Mondo, Salute

Pestilenze nella storia: primato della politica o dell'economia?

di Massimo Zoppi

Di questi tempi capita sentire, magari fatti a mezza voce, ragionamenti circa il fallimento del sistema democratico nell’afrontare questa emergenza.

Visto però che tale situazione è tutt’altro che inedita nella storia dell’uomo, osservare come casi simili siano stati affrontati in passato può essere utile ad inquadrare il problema.

È noto che la quarantena sia una pratica nata a Ragusa o a Venezia alla fine del XIV secolo, non dopo la Morte Nera del 1348, ma dopo la Pestis secunda del 1360 e le altre ondate che si susseguirono a cadenza quasi decennale, quando si capì che con quel morbo bisognava conviverci.

Dunque venero elaborati protocolli d’isolamento e segregazione non dissimili da quelli attuali ed addirittura prassi di disinfezione che, in contrasto con le sciocchezze della medicina ufficiale di allora (di tradizione classica ed islamica), dimostravano di aver capito la meccanica del contagio, purtroppo senza disporre di antisettici più efficaci dell’aceto o dello zolfo.

Quindi in barba alle teorie dei miasmi e degli influssi astrali sostenute dai più autorevoli accademici del tempo, fu messa in piedi una rete di sorveglianza ed isolamento che, la storia ci racconta, …. non funzionò!

Infatti quella nota come la seconda pandemia di peste scaturì in Cina attorno al 1330 ed infestò l’Europa Occidentale fino a scomparie quasi per magia più o meno ai tempi del Re Sole, o così liquidano la questione i libri di storia.

Di fatto in quel lasso di tempo non ci fu anno che in una qualche angolo del nostro continente non se ne accendesse un focolaio, però, osservando più a fondo, si scopre che, ad esempio, la peste “manzoniana” devastò la valle del Po da Torino a Venezia, ma non scese oltre l’appennino fermata dai doganieri del Granduca di Toscana; la ancor più terribile peste di Napoli del 1656 non salì oltre Roma.

Il male era divenuto endemico, a volte esplodeva con furia terrificante in un territorio più o meno esteso, ma non riuscì più a produrre un’ondata come quella che del 1348 in tre anni spazzò un terzo della popolazione europea dalla Sicilia alla Norvegia, dall’Irlanda alla Moscovia.

Né poi scomparve per magia come dimostrano le devastanti pestilenze che colpirono Marsiglia nel 1720-22 e Messina nelle 1743 e quelle che colpirono la Russia e la Turchia per tutto il XVIII secolo compresa la famosa peste di San Giovanni d’Acri che fermò Bonaparte quando, nel 1799, dall’Egitto mirava a conquistare Costantinopoli.

In realtà le autorità politiche nel medioevo e nella prima età moderna non avevano né gli uomini per imporre i provvedimenti necessari né la forza per resistere alle pressioni in senso contrario delle categorie economiche.

Ci sono decine di memoriali sulle pestilenze scritte da sopravvissuti e tutte cominciano allo stesso modo: “non è peste”, poi “sembra peste ma non lo è” per arrivare al “chiudere tutto” ma preceduto dal “si salvi chi può” di chi ormai aveva capito e fuggiva dalle città infette di fatto ma non ancora di diritto.

Tutte cose viste nelle settimane scorse né può non suonarci familiare la storia del medico che per primo identificò la peste a Napoli nel 1656: arrestato per “procurato allarme”, contrasse la malattia in prigione e ne morì.

Se si tiene presente che queste maldestre autorità cittadine erano, di regola, espressione dei ceti mercantili non del potere regio, molte cose risultano chiare.

Però chi fosse abbastanza lontano dal focolaio conclamato poteva, a quel punto senza eccessive resistenze, mettere in atto i provvedimenti necessari nei tempi opportuni e con discrete possibilità di successo.

Per questo Venezia (ma sicuramente anche gli altri Paesi) aveva reti di spie dedicate esclusivamente alla ricerca ed alla verifica di notizie attendibili sullo stato di salute dei territori confinanti e ciò evidenzia come ai rassicuranti bollettini medici ufficiali non abbia mai creduto nessuno (ed anche questo ci dovrebbe suonare familiare).

Poi verso il 1680 i Principi cominciarono ad avere eserciti a disposizione anche in tempo di pace, una burocrazia più o meno efficiente ed ad emettere titoli del debito pubblico, in somma a poter essere in grado di dire qualche o parecchi no a quei banchieri dai cui prestiti dipendevano fino a poco prima.

Quindi non fu la malattia a sparire come per magia, ma fu il sistema pensato tre secoli prima ad essere finalmente fatto funzionare a regime e la dimostrazione della sua efficacia è data dai suoi due grandi fallimenti.

Nel 1720 la peste bubbonica scoppiò a Marsiglia per poi dilagare in tutta la Linguadocca uccidendo in due anni 120.000 abitanti su 400.000; nel 1743 vi fu a Messina analoga strage.

In entrambi i casi il contagio fu fermato dall’esercito che bloccò le zone infette e, nel caso della Linguadocca, eresse, udite, udite, un “muro della peste” lungo diverse centinaia di chilometri che impedì all’epidemia di dilagare in Europa, così uno Stato moderno ed un esercito permanete poterono arginare l’epidemia, ma cosa fu a provocarla?

Nel caso di Marsiglia la nave con le merci e i marinai infetti che veniva dal Libano fu efficacemente respinta dai doganieri di Livorno, ma poiché il suo prezioso carico apparteneva proprio ai maggiorenti della potentissima Camera di Commercio della città, i funzionari del porto chiusero un occhio e forse anche due.

A Messina le merci infette scaricate nel magazzino contumaciale furono rubate o più probabilmente fatte uscire corrompendo i guardiani.

In entrambi i casi nessuno pensò di provocare deliberatamente il disastro, ma semplicemente di aggirare le esagerate precauzioni che ostacolavano i commerci, insomma avida incoscienza più che dolo criminale, ma tant’è.

Quindi se e fintanto che i provvedimenti di quarantena erano fatti rispettare con ferrea determinazione (pur senza arrivare alla disumana razionalità illuminista di Bonaparte che fece uccidere gli appestati della sua armata a San Giovanni d’Acri) essi funzionarono egregiamente, perché muri e confini fermano il contagio, perché i patogeni non hanno gambe, ma si spostano nelle merci e negli esseri viventi e questi, se lo si vuole, si possono fermare.

Per tutto il XVII secolo, a Sud le procedure di quarantena marittima concepite dai veneziani e fatte proprie da tutti gli Stati rivieraschi europei, ad Est i cordoni sanitari austriaco (dall’Adriatico ai Carpazi) e prussiano (dai Carpazi al Baltico) resero l’Europa una cittadella a contenimento biologico dentro la quale la nostra Civiltà poté prosperare, creare la modernità e proiettarla in tutto il pianeta.

Certo tutto questo significò spese vive e mancati guadagni, ma fu la mossa vincente.

Essendo state le monarchie assolute (che però in Europa erano anche Stati di diritto) a mettere in atto tutto ciò, la risposta alla questione iniziale potrebbe sembrare sbilanciarsi verso l’autoritarismo, però né l’autocrazia zarista né il dispotismo ottomano seppero mai difendere i propri sudditi dal contagio, anzi.

Quindi forse la vera domanda non è: democrazia o autoritarismo, ma primato della politica o primato dell’economia?

Massimo Zoppi

Ultimo aggiornamento: 10/08/2020 16:56