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25 aprile: una data che ancora divide ma che deve trovare unità nella bandiera e nella coerenza

di Franco Giuseppe Gobbato

Tempo fa ho letto un articolo, di cui non ricordo più la fonte, che mi ha indotto una riflessione personale stimolata anche da letture e ricerche passate e che in parte ho rielaborato in questa mia dissertazione perché trovate coerenti da un punto di vista storico. Il fascismo è stata una dittatura, tutti ne siamo ben consci, ma il 25 aprile ha la necessità di cambiare il proprio volto e di fare i conti con il proprio passato. 
È inevitabile ripercorrere i fatti storici, non così come raccontati nella ricostruzione finora ufficialmente accettata, ma con un minimo di correttezza intellettuale e onestà sugli accadimenti. 

Il primo fatto da chiarire è che non furono i partigiani a cacciare i tedeschi ma gli anglo-americani. Questo non per una mancata e plausibile volontà ma molto semplicemente per mancanza di numeri e armi per poterlo fare. È altrettanto vero che il ruolo dei partigiani fu importante per il disturbo che arrecò alle linee di rifornimento tedesche, e soprattutto, perché permise all'Italia di sedersi al tavolo della pace non solo come nazione sconfitta, ma come popolo che aveva contribuito alla propria liberazione. Il secondo fatto è che una buona parte dei partigiani comunisti non ha combattuto per una vera libertà, ma per consegnare le proprie terre conquistate ad un altro regime totalitario repressivo. Ciò è ampiamente dimostrato con i fatti successi in Istria e nei paesi dell’est che furono dominati dal comunismo. 

Va giustamente ricordato che la democrazia finale fu il risultato di un compromesso altissimo tra anime diverse (cattoliche, liberali, azioniste, socialiste, Monarchici, Badogliani e anche i preti militanti), e non solo il fallimento di un progetto egemone. Infine, una realtà storica, non discutibile, fu che la Democrazia Cristiana recuperò e fece proprio gran parte del personale della pubblica amministrazione che aveva con zelo servito il regime fascista mentre il Partito Comunista accolse nelle proprie fila parte di quegli intellettuali che avevano ricevuto vantaggi dal regime fascista.
 
Detto questo è doveroso ragionare sui fatti del dopo, soprattutto nei mesi successivi a quel fatidico 25 aprile. La morte di molti fascisti e collaborazionisti o presunti tali non è stata simbolo di una giustizia ripristinata, ma una spiacevole maceria morale lasciata da anni di occupazione, odio accumulato e vendetta senza freni; in poche parole, un momento in cui i confini tra colpa, sopravvivenza, giustizia e ritorsione sono diventati indistinti. È stato il ritratto di un mondo in rovina, dove la fine della guerra non ha significato la fine della violenza, ma solo lo scambio di mano che la esercitava. Molte le sofferenze di coloro che furono privati della dignità umana, che furono trattati come bestie sacrificali alla mercè di aguzzini privi di coscienza e liberi di sfogare i propri impulsi primordiali e giocare ai dadi con la vita o la morte di altri esseri umani. 

Va detto che queste situazioni sono cadute per decine di anni in un ignobile oblio e negazionismo a vantaggio della retorica del politicamente corretto intrisa di ipocrisia ed arroganza. Erano anche questi uomini e non bestie, la cui dignità non aveva prezzo e il cui orgoglio umano rappresentava, allora come oggi, la linfa della vita stessa. Purtroppo, quando l’occupazione finisce e la vendetta prende il posto della legge, la giustizia arriva quasi sempre in ritardo ed esige un tributo di sangue superiore a quello già imposto dal conflitto. Giustizia che con le varie amnistie (giunte nel 1953 fino all’indulto per tutti i reati politici commessi entro il 18 giugno 1948) aiutò una “pacificazione” bipartisan.

La festa del XXV aprile è una festa tutta italiana, ancora oggi innamorata della retorica. Non vi è dubbio alcuno che è una data che ha sancito libertà e democrazia ma non può e non deve essere colorata da bandiere diverse da quella tricolore italiana. Soprattutto deve essere il frutto di una ritrovata coscienza comune che rinnega, a prescindere dal colore, tutte le dittature e festeggia quell’aspetto comune nel quale tutti gli italiani si riconoscono: la democrazia. 

Ultimo aggiornamento: 13/08/2026 23:39