loro atto di accusa è stato ritirato, 19 sono stati assolti.

Tre imputati hanno avuto la ribalta internazionale per la loro alta carica nell’organizzazione politica e militare della Serbia.

Slobodan Milosevic, presidente della Serbia durante la guerra, arrestato nel 2001 e messo sotto processo, dopo parecchie interruzioni del procedimento per ragioni di salute è morto a 64 anni l'11 marzo 2006 prima della sentenza.

Radovac Karadzic, presidente della Repubblica Serbia di Bosnia dal 92 al 95 arrestato nel luglio del 2008, è stato condannato nel marzo del 2016 a quarant'anni di prigione.

Ratko Mladic, generale dell'esercito serbo durante la guerra e capo di stato maggiore delle forze armate serbe di Bosnia dal 92 al 96, arrestato nel maggio del 2011 dopo essere sfuggito alla giustizia per 16 anni. Accusato di genocidio, di crimini contro l'umanità e di crimini di guerra è stato condannato all’ergastolo lo scorso 22 novembre 2017.

Per quanto riguarda altre rilevante appare che lo Stato olandese sia stato riconosciuto nel 2014 responsabile in sede civile della morte di più di trecento uomini e ragazzi musulmani a Srebrenica. Nessuna condanna ma solo richiesta di indennizzi e risarcimenti. Per gli olandesi il disprezzo della comunità internazionale nei confronti dei loro pavidi militari che è suonata come una reale condanna morale. La corte ha infatti sottolineato che i caschi blu non avrebbero dovuto permettere l’evacuazione dei profughi dalla zona protetta sotto loro controllo in presenza della concreta possibilità di atti ostili nei loro confronti una volta nelle mani dei serbi.

Quello delle sentenze dei tribunali internazionali penali è forse l'unico buon risultato che le NU possono vantare.

Nella condotta delle sue missioni internazionali, l’ONU evidenzia invece tutti i suoi limiti confermandosi sempre di più come “ente morale” più che operativo nel dirimere le controversie internazionali. L’ONU non dispone in proprio di un “braccio armato”, le sue risoluzioni sono solo delle “incitazioni morali” alle nazioni ad intervenire per la soluzione delle crisi.

Non avendo capacità coercitiva le NU devono sempre rimettersi alla volontà delle “coalizioni di stati volonterosi” che non sempre si trovano nella cosiddetta “comunità internazionale”.

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Ultimo aggiornamento: 19/04/2018 00:36