Non ci riferiamo ad aree coltivabili o d’allevamento, allora molto vaste. Parliamo di un grande Maestro di polifonie o, all’occorrenza, di più lineari accompagnamenti. Se n’è andato da quattro stagioni, quasi centenario, lasciando davvero un vuoto in chi lo ha frequentato o semplicemente conosciuto; e non è una frase di circostanza. Qui ne traccio un ricordo principalmente personale, un’evocazione ancorata a quegli anni cinquanta di una Motta in pieno fervore cristiano post bellico ma che poi si snoda fino al nuovo millennio. L’appellativo battesimale passava in secondo piano; pur se devoto a San Giovanni, per tutti era il maestro Campagna (stavolta nella qualifica ci mettiamo la minuscola, a sottolineare l’umiltà con la quale si rapportava con i compaesani). Era una festa per noi chierichetti quando, a gruppetti, salivamo fino alla Cantoria, rapiti dallo scorrere delle sue dita sulla doppia tastiera, tra le manopole di registro dell’imponente organo a canne, non tralasciando di sussultare ai decisi colpi di pedale. Era amico di mio padre e, convinto che malgrado i sei anni soltanto ci fosse una buona predisposizione, s’adoperò per dotare la nostra dimora in Borgo Marconi di un vecchio pianoforte verticale. Ce la mettevo tutta, eppur per quanto mi sforzassi non riuscivo a distinguere al meglio le note, colpito da una precoce, pesante miopia astigmatica. L’imprinting c’è stato comunque e, allorché più avanti nel tempo si presentò lo spauracchio dell’esame Siae, grazie a un manuale prestatomi dal contrabbassista jazz Lucio Terzano, in una quindicina di giorni mi riappropriai tardivamente di quei suoi primi, sereni insegnamenti, durati purtroppo il batter d’ali di una vanessa o di un calabrone. Oltre al Coro intitolato al Patrono non ha mai fatto mancare la sua presenza nel corso delle recite sul palco con tanto di quinte d’ordinanza nel delizioso Piccolo Teatro dell’Asilo. Il suo commento sonoro in contemporanea con l’andamento scenico - un po’ come s’usava alle proiezioni dei film muti, e qui devo aprire una parentesi in quanto nella formazione dell’orchestrina dietro il forellato telone militava nel dopoguerra un altro concittadino, Eugenio Bottan, il quale per diletto ma in modo alquanto professionale affiancava il mestiere di fine e finito calzolaio alla passione per il banjo e altri strumenti che spesso si costruiva (stavano poi appesi in bella vista alle pareti della bottega vicina a Joppo, la signora venditrice di dolciumi) - il suo essenziale contributo, ribadiamo prima di perdere ancora il filo, impreziosiva gli impacciati movimenti e i fraseggi del bambino che ero, della mia sorellina e di tanti nostri compagni, come da programma e da copione. Impressi ho nella memoria quei suoi accentuati, rapidi cenni del capo mentre suonava, quasi a rimarcare i passaggi salienti della partitura. A lui e a Don Antonio Rosolen ho dedicato ufficialmente Blues 3000, primo multiplo d’arte su Cd-Rom al mondo (mi si perdoni il peccato di vanità). Grazie a Denis Rocco, delfino del mitico Crèp, colonna della Liventina Calcio, ho raggiunto San Martino di Colle Umberto, dove l’amato Don era stato trasferito nella veste di parroco, per consegnargliene una copia. In quanto all’esemplare destinato al Maestro, lo portavo sempre con me, prima o poi lo incrocerò, mi dicevo; così è stato, a due passi dalle Poste: colsi in quegli occhi trasparenti una punta di imbarazzo frammisto a commozione, senz’altro reciproca. Sentimento che per esempio una nuora raramente dimostra; non è il caso di Cinzia, moglie del figlio Fabio, che pubblicamente ringrazio per la continuità nel rammentare la rilevanza storica, benché circoscritta, del compositore, autentica figura di riferimento per la Comunità, anch’egli sinfonista e contrappuntista di belle Arie, soprattutto sacre, com’era stato per l’illustre collega Luchesi nel settecento. Menzionando doverosamente Anna Maria, madre del succitato Fabio, di Sabina e di Cecilia; e chi poteva prendere il suo posto nella direzione corale se non colei che porta un nome particolarmente legato al mondo della musica colta? Ciao Rino, la buttiamo là così, amichevolmente. Che un celestiale harmonium sia parte integrante della tua postazione parrocchiale ultraterrena!