Venezia

Motorsport & lifestyle
Intervista a Giovanni Altoè: Pilota GT3 e Coach

di Francesco Scarpa

“La pista non è solo il luogo dove corro. È il posto dove penso con più chiarezza"

Cresciuto nel mondo delle corse, Giovanni Altoè ha respirato motorsport fin da bambino. Figlio di un pilota, è uno di quei professionisti che non hanno semplicemente scelto questo ambiente: ci sono nati dentro. Oggi gareggia nelle competizioni GT3 e affianca giovani piloti e gentleman driver come coach, vivendo il paddock da una doppia prospettiva fatta di velocità, responsabilità e lucidità. Oggi ci racconta il mondo dell’endurance, il rapporto con la sua pressione, la vita tra i circuiti e tutto ciò che la pista gli ha insegnato anche fuori dalle gare.

Quando hai capito che il motorsport sarebbe diventato qualcosa di più di una passione?
È difficile indicare un momento preciso, perché per me è sempre stato così. Sono nato dentro una pista, mio padre era un pilota, e quella realtà l’ho assorbita in modo naturale. Non ho mai avuto bisogno di “scegliere” il motorsport: era già parte di me. Ho iniziato a guidare intorno ai cinque o sei anni, sulle ginocchia di mio padre. Lui accelerava, io sterzavo. È un po’ come succede in certe famiglie di musicisti: non impari la passione, la senti da sempre.

C’è stato un momento preciso in cui hai sentito di appartenere davvero al mondo delle corse endurance?
Sì. Nella pista dove sono cresciuto si correva ogni anno la 24 Ore di Adria. Da bambino cercavo di restare sveglio tutta la notte per seguire la gara giro dopo giro. Non ci riuscivo quasi mai, ma ci provavo ogni volta. Quella voglia di non perdere nemmeno un istante mi ha fatto capire una cosa molto semplice: io non volevo soltanto guardare le corse, volevo viverle da dentro.

Quanto conta oggi la disciplina mentale rispetto alla velocità pura?
Direi 70% disciplina mentale e 30% velocità pura. Le vetture moderne, tra elettronica, simulatori e telemetria, hanno reso la performance molto più accessibile rispetto al passato. La velocità si costruisce lavorando bene. Ma nell’endurance la vera differenza la fa la lucidità mentale. Puoi essere velocissimo sul giro secco, ma se alle tre di notte dopo ore in macchina non sei lucido, non vai lontano. La testa oggi è il vero motore.

Nel motorsport si parla spesso di performance. Quanto conta invece l’equilibrio personale?
Conta tantissimo. Questo ambiente non è fatto solo di gare: significa prendere decine di voli all’anno, dormire continuamente in posti diversi, convivere con pressione, sponsor, clienti e aspettative. Chi non è davvero portato per questo ritmo, a un certo punto si consuma. Nel motorsport l’equilibrio non è trovare la calma assoluta, ma imparare a stare bene dentro al caos.

Hai dei rituali prima di entrare in pista?
No, e volutamente. Ho visto piloti diventare quasi dipendenti dai propri rituali: le stesse scarpe, gli stessi gesti, la stessa sequenza prima di salire in macchina. Poi basta un imprevisto minimo per destabilizzarli mentalmente. Se dimentichi il tuo “oggetto fortunato” e perdi concentrazione, significa che stavi già guidando con la testa altrove. Preferisco affidarmi alla preparazione vera: allenamento, sonno, alimentazione e lavoro mentale fatto nel tempo.

Una gara endurance dura ore: come si gestisce la concentrazione?
La concentrazione si prepara molto prima della gara. Sicuramente serve una preparazione fisica importante, soprattutto cardiovascolare, ma spesso si sottovalutano aspetti come alimentazione e idratazione. Nell’endurance puoi stare in macchina per un’ora e mezza, fermarti pochissimi secondi e ripartire subito dopo. Se il corpo non è preparato, il calo arriva inevitabilmente. E quando arriva, non puoi nasconderlo.

Cosa rende una GT3 così speciale rispetto ad altre categorie?

Le GT3 riescono a unire tecnica e spettacolo in modo unico. Hai griglie con cinquanta o sessanta macchine racchiuse in pochissimi decimi, quindi ogni dettaglio conta. Un piccolo errore e perdi tantissime posizioni. Allo stesso tempo, però, resta una categoria molto “vera”: ci si sfiora, ci si lotta ruota a ruota, c’è ancora tanto contatto diretto tra piloti. È un mix di precisione e intensità difficile da trovare altrove.

Qual è il circuito che senti più tuo?

Escludendo Adria, che per me è casa, direi Imola. Spa è probabilmente la pista più bella in assoluto da guidare, ma Imola ha qualcosa di speciale. È un circuito che vive dentro la città, senti quasi il rapporto tra pista e vita quotidiana. E poi lì ho uno dei ricordi più forti della mia carriera: una gara sul bagnato in cui partivo ultimo e sono riuscito a vincere. Sono giornate che ti rimangono addosso.

In una gara endurance, qual è il momento più estremo fisicamente?
Verso la fine, quando sei sveglio da tantissime ore e il corpo inizia davvero a cedere. Ma c’è anche una pressione emotiva enorme alla partenza. Sei in griglia e pensi a tutto quello che potrebbe andare storto dopo settimane di preparazione. Poi però entri in macchina e cambia tutto: trovi il tuo ritmo, sei completamente presente. Fuori dalla macchina sei distrutto, dentro ti senti vivo.

Quanto conta il rapporto con il team durante una 24 Ore?

È fondamentale. Nell’endurance il pilota non vince mai da solo. Ho visto meccanici rimettere in pista macchine distrutte in tempi incredibili, e quel tipo di prestazione nasce solo quando esiste un vero senso di squadra. Se condividi davvero il percorso con il team, loro danno tutto. La vittoria diventa collettiva.

Riesci mai a staccare davvero dal motorsport?
No, e sinceramente non voglio farlo. Per me non è semplicemente un lavoro: è parte della mia identità. La mia energia la ritrovo proprio dentro questo mondo.

Il motorsport oggi è sempre più vicino al lusso e al lifestyle. Come vivi questo cambiamento?
Con equilibrio. Da una parte mi manca un po’ la ruvidità di certi anni, quando esisteva solo il cronometro. Oggi conta molto anche l’immagine. Però è anche vero che questo porta sponsor, visibilità e nuove opportunità per tutto il paddock. L’importante è che il lato estetico non faccia sparire la sostanza.

Qual è la paura che un pilota ammette più difficilmente?

Probabilmente la paura di non correre più. Quando vivi certe sensazioni fai fatica a immaginare una vita lontana dalla pista. Ma c’è anche un’altra difficoltà che molti piloti non accettano facilmente: riconoscere quando qualcun altro è stato più forte di te. Nel motorsport l’ego pesa ancora molto.

Cosa ti ha insegnato la pista che porti nella vita quotidiana?
La disciplina, prima di tutto. Poi il valore del lavoro di squadra e la capacità di accettare che non puoi controllare tutto. Nel motorsport puoi fare tutto perfettamente e perdere comunque per una variabile imprevedibile. Impari a convivere anche con questo.

Se dovessi descrivere una gara endurance con una sola parola?
Adrenalina.

Essere pilota e coach contemporaneamente cambia il tuo modo di vivere la pista?
Completamente. Quando corri solo per te stesso puoi spingere sempre al limite. Quando invece hai anche un ruolo da coach, cambia la prospettiva: sai che ogni tuo gesto viene osservato, interpretato, preso come esempio. A volte il vero coraggio non è attaccare una curva, ma fare un passo indietro per il bene della squadra o del pilota che stai seguendo.

Intervista a cura di
Francesco Scarpa

Ultimo aggiornamento: 11/06/2026 08:46