di Nerio de Carlo
E il titolo di un libro che con coraggio denuncia l'ostilità del Regime negli anni Trenta verso la popolazione slovena residente nel Carso triestino
Non è l’avviso in un luogo di culto o in ambienti dove il mormorio della gente potrebbe disturbare. È il titolo di un libro dello scrittore triestino Boris Pahor pubblicato dall’Editore Fazi, opera che altri avrebbero probabilmente rifiutato. Il contenuto è singolare e bisogna ammettere che sia l’autore sia l’editore hanno avuto coraggio nel considerare l’argomento quando si preferisce solitamente citare le colpe altrui. Si tratta infatti della capillare ostilità del Regime negli anni trenta verso la popolazione slovena residente nel Carso triestino, antico e recondito cuore sloveneto.
E il titolo di un libro che con coraggio denuncia l'ostilità del Regime negli anni Trenta verso la popolazione slovena residente nel Carso triestino
Non è l’avviso in un luogo di culto o in ambienti dove il mormorio della gente potrebbe disturbare. È il titolo di un libro dello scrittore triestino Boris Pahor pubblicato dall’Editore Fazi, opera che altri avrebbero probabilmente rifiutato. Il contenuto è singolare e bisogna ammettere che sia l’autore sia l’editore hanno avuto coraggio nel considerare l’argomento quando si preferisce solitamente citare le colpe altrui. Si tratta infatti della capillare ostilità del Regime negli anni trenta verso la popolazione slovena residente nel Carso triestino, antico e recondito cuore sloveneto.
L’intossicazione ideologica fu attuata anche in altre regioni, dove qualcuno si permetteva di parlare una lingua considerata diversa dallo standard morale del Regime colonialista. La gente reagì a quell’ingiustificato e inammissibile complesso di superiorità culturale. Ne risultarono atteggiamenti superiori all’umiliazione e questi sono descritti minuziosamente. Nell’arcipelago del protagonisti nessuno è veramente un’isola. Ma in quello della prepotenza alcuni sono penisole e ne approfittano.
Pahor indugia con abilità sui particolari topografici. Risulta una Trieste diversa da quella solitamente presentata. Non poteva essere altrimenti. La campagna ha infatti creato la città, tutte le città, e non viceversa. L’ambiente intorno a Trieste è da sempre sloveno e quindi la città doveva avere una marcata impronta slava. C’erano quindi nel contesto 500 scuole per ottantamila allievi, trecento cooperative, duecento istituti di credito, tredici giornali, novecento insegnanti, chiese e teatri. Una dittatura non poteva sopportare siffatta realtà, diamine!- Tutto fu allora smantellato e la gente sciamò dove e come potè, lasciando alla città la caratteristica che la dittatura esigeva. Se fosse accaduto altrove, si sarebbe parlato di pulizia etnica.- Quanti emigrarono non lo fecero comunque per stanchezza verso il proprio paese. Poiché bisogna prima o poi morire (con comodo!), non sembri intanto impossibile esercitarsi con una morte finta quale è l’emigrazione, ecco.- Una riflessione sugli orientamenti di allora svelerebbe tuttavia l’ignoranza delle autorità sulla presumibile durata del loro predominio. Santo Stefano d’Ungheria aveva infatti sostenuto nei “Monita”: “Unius libris uniusque moris regnum fragile est = L’omologazione culturale e morale rendono fragile uno Stato”.La narrativa è come una testimonianza in presa diretta. Si sente l’umana esigenza di emancipazione culturale. Emerge il biasimo per lo spirito di sottomissione indotto da norme illegali trasformate con decreto in soprusi ammissibili: una specie di alba che non si desta e che produce disagio. Le resistenze alla discriminazione, all’umiliazione, alla privazione della lingua materna, vengono denunciate per giustificare la ricerca della propria indipendenza, che è l’unico modo per essere veramente felici.
I protagonisti hanno la capacità di esprimere pensieri elevati e colti. Ciò contraddice la considerazione proposta dal Regime. Per loro la bellezza va vissuta in libertà. Chi non è libero non può veramente sapere che cosa sia il bello. Sia la rivolta contro il potere del nulla sia la scoperta della propria impotenza, danno vita a un linguaggio nuovo e ad acute osservazioni. Si può dire che Pahor sia un rabdomante dei sentimenti. Uguale perizia e sensibilità vanno riconosciute alla traduttrice. In altre parole ci giunge finalmente aria nuova dalla letteratura di confine. Essa è vivificata da originali particolari ed espressioni.
La giovane Ema, eroina femminile dell’opera, soffre senza piangere la propria condizione di sub cultura nel senso sociologico del termine. L’importanza della ribellione intellettuale appare nella più corretta delle dimensioni. Diciamo dunque “Dobro jutro”, buon giorno, alla letteratura slovena che rompe un silenzio e ci informa sulla possibilità di considerare nei frangenti avversi anche la solitudine come una sorta di calmante, perché elimina le cause esterne dell’ inquietudine.
Nerio de Carlo



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