Cultura

Tollero ergo sum

di Enrico Popolo

Riflessioni su un esercizio di umana convivenza

Che cos'è la tolleranza? Da un punto di vista strettamente etimologico, la parola discende dal latino
tolero, "sopporto". Poiché si sopporta ciò che per motivi di forza maggiore non si può né evitare né modificare a proprio vantaggio, appare subito evidente che il significato del verbo latino indica un atteggiamento sostanzialmente passivo, necessitato. I benefici culturali, etici, politici e religiosi, che il “principio della tolleranza” ha procurato nel tempo moderno-contemporaneo, sono pressoché innumerevoli. Essa resta uno dei valori indispensabili nella società di oggi, tanto che a buon diritto è altrimenti definita ‘virtù sociale’, poiché riguarda il modo di comportarsi nella vita associata.

Solitamente al termine si attribuisce un’origine illuministica, soprattutto nel pensatore francese Voltaire , che nel 1793 ne fa una filosofia fondamentale nel suo “Trattato sulla tolleranza”. Secondo il suo pensiero: “La tolleranza è una conseguenza necessaria della nostra condizione umana. Siamo tutti figli della fragilità: fallibili e inclini all'errore. Non resta, dunque, che perdonarci vicendevolmente le nostre follie. È questa la prima legge naturale: il principio a fondamento di tutti i diritti umani”. Un pensiero innovativo, che però affonda le sue radici in un tempo più lontano, nel fertile terreno filosofico della Grecia, principalmente in Aristotele, che in un’opera di otto libri sviluppa una “filosofia della tolleranza” esponendo così il proprio ideale politico.

Ma la tolleranza è un principio tutt’altro che ‘antico’. Esso travalica il tempo, non sconfessando le proprie origini, ma addirittura evolvendosi, diventando attualissimo in questo preciso momento storico, in cui l’esigenza di difendere la propria identità, indirizza le scelte morali di ognuno di noi ad accettare una società che promuove la convivenza della diversità e della multiculturalità.
Oggi, ‘tolleranza’ è diventato lo slogan di richiamo delle diverse parti istituzionali, che in conseguenza di un dramma mondiale, ci obbliga a sottostare a regole che limitano la nostra libertà individuale. Questo invito, promosso, quasi imposto in nome di un bene comune, che è la salute pubblica, di fatto lede il nostro diritto al lavoro, erode gli invalicabili confini della famiglia, disgregata da limiti numerici e divieti di movimento, gravando addirittura sul diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, regolandone i tempi e i luoghi.

Viviamo un momento storico eccezionale, questo è innegabile, ma la consapevolezza di cui siamo intrisi, figlia di un’inopponibile evoluzione collettiva, ci rende tutt’altro che ciechi alla realtà. Bombardati da mass media impietosi, la cui unidirezionalità del messaggio attenta alla salute pubblica invece di preservarla, generando input sensoriali terrorizzanti; aggrediti dallo spettro di una nuova condizione povertà, in cui alle famiglie passate da ragionevole agiatezza ad angoscia cassintegrata, si sommano i licenziati e le imprese costrette al fallimento; soggiogati dal timore, sempre più diffuso, che la pandemia si sia trasformata in un'arma politica, usata per superare i principi democratici di partecipazione alla scelte del governo; e infine, contriti nel dolore delle numerose perdite che un invisibile nemico ci ha inflitto, siamo chiamati a tacere, stringere i denti e con le palpebre abbassate, pazientare. Questa è la tolleranza che ci è chiesta. Non è facile, specialmente quando la pazienza viene messa alla prova dalla necessità di sopperire ai bisogni fondamentali di sopravvivenza. Abraham Maslow , insegna.

Non mi soffermerò a descrivere le virtù degli italiani, sarebbe superfluo, ma per semplificare, possiamo considerarci un popolo pacifico e ingegnoso, unico e straordinario. Innanzi alle difficoltà, seppur con qualche inevitabile riluttanza, in nome del già citato bene comune, abbiamo dimostrato di essere in grado di reagire e sopportare enormi gravami. Da qui, la nostra risposta tollerante. Però, la percezione di ciò che oggi si proclama e si pratica come coercitivo richiamo alla pazienza a oltranza, appare in molte delle sue più effettive manifestazioni sproporzionata. Ricordo che il valore della tolleranza s’identifica come la variabile determinante del grado di eguaglianza ed è strettamente connesso alla società in cui essa è applicata. Quindi è in nome della giustizia egualitaria per ognuno di noi, dell’assenza di discrepanze e di contraddizioni tra le promesse attese e disattese, nonché della garanzia di sicurezza millantata e mai sconfessata, che può essere chiesta tolleranza. Si dice che un'eccessiva indulgenza apre le porte all'ingiustizia, così come una tolleranza senza limiti conduce a una dannosa permissività. Ma il limite che separa la tolleranza dalla passiva accettazione degli eventi, si evidenzia solo quando gl’invalicabili confini della sfera individuale sono chiari e ben definiti, aiutandoci ad evitare che la preservazione del bene comune si trasformi in richiesta di sudditanza. E questi confini, oggi, sono tutt’altro che visibili.

La sensazione che si coglie, scorgendo tra le manifeste opposizioni dei negazionisti e seguendo le veementi insorgenze degli oppositori alle ideologie governative, ma anche non ignorando i timorosi sussurri della gente comune, è che stiamo vivendo un celato monopolio delle coscienze, nonché il ricorso a strumenti coercitivi e punitivi, funzionali al mantenimento di quel monopolio. La specificità ontologica dell'uomo, che sappiamo essere dotato di ragione, coscienza e anima, non può in alcun modo e da nessuna autorità essere privato della propria libertà di coscienza e di espressione, poiché tale libertà non dipende dalla concessione di un potere esterno all'individuo, ma è elemento costitutivo dell'essenza umana. E questo, nonostante io concordi sul comune adempimento del dovere civile, in un momento d’innegabile emergenza sanitaria.
È molto difficile avvalorare l’ipotesi di una volontaria sopraffazione politica. Quindi in nome della fede, intesa come sinonimo di fiducia, non lo farò. 

L’esperienza di vita mi ha insegnato che non è possibile avere il controllo di forze che non si possono padroneggiare, quindi il mio invito, è solo quello di non permettere che una malattia, che presto si allontanerà dalle nostre vite, possa farci dimenticare la nostra identità sia umana sia spirituale. Essa attira su di sé tutte le nostre attenzioni, rendendoci sordi e ciechi ai veri valori della vita, che sopravvivranno comunque, superando qualsiasi difficoltà potrà pararsi sul nostro cammino. Quindi ritengo sia la libertà di coscienza, il diritto fondamentale che dobbiamo difendere, e con essa, i valori personali e la nostra identità.

Quando tutta questa follia finirà, perché accadrà potete starne certi, sbiadendo attraverso le vitree curve della clessidra, ciò che rimarrà saremo noi. Solo noi. Soltanto allora, forse, riusciremo a comprendere il messaggio insito in questa prova collettiva, che ci chiede di rimanere saldi e integri come uomini e come anime.
Ci saranno vincitori e vinti, come in tutte le guerre, e forse non saremo mai più quelli di prima, ma ai sopravvissuti rimane un’importante eredità: non dimenticare il valore della libertà e della fraternità, oggi limitate, che ignorando bufere e tempeste, ci uniscono nel meraviglioso mistero della vita.

Enrico Popolo

Ultimo aggiornamento: 04/03/2021 17:07