Il femminicidio di Luigia Fortunato, uccisa a Loreto dall’ex compagno Sami Khemaies, non può essere letto soltanto come l’esito di un momento di follia o di un litigio degenerato. Ogni omicidio nasce da una combinazione di fattori individuali, relazionali, culturali e sociali che si intrecciano nel tempo. La cronaca racconta una relazione conclusa, una convivenza mantenuta per il bene del figlio, una separazione mai realmente elaborata e una dinamica conflittuale che, secondo le prime ricostruzioni investigative, sarebbe culminata nella violenza.
Luigia aveva 33 anni, era una madre e una lavoratrice. La relazione con il compagno era terminata, ma i due continuavano a vivere sotto lo stesso tetto per permettere al figlio di avere la presenza di entrambi i genitori. Questa scelta, comune in molte famiglie che attraversano una separazione, nasce spesso da un tentativo di protezione: ridurre il trauma per il bambino, mantenere una continuità affettiva, organizzare una nuova forma familiare. Tuttavia, quando all’interno della coppia sono presenti controllo, conflitto irrisolto, aggressività o difficoltà ad accettare la fine del legame, la convivenza può trasformarsi in uno spazio ad alto rischio.
La sociologia dei sistemi di Niklas Luhmann aiuta a comprendere questa dimensione. La famiglia può essere considerata un sistema sociale che tenta continuamente di ridurre la complessità dell’ambiente esterno attraverso regole, comunicazioni e strategie di adattamento. Una separazione rappresenta un enorme aumento di complessità: cambiano i ruoli, le aspettative, l’organizzazione economica, la genitorialità, la quotidianità. Il sistema familiare cerca quindi nuove forme di equilibrio. Nel caso di Luigia e del suo ex compagno, la soluzione individuata era una convivenza da separati, una strategia pensata per rispondere a una necessità ambientale, in grado di garantire al figlio il rapporto con entrambi i genitori.
Ma i sistemi familiari non funzionano soltanto attraverso elementi materiali. Esiste anche una dimensione simbolica fatta di significati, aspettative e identità. La fine di una relazione può essere vissuta da una persona come un normale passaggio della vita e da un'altra come una perdita intollerabile del proprio ruolo. Quando due persone attribuiscono significati completamente diversi allo stesso evento, la comunicazione può interrompersi.
In termini luhmanniani, il problema non è soltanto il conflitto, che appartiene naturalmente ai sistemi sociali, ma l'incapacità di costruire una comunicazione condivisa. Il sistema della coppia può entrare in una spirale nella quale ogni azione produce una reazione contraria: una richiesta di distanza viene interpretata come rifiuto, un tentativo di autonomia viene letto come una minaccia, una decisione personale viene percepita come un atto contro l'altro. Si crea così una catena di rimandi nella quale il conflitto si autoalimenta.
Questa dinamica è centrale negli studi sul controllo coercitivo. Il sociologo Evan Stark ha descritto come alcune relazioni violente siano caratterizzate non soltanto dall'aggressione fisica, ma dalla progressiva costruzione di un rapporto basato sul potere. Il problema non è semplicemente che una persona perde un amore, ma che non accetta la perdita di una posizione di controllo sull'altra persona.
Il femminicidio, in questa prospettiva, rappresenta il punto estremo di un sistema relazionale patologico nel quale l'altro non viene più riconosciuto come individuo autonomo, ma come elemento che deve rimanere all'interno di un ordine imposto. La separazione diventa allora un evento destabilizzante perché rompe un equilibrio fondato non sulla reciprocità, ma sulla pretesa di possesso.
Anche il contesto culturale può avere un ruolo. Le ricerche internazionali sulla violenza di genere mostrano che le società nelle quali persistono modelli patriarcali più rigidi possono presentare maggiori difficoltà nel riconoscimento dell'autonomia femminile, della libertà di scelta e del diritto alla separazione. La Tunisia, come molti Paesi dell'area mediterranea, ha attraversato e attraversa processi di trasformazione sociale nei quali convivono elementi modernizzanti e tradizioni familiari ancora fortemente gerarchiche. Tuttavia sarebbe scientificamente scorretto attribuire un comportamento individuale all'origine nazionale di una persona, il fattore rilevante non è la provenienza, ma l'eventuale interiorizzazione di modelli culturali basati sul dominio, sul ruolo subordinato della donna e sull'idea che la relazione possa generare un diritto di possesso.
La psicologia sociale evidenzia, infatti, che gli individui non agiscono mai isolatamente dal proprio ambiente. Le norme apprese nella famiglia di origine, nella comunità, nei gruppi sociali e nei contesti culturali possono influenzare il modo in cui vengono interpretati amore, separazione, ruolo maschile e ruolo femminile. Quando questi modelli si combinano con fragilità personali, difficoltà nella gestione delle emozioni e incapacità di accettare la perdita, il rischio di comportamenti violenti può aumentare.
Un altro elemento spesso presente nelle storie di violenza riguarda l'uso di sostanze. Alcol e droghe possono agire come fattori aggravanti perché interferiscono con il controllo degli impulsi, aumentano disinibizione, irritabilità e comportamenti aggressivi in alcune persone. La ricerca scientifica, tuttavia, è chiara: la sostanza non crea da sola un femminicidio. Può amplificare dinamiche già presenti, ma non sostituisce l'analisi delle convinzioni, dei modelli relazionali e delle scelte individuali.
La complessità di questi delitti nasce proprio dall'interazione di molti livelli. Esiste un livello individuale, con la storia personale e psicologica dei soggetti coinvolti, esiste un livello relazionale, con la dinamica della coppia e della separazione, esiste un livello culturale, con i modelli di genere interiorizzati ed esiste un livello sociale, rappresentato dalle istituzioni, dalle norme e dalle reti di protezione.
Secondo la teoria della complessità, un ambiente sociale contiene un numero elevato di variabili e non permette previsioni semplici. Tuttavia, i sistemi complessi non sono completamente casuali e sviluppano configurazioni ricorrenti. La violenza di genere mostra proprio questa caratteristica. Ogni storia è diversa, ma tra le strutture che ritornano troviamo il controllo, la difficoltà ad accettare la separazione, il possesso, lo stalking, le minacce, l'escalation.
Il nuovo riconoscimento giuridico del femminicidio nasce proprio dalla necessità di leggere questa complessità. La legge italiana che introduce il delitto autonomo di femminicidio riconosce che alcuni omicidi di donne hanno un movente specifico legato al dominio, al controllo e alla negazione della libertà personale.
La vicenda di Luigia Fortunato mostra quindi quanto sia riduttivo parlare semplicemente di "tragedia familiare". Dietro un femminicidio esiste un sistema di relazioni, significati e comportamenti che deve essere analizzato prima che arrivi il punto finale della violenza. Comprendere questi meccanismi non significa giustificare chi uccide, ma individuare i processi attraverso cui una relazione può trasformarsi da spazio di cura a spazio di controllo.
Il bambino che non ha assistito alla violenza è stato risparmiato da un trauma diretto, ma resta una delle vittime indirette di un sistema familiare che non è riuscito a trovare un nuovo equilibrio. Il femminicidio non distrugge soltanto una vita ma interrompe reti affettive, modifica il futuro dei figli, coinvolge comunità intere.