C’è una domanda che oggi riguarda Andy Díaz Hernandez, ma che va molto oltre lo sport: che cosa significa essere italiano quando, per un sistema internazionale di controlli e sanzioni, il luogo in cui sei nato continua a seguirti?
La domanda è tornata d’attualità dopo il 18,15 ottenuto da Andy Díaz agli Europei di atletica di Birmingham, misura che gli ha consegnato l’oro nel salto triplo, il record italiano e il primato mondiale stagionale. L’azzurro, nato a Cuba e oggi cittadino italiano, è uno dei grandi protagonisti dell’atletica italiana. Eppure, proprio mentre conquista un risultato che lo consacra ai vertici mondiali, si apre un interrogativo in vista delle Olimpiadi di Los Angeles 2028: potrà entrare negli Stati Uniti e gareggiare senza che la sua nascita a Cuba diventi un ostacolo?
Secondo quanto riportato da Eurosport, il dubbio nasce dal particolare rapporto che continua a legare Cuba al sistema delle sanzioni statunitensi e dai precedenti di altri atleti cubani. Il problema non è la cittadinanza italiana di Díaz, che è pienamente riconosciuta dall’Italia, ma il fatto che sia nato a Cuba, abbia lasciato l’isola e appartenga quindi a quella categoria di persone che, pur avendo costruito altrove la propria vita e pur rappresentando un altro Paese, possono continuare a incontrare le conseguenze indirette della politica americana nei confronti dell’Avana.
Non si tratta di una questione teorica. Esistono precedenti che hanno alimentato l'incertezza. Eurosport richiama il caso dei Mondiali Under 20 di Eugene, negli Stati Uniti, dove diversi giovani cubani presenti nelle liste non sarebbero riusciti a partecipare, tra cui il triplista Giann Baxter e il lunghista Jorge Hodelin. E c'è il caso di Jordan Díaz, campione olimpico che oggi gareggia per la Spagna, al quale sarebbe stato rifiutato un visto quando aveva cercato di trasferirsi negli Stati Uniti per allenarsi con il tecnico Travis Geopfert.
Per Andy Díaz, però, esiste un precedente che rende la situazione ancora più paradossale. Nel 2023, quando aveva appena completato il percorso che lo avrebbe portato a rappresentare l’Italia, gareggiò proprio negli Stati Uniti e vinse la finale della Diamond League a Eugene. La Federazione italiana di atletica documentò allora anche le difficoltà incontrate dall’atleta: Díaz raccontò di essere arrivato soltanto diciotto ore prima della gara perché il visto era stato ricevuto soltanto quella settimana. Nonostante tutto, saltò 17,43 metri e conquistò il secondo Diamond Trophy consecutivo.
Dunque l'Italia aveva già dimostrato di poter portare negli Stati Uniti un atleta nato a Cuba, ormai cittadino italiano, senza che questo impedisse la sua partecipazione. Ma il contesto politico americano è cambiato e proprio questo rende oggi più difficile prevedere che cosa accadrà nel 2028.
Cuba è stata reinserita dagli Stati Uniti nella lista degli Stati sponsor del terrorismo nel gennaio 2021. Nel gennaio 2025 l'amministrazione Biden aveva avviato la procedura per revocare quella designazione, ma il cambiamento di amministrazione e le successive decisioni dell'amministrazione Trump hanno impedito che quella revoca producesse un effetto stabile. Nel 2026 il regime statunitense nei confronti di Cuba è rimasto particolarmente restrittivo e l'Office of Foreign Assets Control, l'OFAC del Dipartimento del Tesoro, ha continuato ad aggiornare le misure e le designazioni relative a soggetti cubani.
È fondamentale, però, non fare un'equazione che sarebbe giuridicamente sbagliata: essere nati a Cuba non significa essere terroristi, né significa essere automaticamente inseriti nelle liste personali delle persone sanzionate dagli Stati Uniti. La designazione di Cuba come Stato sponsor del terrorismo riguarda lo Stato e il suo apparato, mentre le liste individuali di persone sanzionate sono un'altra cosa. Il problema nasce piuttosto dall'enorme apparato di controlli che circonda le operazioni aventi un collegamento con Cuba e, più in generale, dalla prudenza con cui banche, imprese e istituzioni internazionali gestiscono tutto ciò che potrebbe entrare nel perimetro delle sanzioni americane. È proprio qui che la storia di Andy Díaz incontra, in maniera sorprendentemente concreta, la mia esperienza personale.
Io sono cittadina italiana. Vivo in Italia, ho la cittadinanza italiana e, nella mia vita quotidiana, sono una cittadina italiana a tutti gli effetti. Sono però nata a Cuba. E proprio questa origine, che non cancella in alcun modo la mia cittadinanza italiana, è diventata un elemento rilevante quando mi sono rivolta a una banca italiana per chiedere una carta di credito intestata a me, destinata a mio figlio che all'epoca era minorenne.
Mi sono trovata davanti a una situazione difficile da comprendere: il mio passaporto e la mia cittadinanza erano italiani, la richiesta riguardava un normale servizio bancario in Italia e non stavo chiedendo di effettuare un'operazione con Cuba. Eppure il fatto di essere di origine cubana è entrato nella valutazione della banca. È stato sufficiente il collegamento con Cuba perché sorgessero problemi che, dal mio punto di vista, non avevano alcun rapporto con la mia effettiva posizione giuridica, economica e personale.
È qui che il caso di un'atleta come Andy Díaz diventa emblematico. Lui è italiano. Io sono italiana. Eppure, in contesti completamente diversi, entrambi possiamo trovarci davanti alla stessa domanda implicita: quanto pesa il luogo in cui sei nato quando la tua vita, la tua cittadinanza e la tua identità giuridica appartengono ormai a un altro Paese?
La risposta non è semplice perché nel settore finanziario esiste un complesso sistema di controlli antiriciclaggio, antiterrorismo e sanzionatori. Le banche italiane devono identificare i clienti, verificare la loro identità, comprendere la natura e lo scopo dei rapporti e, quando il rischio lo richiede, effettuare controlli rafforzati. La Banca d'Italia stabilisce espressamente che l'adeguata verifica deve essere proporzionata al rischio e che, quando l'intermediario non è in grado di rispettare gli obblighi di verifica, può non instaurare il rapporto o non eseguire l'operazione.
La normativa italiana, tuttavia, non dice che una persona nata a Cuba debba essere considerata automaticamente sospetta. Al contrario, il principio fondamentale è quello dell'approccio basato sul rischio: la banca dovrebbe valutare la situazione del singolo cliente sulla base di un insieme di elementi, non trasformare automaticamente una caratteristica personale in una colpa o in un divieto.
La stessa Banca d'Italia, parlando delle regole europee, richiama il fenomeno del cosiddetto “de-risking”: il comportamento degli intermediari che introducono limitazioni o interrompono rapporti con determinati clienti o categorie di clienti senza una valutazione individuale dei singoli fattori di rischio. Gli orientamenti europei richiamati dalla Banca d'Italia chiedono agli intermediari di trovare un equilibrio tra la necessità di mitigare il rischio e quella di garantire l'inclusione finanziaria. Ed è proprio questa la zona grigia nella quale rischiano di finire le persone di origine cubana.
Una banca italiana non è semplicemente una banca italiana isolata dal resto del mondo. Le grandi banche internazionali hanno rapporti con banche corrispondenti, utilizzano infrastrutture finanziarie internazionali e, in determinate operazioni, hanno rapporti con il sistema finanziario americano. Questo significa che la compliance statunitense può avere un peso concreto nelle procedure interne di un grande gruppo bancario, anche quando il cliente è italiano e l'operazione avviene in Italia.
Il caso di UniCredit è particolarmente significativo. Nel 2019 il gruppo comunicò ufficialmente di avere raggiunto accordi con le autorità statunitensi e dello Stato di New York per chiudere un'indagine relativa alla compliance con le sanzioni economiche americane. L'accordo comportò sanzioni complessive per circa 1,3 miliardi di dollari e l'adozione di ulteriori politiche e procedure correttive.
Un precedente di questa portata aiuta a capire perché i grandi gruppi bancari internazionali siano estremamente prudenti quando i loro sistemi rilevano possibili collegamenti con Paesi sottoposti a sanzioni statunitensi. Ma prudenza bancaria e obbligo giuridico non sono la stessa cosa. Ed è proprio questa distinzione che non dovrebbe essere persa di vista.
Dire che una banca italiana deve rispettare le sanzioni europee e italiane è una cosa. Dire che una cittadina italiana nata a Cuba debba essere automaticamente esclusa da un servizio bancario perché gli Stati Uniti hanno sanzionato Cuba è un'altra cosa.
Il sistema americano, inoltre, non considera automaticamente ogni cittadino cubano come una persona sanzionata. Le norme OFAC prevedono anche determinate operazioni consentite nei confronti di cittadini cubani che si trovano fuori da Cuba. Il problema, quindi, non è semplicemente l'esistenza di una sanzione, ma il modo in cui i sistemi di compliance identificano, classificano e gestiscono i possibili collegamenti con Cuba.
È possibile che una persona venga sottoposta a un controllo semplicemente perché nel database della banca compare “Cuba” come luogo di nascita o come precedente cittadinanza. È possibile che un sistema automatico generi un alert. È possibile che la banca, per prudenza, chieda ulteriori informazioni. Ma un alert non è una condanna e un controllo non dovrebbe trasformarsi automaticamente in una presunzione di illecito.
Nel mio caso, la domanda che rimane è proprio questa: perché la mia nascita o la mia origine cubana dovrebbe diventare un ostacolo a una normale richiesta bancaria se sono cittadina italiana e non sono personalmente soggetta ad alcuna sanzione?
E la stessa domanda, trasfertta sul terreno sportivo, riguarda riguarda Andy Díaz: perché il fatto di essere nato all'Avana dovrebbe mettere in discussione la possibilità di entrare negli Stati Uniti per rappresentare l'Italia, quando l'Italia gli ha conferito la propria cittadinanza e quando il suo precedente viaggio a Eugene dimostra che la sua partecipazione è stata già possibile?
La sua cittadinanza italiana non è simbolica. È stata conferita dal Consiglio dei ministri il 23 febbraio 2023, su proposta del ministro dell'Interno e dopo la segnalazione del CONI, proprio in considerazione degli eccezionali risultati sportivi dell'atleta. La Federazione italiana di atletica ricorda che Andy Díaz, nato all'Avana, aveva lasciato Cuba e si era stabilito in Italia; il conferimento della cittadinanza gli ha permesso di avviare l'iter per rappresentare ufficialmente l'Italia.
Nel settembre dello stesso anno, ormai cittadino italiano, vinse a Eugene la finale della Diamond League. World Athletics lo registrò come atleta dell'Italia e certificò il suo 17,43 nella finale statunitense.
Quel precedente dovrebbe essere un elemento rassicurante, anche se non garantisce automaticamente l'ingresso negli Stati Uniti nel 2028. Le regole sui visti possono cambiare, così come possono cambiare le politiche di controllo e le decisioni dell'amministrazione americana. La speranza, nel suo caso, è che un atleta italiano che entra negli Stati Uniti esclusivamente per partecipare a una competizione possa ottenere il titolo di ingresso appropriato senza essere trattato come se la sua nascita a Cuba costituisse, da sola, un impedimento.
Ma proprio qui emerge il paradosso: Andy Díaz potrebbe arrivare a Los Angeles con la maglia dell'Italia, dopo aver ricevuto la cittadinanza italiana, dopo aver vinto una medaglia olimpica per l'Italia e dopo aver già gareggiato negli Stati Uniti. E tuttavia potrebbe essere costretto ancora una volta a dimostrare che la sua storia cubana non coincide con la sua posizione giuridica attuale. È un paradosso che conoscono anche molti emigrati cubani.
Lasciare Cuba non significa necessariamente lasciare alle proprie spalle tutte le conseguenze delle relazioni internazionali tra Cuba e Stati Uniti. Si può diventare cittadini italiani, vivere per decenni in Italia, pagare le tasse in Italia, lavorare in Italia, costruire una famiglia in Italia e tuttavia scoprire che la voce “luogo di nascita: Cuba” può riapparire quando si apre un conto, si chiede un finanziamento, si richiede una carta di credito, si effettua un investimento o si deve entrare negli Stati Uniti.
Non si può sostenere che ogni difficoltà incontrata da una persona di origine cubana sia necessariamente una discriminazione. Le banche hanno obblighi di legge e gli Stati hanno il diritto di applicare le proprie norme sulle sanzioni e sull'ingresso nel territorio. Allo stesso tempo, non si può neppure accettare come inevitabile che una persona venga trattata come “rischiosa” semplicemente perché è nata in un determinato Paese, senza che venga esaminata la sua situazione individuale.
Nel mio caso, quella frontiera è diventata concreta quando ho chiesto una carta di credito a mio nome per mio figlio minorenne. Non stavo cercando di aggirare una sanzione americana, non stavo trasferendo denaro a Cuba, non stavo chiedendo un servizio negli Stati Uniti. Ero una cittadina italiana che chiedeva un normale prodotto bancario in Italia. Eppure la mia origine cubana è diventata un elemento capace di complicare la richiesta.
Nel caso di Andy Díaz, la domanda si presenta sotto una luce ancora più potente: un atleta che ha scelto l'Italia, che è stato accolto dall'Italia, che ha ricevuto la cittadinanza italiana e che ha conquistato medaglie per l'Italia potrebbe dover affrontare un ostacolo legato al Paese in cui è nato proprio quando dovrebbe rappresentare il Paese che lo ha adottato.
Non è soltanto una questione di sport o di banche. È una questione di appartenenza. Quando una persona diventa cittadina di un Paese, quanto deve continuare a pesare il Paese d'origine? E fino a che punto una politica internazionale può trasformare una provenienza geografica in un'ombra permanente sulla vita di chi ha scelto un'altra patria?
La risposta dovrebbe essere affidata alle leggi, ai fatti e a una valutazione individuale, non a un automatismo.
Per questo il caso di Andy Díaz merita attenzione ben oltre il risultato sportivo di Birmingham. E merita attenzione anche l'esperienza quotidiana di persone come me, che scoprono che un passaporto italiano può essere sufficiente per essere italiani davanti alla legge, ma non sempre sembra sufficiente davanti a un algoritmo di compliance, a un sistema bancario internazionale o a una frontiera.
Il rischio è che una sanzione concepita contro uno Stato finisca, attraverso una lunga catena di controlli, per produrre conseguenze sulle persone. Non necessariamente perché quelle persone siano sanzionate, ma perché il sistema preferisce evitare il rischio piuttosto che distinguere ogni singola storia.
Ed è proprio qui che dovrebbe cominciare la discussione: non sulla colpevolezza degli emigrati cubani, che non è automaticamente in discussione, ma sul diritto di ogni cittadino italiano a essere valutato per ciò che è oggi e per ciò che fa, non soltanto per il luogo in cui è nato.
Andy Díaz ha già saltato oltre 17 metri a Eugene. Io ho già dimostrato, con la mia vita, di essere cittadina italiana. La domanda è se, nel mondo sempre più complesso delle sanzioni internazionali e della compliance, il sistema sarà capace di vedere entrambe le cose.