Cultura, Treviso, Conegliano

Tra storia, fede e memoria a San Fior di Sotto

di Monia Pin

SAN FIOR DI SOTTO - Come accade spesso un giro per i nostri paesi ci riporta indietro nel tempo, alla memoria tramandata di generazione in generazione così da ritrovare lungo alcuni percorsi, ora giustamente dedicati al turismo, le testimonianze dei ricordi sentiti spesso da bambini.

Lungo una parte del “Percorso dei colli” in località Palù di San Fior di Sotto il primo luogo che richiama la mia attenzione è l’edicola di Sant’Antonio, con il suo basamento bianco arricchito da alcuni fregi, modellato come un altare, sopra cui poggia l’edicola contente la statua del Santo. Ai lati si notano due coppie di semicolonne e nella parte superiore è presente una decorazione policroma che raffigura quattro angioletti.
 

Durante una delle mie escursioni in zona l’anno scorso ho avuto la fortuna di conoscere il Sig. Pizzol il quale mi raccontò come la sua famiglia arrivata da Montaner avesse trovato in questo luogo siepi, strette strade sterrate e i famigerati “Spin del Signor”. Suo padre si era accorto che in cima ad un albero, dentro una casetta c’era una piccola statua di Sant’Antonio ed aveva deciso che fosse più consono al Santo avere un capitello in muratura. 

Purtroppo nel salire sull’albero era caduto, ferendosi e finendo all’ospedale dove fu ingessato com’era d’uso al tempo per quaranta giorni. Non si scoraggiò e passata la disavventura, grazie al contributo economico e all’aiuto materiale delle famiglie vicine l’attuale capitello vide la luce. Fu acquistata un’altra statua che fu benedetta dall’allora parroco Don Giuseppe Faè. Purtroppo si ricorda con dolore l’atto di vandalismo del 2019 al quale prontamente risposero istituzioni locali ed abitanti, riportando il capitello al suo originale splendore. Ancor oggi è chiaramente visibile l’affetto e la fede che lega gli abitanti del posto e non solo a questo edificio religioso, dove spesso qualcuno si sofferma per recitare una preghiera e dove non mancano mai i fiori freschi, soprattutto per la Festa del Santo il 13 giugno, e questo grazie alle persone che lo custodiscono e se ne occupano con la cura e l’attenzione tipica di chi oltre alla propria storia ama tramandare ai posteri una tradizione che manifesta con orgoglio la propria religiosità.
 
Nelle vicinanze, a pochi metri con l’intersezione con Via Ronchi, sorge il sacello di San Giuseppe che in dialetto era chiamato “cisiol” e rivela anch’esso un pezzo di storia ed un importante segno di devozione popolare. Rifatto nel 2003 si rifa’ ad una precedente costruzione risalente alla metà degli anni ’50 quando la signora Marietta Carnelos , molto devota al Santo, lasciò in eredità il terreno per edificare il capitello. Purtroppo a causa dell’incuria la vecchia costruzione fu demolita e la nuova prese forma, arretrando di qualche metro per avere più visibilità all’incrocio (dal libro oratori, capitelli e altri segni del Sacro a San Fior, di Mariuccia Baldissin e Antonio Soligon).
All’interno c’è la statua di San Giuseppe che regge il Giglio ed il Bambin Gesù benedicente, il tutto posto sopra un piccolo piedistallo appoggiato alla parete.

Passando oltre ci si trova immersi ancor più nella campagna, tra filari di vigneti e coltivazioni di soia e grano, con il cuore rinfrancato da tanta genuina bellezza ed affascinato da un panorama che sembra non avere orizzonti se non quel verde che ci accompagna con dolcezza fino all’Oratorio di Maria Salus Infirmorum, edificata nel 1935.
 

L’edificio appare semplice, con due colonne sporgenti ed una croce su base quadrata, ma se ci passate la domenica è possibile visitarla internamente e questo può stupire il turista di passaggio. Ciò che attrae subito appena entrati è sicuramente l’affresco del soffitto che raffigura l’apparizione della Vergine Maria ai Pastorelli di Fatima, realizzato dal pittore Vittorio Casagrande che la rifinì di un fregio che corre intorno al soffitto (come è indicato nel pannello esterno). Nell’abside, dentro l’altare una nicchia contiene la statua della Vergine Maria incoronata e con il manto azzurro. In una mano tiene un libro chiuso mentre Gesù Bambino è in piedi, posato sulle ginocchia della Madre e reca in una mano il rosario.
Ai lati si possono vedere una tela raffigurante Don Giovanni Bosco e una statua di Sant’Antonio.
 
L’oratorio riporta alla mente un episodio che spesso raccontava la mia nonna materna. Negli anni ’30 una tromba d’aria colpì una vasta aerea, compresa la nostra, causando alcuni morti e molti danni e tra le vittime del ciclone (come lo chiamavano) si contarono due abitanti della zona, marito e moglie che risiedevano nelle vicinanze dell’oratorio.
 
Nacque così l’idea da parte degli abitanti di erigere una chiesa per ringraziare la Vergine Maria per lo scampato pericolo, ma il progetto dovette attendere un po’ per vedere la luce a causa delle scarse disponibilità economiche finché, come spesso accadeva, la solidarietà tra famiglie e l’aiuto reciproco portò all’inizio dei lavori nel 1934 fino al suo compimento come la vediamo oggi.

Per ora il mio itinerario termina qui, uscendo non manco di recitare una preghiera e ringraziare con il pensiero i miei nonni per i ricordi tramandanti che hanno successivamente invogliato la mia curiosità a riscoprire le meraviglie che ogni paese custodisce, non solo quelli dove la mia famiglia ha avuto le sue origini. Spero umilmente di riuscire a portare alla luce un po’ della straordinaria ricchezza che la nostra terra sembra conservare gelosamente per offrirci la possibilità di conoscerla in ogni sua sfumatura, artistica, storica e religiosa.

Mi lascio alle spalle l’oratorio e ripercorro a ritroso il percorso verso casa, non senza soffermarmi a pensare a quante persone, durante i decenni, si saranno fermate ad invocare aiuto, a pregare in silenzio per un proprio caro offrendo magari come voto qualche piccolo oggetto di valore per ottenere una grazia, a chiedere una benedizione per sé e la famiglia, probabilmente anche per un parente che nel frattempo aveva cercato fortuna lontano da casa, sempre con quella speranza viva nel cuore che ha permesso a generazioni di andare avanti nonostante tutte le avversità. 

Ecco forse oltre che un itinerario turistico questo diventa un cammino dentro sé stessi, quasi un viaggio ancestrale dove incontrando i sacrifici e la fede dei nostri avi ritroviamo la forza anche noi di credere in noi stessi per ricostruire una società più solida che abbia le sue fondamenta in quei valori imprescindibili della nostra civiltà.

Monia Pin

Ultimo aggiornamento: 06/07/2022 17:31