Dal figurativo classico alla scomposizione della luce. Dapprima le consuete tele e tavole, in seguito le lastre di rame (sopra, da dx, le due tecniche in questo caso rappresentate da un particolare di Nikflowers e da Monna Lisa 3000, ritratto della consorte Stelia). Il maestro Mario Nicorelli, scomparso sei anni fa, si muoveva però disinvolto anche lungo altri sentieri: letterari, musicali o, per l’appunto, relativi alle invenzioni come la tecnica scompositiva sopracitata (metodo per ridisegnare forme e colori e, per certi versi, la stessa storia dell’arte). Un Leonardo palustre che ha tra l’altro perfezionato l’encausto e la xilografia avventurandosi inoltre nel campo minato dell’Economia con un corposo trattato in dirittura di un’equa Lira Fiscale. Va da sé che di Euro ancora non si parlava, ma si affacciava la rivoluzione della Rete, fin da subito da lui cavalcata con lo spirito del pioniere e il cipiglio che lo ha sempre contraddistinto. Ho avuto il piacere di frequentarlo, di scriverne sul piano critico, di apprezzarne le doti creative e quelle umane. Venuto dalla scuola occidentale di Fontana, Sassu, Capogrossi e forgiato in parte dalla vena lirica del comune amico Pedro Fiori, ha saputo portare le sue competenze e il suo estro, compreso l’ardito salto inclinato degli elettroni, nel paesaggio post-agricolo di un rinascente nordest, o rimorente, a seconda delle prospettive socio-esistenzialiste. La stampa lo ha raccontato e promosso, non tuttavia abbastanza; solo il Giornale fondato da Montanelli ne aveva forse intuito fino in fondo valenza e perizia dedicandogli un intero paginone. La sua presenza scenica, anche al di fuori di Gallerie e Pinacoteche, manca. Come mancano le sue trovate provocatorie e la sua accorta affabulazione. Mancano soprattutto le sue opere pittoriche, benché nel suo tragitto terreno e al tempo spirituale, ne abbia disseminate tante.