Cultura, Opitergino Mott.

Sonate per banjos e incudine

di Norman Zoia

Grazie alla pronipote Silvia che ci ha girato una vecchia immagine dalla quale ho ricavato lo standard richiesto per la pubblicazione, abbiamo pensato di approfondire un minimo la levatura di un musicista a tutti gli effetti, sebbene con mansioni quotidiane di calzolaio, a ogni buon conto provetto. Ne avevamo accennato proprio da queste pagine nell’articolo dedicato a Giovanni Campagna, mio primo maestro. Eugenio Bottan è stato, per certi versi, il secondo; immancabili le scappate pomeridiane nella sua bottega in Borgo Aleandro dove, tra una cassa di pellame, gli attrezzi per risuolare o aggiustare e un bel banjo, da lui assemblato, appeso in vetrina, attorniato da chitarre, liuti, mandolini, c’era sempre da apprendere: posizioni di nuovi accordi, riletture di vecchi spartiti, aneddoti del settore... Disponibile a trasmettere un po’ della sua conoscenza in materia ai ragazzi che ne fossero interessati. Ebbene, io lo ero e continuo a ringraziarlo anche adesso. Ricordo bene poi, tralasciando un momento l’arte di Euterpe, una riparazione come gli Dei comandano fattami (durante una sortita da Milano) su un paio di calzature cui tenevo particolarmente e che ancora reggono dopo quasi nove lustri; magari senza lustrini, ma le scarpe servono più che altro a camminare, le passerelle lasciamole alle top model. Mi collego tuttavia a queste ultime tornando a Silvia; qualcosa dal bisnonno deve aver preso, vista una qual certa propensione artistica: mua, poesia, rock pesante e altri generi comunque di livello. Anche nei tratti lo richiama un po’, del resto era piccolino come il sottoscritto ma molto piacente, con quell’accenno di pencil mustache. Come appena anticipato, Bottan stava spesso dietro il grande schermo telato, trapunto di forellini affinché non si incendiasse col calore della luce proiettata, altresì utili agli orchestrali postati nel retropalco che così avevano il debito chiarore di fondo, potendo seguire velatamente in riflessa trasparenza il susseguirsi della pellicola, commentando adeguatamente con un tappeto sonoro dal vivo film altrimenti muti. Tuttora a volte me lo immagino, uomo e artista tutto d’un pezzo, pur sdoppiandosi nell’attività lavorativa (ché eseguire virtuosamente brani, sovente improvvisati, magari sostenuto da semplici strimpellatori, anche quello va considerato mestiere, specie se a cachet), me lo immagino, ripeto, nascosto fra le quinte del Teatro Lucchesi. Oppure sotto il proscenio di un’arena o di un auditorium, in un ristretto golfo mistico adiacente la buca del suggeritore mentre ci dà dentro con un seicorde, ma pure con un quattro o cinque, e insieme impartisce a colpi di sguardo gli attacchi per chi, a tempo e in tonalità, lo segue. In tal veste lo rivedo, come fosse ieri.

Ultimo aggiornamento: 13/08/2026 23:39