Cultura

Yukio Mishima, «La difesa della cultura»

di Georgia Schiavon

Cinquant'anni fa il seppuku di Yukio Mishima
La spada dell'ultimo samurai per «La difesa della cultura»


«Ho scoperto che la via del samurai è la morte». Lungi dall'indicare la morte come una via di fuga dalle asperità dell'esistenza, questa sentenza dello Hagakure, il trattato di etica dettato al suo allievo dal samurai Jocho Yamamoto all'inizio del Settecento e divenuto pubblico solo nella seconda metà dell'Ottocento, vuole rimarcare che unicamente la consapevolezza della sua interdipendenza con la morte è condizione per l'autenticità della vita. È a questo testo che Yukio Mishima, uno dei più notevoli intellettuali giapponesi contemporanei, si è ispirato per la sua vita e per la sua morte, che si diede con il rituale del seppuku o harakiri, il suicidio tramite taglio del ventre, all'età di quarantacinque anni, il 25 novembre del 1970. Un libro che – come egli rileva ne La via del samurai, il commento che ne fece tre anni prima – benché sia stato riscoperto e riutilizzato in Giappone durante l'ultima guerra, al punto da diventare il manuale dei kamikaze, risplende, per contrasto, soprattutto in periodi di pace, proprio come quello apertosi dopo la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, in seguito alla quale le potenze alleate hanno avviato un processo di demilitarizzazione e democratizzazione del paese sancito con la costituzione del 1947.
Ne La difesa della cultura, un saggio del 1968 ora edito in lingua italiana, nella traduzione di Silvio Vita, con un'introduzione di Daniele Dell'Orco, da Idrovolante, Mishima – riprendendo le categorie dello studio di Ruth Benedict, l'antropologa incaricata dal governo americano di analizzare la cultura del paese occupato – sostiene che la dominazione statunitense ha teso alla rottura del connubio che caratterizza la tradizione giapponese, quello tra il "crisantemo" e la "spada", oscurando quest'ultimo elemento per mantenerne solo quello «inoffensivo». Il pacifismo, indotto dall'imposizione del disarmo, ma penetrato poi negli animi dei Giapponesi e rimastovi anche in seguito alla concessione di una progressiva rimilitarizzazione, ed il benessere economico ad esso conseguente hanno condotto l'attuale periodo Showa a una situazione di degenerazione morale analoga a quella delle epoche Genroku e Hoei, denunciata dall'autore dello Hagakure. Per Mishima la pace determina un rammollimento degli animi, poiché inibisce il coraggio, virtù tradizionalmente maschile; essa cioè rende gli uomini, e gli intellettuali, degli effeminati
(I coraggiosi e Gli effeminati intellettuali sono i soggetti di due lucide disamine contenute nelle sue Lezioni spirituali per giovani samurai). Alla rimozione della guerra consegue l'incapacità di un confronto con il dolore e con la morte. Nella società del consumo l'onore è subordinato ai vantaggi materiali: il vuoto lasciato dall'eroe è indegnamente occupato da «volgari rifiuti sociali» il cui unico obiettivo è il profitto. Tale processo gli appare ormai, anche dopo la formale fine dell'occupazione americana, interiorizzato dagli stessi Giapponesi: «La prosperità economica ha trasformato i Giapponesi in mercanti. Lo spirito del samurai è ormai estinto. È considerato antiquato mettere in gioco la vita per difendere un ideale». In questa prospettiva di decadenza lo Hagakure può, appunto, indicare la via: «Hagakure rappresenta un tentativo per curare il carattere pacifico della società moderna mediante la potente medicina della morte».
Per Mishima la difesa della cultura non può essere fatta con la letteratura, ma richiede l'azione, la forza, la violenza. E per questo è necessaria innanzitutto una corporeità adeguata: «Siccome poi difendere significa agire, bisogna dotarsi delle capacità fisiche attraverso un addestramento costante». È per difendere la cultura che egli risfodera l'arma degli antichi samurai, quella spada tanto temuta dal mondo moderno. A metà degli anni Cinquanta Mishima comincia la pratica del kendo, letteralmente "la via della spada", dando avvio al suo «vecchio sogno»: attualizzando un'usanza dell'educazione dei samurai, tenuti ad esercitarsi con la penna oltre che con la spada, Mishima persegue il progetto esistenziale e intellettuale che poi descriverà in
Sole e acciaio, ovvero la creazione di una corrispondenza tra forma corporea e stile letterario. L'«unione della letteratura e delle arti marziali» è il programma che egli oppone al «modernismo letterario», nel quale il corpo è ignorato o svalutato. Se la decadenza fisica imperante nella letteratura moderna è il correlato di una decadenza morale, la celebrazione della bellezza del corpo riveste allora un significato etico, oltre che estetico. Il risveglio dei muscoli, assopiti e, come la lingua greca antica, apparentemente inutili nella modernità, è la rinascita di una forza innanzitutto interiore. «I muscoli, oltre ad essere una forma, erano anche una forza», la forza dalla quale scaturisce l'azione.
Mishima trova il modello di una «filosofia dell'azione» nello Hagakure. L'azione del samurai, però, ha la sua consacrazione nella morte, con la quale finisce per identificarsi: «la morte – scrive Mishima nel suo commento – è il supremo movente per i samurai». Con il pensiero della morte, insegna lo Hagakure, deve avere inizio la sua giornata: l'intera sua esistenza consiste in una meditazione sulla morte. Ma è proprio così che, paradossalmente, il samurai raggiunge l'essenza della vita. Per lo Hagakure, infatti, la vita e la morte non sono che «le due facce di una stessa moneta». È il coraggio della morte, nelle sue forme più alte, a dare significato alla vita del samurai. Il suicidio rituale, al pari della morte in battaglia, è una manifestazione della superiorità dell'onore sulla stessa vita. Esso infatti sottrae all'onta del fallimento, ma anche alla viltà del compromesso. Contrariamente a quanto avviene oggi, quando alla superficialità di una vita agiata corrisponde l'anonimia di una morte ridotta, nota Mishima, a un fatto che si svolge «su un duro letto di ospedale», nella visione dei samurai la bellezza della vita e quella della morte coincidono. In quell'«estetica della morale» o «etica della bellezza» che è per Mishima il bushido – "la via del samurai" – la morte, in quanto suprema azione morale, è anche supremo atto estetico. La disciplina fisica è allora per Mishima preparazione non solo interiore, ma anche esteriore, alla morte. Essa infatti richiede un corpo degno: è il sacrificio della bellezza, che ne rivela insieme la fragilità e l'eternità, ad elevare la morte a tragedia.
Nel 1968, un anno dopo essersi arruolato nell'esercito di difesa nazionale – l'unico organismo nel quale ripone ancora fiducia per un possibile riscatto del Giappone, nonostante la relegazione a un ruolo subordinato agli interessi americani – Mishima fonda la Società degli scudi. Essa, finanziata con i proventi dei diritti d'autore delle sue opere, accoglie un centinaio di studenti, che partecipano insieme a lui agli addestramenti più duri dell'esercito. È con alcuni di loro che, fissato un appuntamento con il generale Kanetoshi Mashita, il comandante della base di Ichigaya, a Tokyo, sede del Quartier Generale della Difesa, il mattino del 25 novembre del 1970 entra nel suo ufficio e lo prende in ostaggio. Dietro minaccia di ucciderlo, essi ottengono il raduno dei suoi uomini, circa un migliaio, nel cortile della caserma. Rivolto a loro, dal balcone della stanza, Mishima pronuncerà il suo proclama, nel quale, tra i fischi e gli schiamazzi dei militari, annuncia la sua morte. Rientrato nell'ufficio del generale, compirà poco dopo il rito del seppuku.
Una morte ancora più tragica perché fondata sulla constatazione di una irreversibile deriva nichilista. Mishima muore per un ideale che sa estinto: nell'insofferenza e nella derisione degli stessi uomini dell'esercito ne ha forse l'ennesima conferma. In un articolo scritto pochi mesi prima (ripubblicato in questa edizione con il titolo Una promessa che non ho potuto mantenere) egli dichiara di avere perduto ogni speranza in un possibile cambiamento del suo paese. Egli sa che quel Giappone per cui, prima del seppuku, grida di morire forse non potrà esistere mai più, risucchiato dal vortice della modernità. Il suo fondamento, l'imperatore, nel 1946, su pressione degli Stati Uniti, ha rinunciato alla sua divinità, tradendo così quegli eroi, come i kamikaze – alla cui rabbia Mishima ha dato espressione ne La voce degli spiriti eroici – che per essa, per il Giappone, hanno combattuto e sono morti. Mishima è consapevole dell'inutilità della sua morte, eppure vede nell'annientamento di se stesso l'unico atto possibile per la difesa della cultura, per la negazione del compromesso con la modernità, con quella democrazia dei cui agi si vergogna di avere anch'egli, nonostante il suo disprezzo, approfittato per venticinque anni. Il suicidio di Mishima è l'ultimo atto del tentativo di unire, nello spirito del bushido, l'arte e la vita. Se i movimenti delle arti marziali, come spiega ne La difesa della cultura, si ispirano alle movenze delle rappresentazioni teatrali, il suo seppuku inscena la continuità di una tradizione, di una cultura, la cui difesa va fatta con la spada, la cui difesa va fatta con la vita. 

Ultimo aggiornamento: 27/11/2020 22:22