Italia

Considerazioni sulla tragedia di Modena

di Yuleisy Cruz Lezcano

C’è un’immagine che resterà impressa più di ogni dichiarazione ufficiale, più delle visite istituzionali in ospedale, più delle conferenze stampa imbottite di prudenza lessicale e formule burocratiche: una donna riversa sull’asfalto del centro storico di Modena, senza più le gambe, mentre un giovane medico specializzando si sfila la cintura dai pantaloni per usarla come laccio emostatico nel tentativo disperato di impedirle di morire dissanguata. Attorno, urla, vetri infranti, corpi a terra, sangue, persone che chiedono aiuto. Poco distante, cittadini comuni inseguono l’uomo che ha lanciato l’auto sulla folla a oltre cento all’ora, lo bloccano, vengono accoltellati mentre lo fermano a mani nude. È l’immagine di uno Stato arrivato dopo. Sempre dopo.

Nel pomeriggio del 16 maggio 2026, la violenza è esplosa nel cuore di Modena con la brutalità cieca delle società che hanno perso la capacità di riconoscere e contenere il collasso psichico prima che si trasformi in catastrofe pubblica. Salim El Koudri, 31 anni, italiano di seconda generazione, laureato in Economia, con precedenti per cure psichiatriche, ha attraversato la zona pedonale del centro storico come un proiettile umano, travolgendo decine di persone. Otto i feriti, quattro gravissimi. Due amputazioni traumatiche degli arti inferiori. Una donna in pericolo di vita. Poi la fuga, il coltello, l’aggressione ai passanti che cercavano di fermarlo.

Da ore il dibattito pubblico si muove dentro il solito schema sterile: chi parla subito di terrorismo, chi invita a “non strumentalizzare”, chi ammonisce a “non alimentare odio”, chi ripete che “la salute mentale non va stigmatizzata”. Frasi automatiche, spesso pronunciate con una forma di superiorità morale anestetizzata che sembra incapace di guardare il sangue reale sull’asfalto. Nessuno serio sostiene che ogni persona con disturbi psichici sia violenta. Sarebbe falso, ignorante e disumano. Ma altrettanto disumano è fingere che il problema non esista, che il collasso di una parte della psichiatria territoriale italiana non abbia conseguenze concrete sulla sicurezza collettiva e sulla vita delle persone più fragili.

Il nodo non è la chiusura dei manicomi. I manicomi italiani furono, in larga parte, luoghi di segregazione, annientamento identitario, violenza istituzionale. La Legge 180 rappresentò una conquista civile enorme. Franco Basaglia aveva ragione quando denunciava il carattere disumano dell’istituzione totale. Ma il punto che oggi esplode con ferocia sotto gli occhi del paese è un altro: cosa è stato costruito dopo?

La sofferenza psichica grave non sparisce perché si abbattono i muri di un manicomio. Non evapora per decreto. Schizofrenie, psicosi, disturbi dissociativi, stati paranoidi, personalità gravemente destrutturate richiedono continuità terapeutica, monitoraggio, strutture territoriali funzionanti, équipe multidisciplinari, interventi domiciliari, sostegno alle famiglie, capacità di intercettare la crisi prima che precipiti. Richiedono uno Stato presente quotidianamente, non soltanto il giorno della tragedia.

Invece, l’Italia ha spesso realizzato una deistituzionalizzazione mutilata, ha smantellato l’istituzione totale senza costruire ovunque un’alternativa altrettanto forte. I servizi di salute mentale territoriali sono diventati negli anni uno dei settori più impoveriti della sanità pubblica. Carenza di psichiatri, psicologi, educatori, infermieri specializzati, comunità terapeutiche insufficienti, tempi di presa in carico frammentati, famiglie lasciate sole per anni a gestire situazioni ingestibili. In molte zone del paese il sistema interviene quasi esclusivamente quando la crisi è già esplosa, spesso tramite pronto soccorso, TSO o interventi delle forze dell’ordine.
Così il disagio mentale grave viene spinto ai margini fino a diventare invisibile. Invisibile finché non esplode. Invisibile finché qualcuno non si getta da un ponte, accoltella un familiare, aggredisce passanti o trasforma un’automobile in un’arma.

La società contemporanea, dominata dalla velocità, dalla produttività compulsiva e dall’isolamento sociale, ha aggravato ulteriormente il problema. Viviamo in un sistema che tollera la fragilità solo se resta silenziosa e non interrompe il flusso ordinario della prestazione. La depressione viene estetizzata, l’ansia banalizzata, il collasso psichico trasformato in questione privata. Le patologie più gravi, invece, vengono semplicemente rimosse dal discorso pubblico fino a quando irrompono violentemente nello spazio comune.

Per questo ciò che è avvenuto a Modena non può essere liquidato né come semplice fatto di cronaca né come incidente isolato. È il punto di intersezione tra solitudine sociale, desertificazione psichiatrica e impotenza istituzionale. Un paese che non investe seriamente nella salute mentale produce inevitabilmente due categorie di vittime: chi soffre senza cure adeguate e chi incrocia quella sofferenza nel momento della sua detonazione.

La scena più impressionante di questa tragedia non riguarda soltanto la ferocia dell’attacco, ma il vuoto che emerge attorno ad esso. A salvare vite sono stati passanti, cittadini, un medico fuori servizio che improvvisa un tourniquet con la propria cintura, persone che inseguono un aggressore armato rischiando di essere uccise. Lo Stato compare dopo, nelle dichiarazioni, nelle visite ufficiali, nelle promesse di approfondimento, nel lessico amministrativo che tenta di ricomporre simbolicamente ciò che materialmente è già stato amputato.

E infatti amputato è il termine esatto. Amputati sono gli arti delle vittime. Ma amputato è anche lo Stato sociale italiano, amputata è la sanità territoriale, amputata è la capacità collettiva di prendersi cura della sofferenza prima che degeneri. Amputata è persino la possibilità di parlare lucidamente di questi temi senza essere immediatamente trascinati dentro tifoserie ideologiche opposte: da una parte chi usa ogni tragedia come carburante identitario, dall’altra chi neutralizza ogni discussione concreta nel timore di apparire discriminatorio.

Eppure la realtà resta più forte delle formule linguistiche. Una donna senza gambe nel centro di Modena esiste realmente. Un uomo con precedenti psichiatrici che lancia deliberatamente un’auto sulla folla esiste realmente. Famiglie distrutte esistono realmente. Così come esiste realmente una rete psichiatrica che da anni denuncia carenze strutturali croniche.
Il punto decisivo non è tornare al manicomio, ma capire che una società democratica non può limitarsi a chiudere luoghi di internamento senza assumersi fino in fondo il costo umano, economico e organizzativo della cura. La libertà senza supporto rischia di trasformarsi in abbandono. E l’abbandono, prima o poi, presenta il conto.

Ultimo aggiornamento: 10/07/2026 17:52