Fin dai primi anni sessanta in Biennale a Venezia Gigi Prosdocimo, tra i più apprezzati ceramisti a nordest, ha proposto una visione artistica e umana mantenendo alto il principio fondamentale della sua disciplina, quella che richiama la leggendaria fucina di Efesto; non tralasciando di coniugarsi tuttavia alle modalità di comunicazione di una globalità in continuo divenire. Misurato nel gesto che è all'origine delle sue soluzioni cromatiche, ha dato valenza e vigore a quell'onirica vitalità che già è negli elementi. Negli smalti e nelle cristalline del maestro di Marca c'è il respiro della terra e del mare, il colore rarefatto di perdute stelle, il silenzio dello spazio aperto, il respiro ardente degli Dei rievocato dall’afflato cosmico che ogni autentico, sincero creativo custodisce in fondo al cuore. Vorrei ricordarlo affiancando i suoi lavori all’altrorealismo di talune plexidiane o dei blue holes forgiati da Geri Palamara, pittore e cantastorie siciliano anch’egli da poco scomparso; e virtualmente lo saluterei estrapolando alcuni incisivi versi, vergati nell’atavica lingua parlata tra Livenza e Monticano, che il poeta Fabio Franzin gli ha dedicato: […] Sot’ ‘a crosta del doeór / sacro mistero o imòsena pa’l mistièr dee man […] pa’ far dea credha creatura.
(Sopra: particolare da un’opera di sfavillante profondità)