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Intervista al Presidente della Lega Nazionale di Trieste: Avv. Paolo Sardos Albertini

di Franco Giuseppe Gobbato

TRIESTE - Per i festeggiamenti degli 80 anni della ricostituzione della Lega Nazionale di Trieste, avvenuta nel secondo dopoguerra (1946-2026), ci siamo rivolti al Presidente Nazionale, l’avv. Paolo Sardos Albertini, per meglio comprendere le motivazioni storiche e il futuro di questa importante realtà associativa. 
L'avv. Paolo Sardos Albertini è alla guida dell'associazione da 38 anni, essendo stato eletto per la prima volta nel 1988. Nato a Capodistria nel 1941, vive a Trieste ed esercita la professione forense. Proviene da una storica famiglia di patrioti giuliano-dalmati ed è da decenni una figura centrale nella difesa dell'identità italiana e nella conservazione della memoria storica della Venezia Giulia, dell'Istria e della Dalmazia, in particolare riguardo ai temi delle foibe e dell'esodo.

Presidente, nel marzo del 1946 la Lega Nazionale risorse ufficialmente a Trieste dopo le ferite della guerra e i quaranta giorni di occupazione jugoslava. Con quale spirito e sotto quali priorità immediate gli uomini del dopoguerra decisero di far risorgere il sodalizio in quel clima così sospeso e drammatico?

La ricostituzione della Lega Nazionale, nel marzo del ‘46, nasce da un fatto ben preciso, che si realizzò già il 30 aprile 1945. A differenza del resto d’Italia a Trieste il 25 aprile non c’era stata alcuna Liberazione. Trieste continuava ad essere nelle mani dei Tedeschi ed era ormai imminente l’arrivo degli uomini di Tito. In tale situazione gli uomini del CLN, i Volontari della Libertà e quelli della Guardia Civica, del Podestà Cesare Pagnini, decidono di unire le proprie forze per dare vita ad una insurrezione che liberi Trieste dai Tedeschi e lo faccia prima dell’arrivo degli Jugoslavi. 

La decisione si concretizza in un appello agli uomini della Guardia Civica ad entrare nel Corpo Volontari della Libertà, appello firmato dal Podestà Cesare Pagnini e, per il CLN, dal rappresentante del Partito d’Azione, avv. Miani. Il presidente del CLN, don Edoardo Marzari, si trovava in carcere, nelle mani della Gestapo. Il primo atto dell’insurrezione consiste proprio nel liberare don Marzari, poi vengono affrontati i tedeschi, sia in centro città che, specificatamente, in difesa delle strutture portuali (c’era la minaccia tedesca di farle saltare).

Alla fine di una giornata di combattimenti (con una quarantina di caduti tra gli uomini del CLN), il centro città è liberato e, soprattutto, il porto è salvo. Il giorno dopo, il 1° maggio 1945, arrivano gli uomini di Tito. Disarmano i militi del Corpo Volontari della Libertà, assassinandone oltre 120, e pretendono incorporare Trieste nella Jugoslavia comunista. Sarà l’inizio di quei 43 giorni di “terrore rivoluzionario” che lascerà dietro a sé oltre quattromila infoibati, nella sola città di San Giusto. 

Sarà solo il 12 giugno che gli uomini con la stella rossa lasceranno Trieste, perché Tito è stato costretto a subire il diktat americano. Resta, comunque, quanto avvenuto il 30 aprile: la consapevolezza che la stessa identità di Trieste era in pericolo (sia ad opera dei tedeschi che degli uomini di Tito) aveva indotto i fascisti del Podestà e gli antifascisti del Cln a superare, ad accantonare le loro divisioni in nome del prevalente interesse: preservare l’identità italiana della città di San Giusto. Era questo lo spirito che, ai tempi della soggezione asburgica, aveva animato sia il partito liberal nazionale, che la Lega Nazionale che, di quella cultura era fedele espressione. 

A fine conflitto si era riproposta quella minaccia e Trieste, il 30 aprile, aveva espresso i medesimi sentimenti. E, in coerenza con tali premesse, dopo la partenza degli uomini di Tito, lo spirito del 30 aprile generò la rinascita della Lega Nazionale, una importante realtà associativa (in pochi mesi tra Trieste, Gorizia e Pola raccoglierà quasi trecento mila adesioni) che, al di sopra delle diversità, raccogliesse quanti erano a cuore i valori fondanti del “liberalnazionalismo” e cioè “Italia e Libertà”. Significativa una constatazione. Protagonista assoluto di quella ricostituzione è stato Don Edoardo Marzari, già presidente del CLN e, dopo il marzo ‘46, vicepresidente della ricostituita Lega Nazionale.

Il convegno celebrativo di quest'anno ha rimesso al centro lo storico binomio "Italia e Libertà". Ottant'anni dopo, in un'Europa profondamente mutata e senza confini rigidi, che cosa significano oggi queste due parole per la comunità giuliana?

La formula “Italia e Libertà” riassume lo spirito del Risorgimento italiano. Quel momento storico che vide la co-presenza di componenti diverse (si pensi a Cavour ed a Mazzini) convergenti peraltro in nome del patriottismo. È ciò che ha reso la nostra storia così diversa da quella francese. Per i cugini d’Oltralpe la rivoluzione era “contro” (la Monarchia, la Chiesa, il sistema sociale e quant’altro), per il nostro Risorgimento la motivazione era “per” il recupero della nostra storia, della nostra cultura, della nostra identità. Giovanni Paolo II, in “Memoria e Identità”, ci ha insegnato il valore fondante dell’amore di Patria (tra l’altro da lui indicato come antitesi del nazionalismo). Ci ha parlato di amore per la propria Patria, come fondamento dell’amore per una Madrepatria Europa. 

La Lega Nazionale gli ha dedicato un importante convegno, nel 2024, intitolato “Memoria e identità. L’Europa delle Patrie per una Patria europea, da Charles de Gaulle a Giovanni Paolo II”. Tutto questo, per la comunità giuliana, ma anche per tutta quella nazionale, significa guardare al futuro in una prospettiva ben chiara: “costruire la Madrepatria Europa, come Europa della Patrie”. Come è stato nel Risorgimento noi saremo mossi dall’amore per la nostra Patria Italia, ma ci sentiremo solidali con tutti coloro che saranno animati da amore per la propria Patria. Era l’insegnamento profetico di Giuseppe Mazzini, più che mai attuale per costruire una vera “Europa delle Patrie”. Vale a dire l’unica via di salvezza per la presente realtà europea.

Agli albori della ricostituzione, la Lega Nazionale si impegnò moltissimo nell'assistenza e nella tutela scolastica e linguistica in lingua italiana. Qual è oggi il ruolo dell'associazione nel promuovere la cultura italiana in territori storicamente complessi e plurali come la Venezia Giulia, l'Istria e la Dalmazia?

Nell’immediato dopoguerra, ma ancora negli anni ‘50 c’era il problema dell’assistenza agli Esuli istriani, fiumani, dalmati. La Lega era in prima linea su tale fronte. Tantissimi figli di profughi da quelle terre hanno potuto studiare grazie al servizio di “comodato gratuito” di libri di scuola realizzato dalla Lega Nazionale. Come per tanti le “colonie della Lega” hanno significato momenti importanti nei loro percorsi formativi. Oggi le esigenze sono cambiate. A coprire tanti bisogni materiali provvede la socialità pubblica. C’è però un bisogno di altra natura da soddisfare. Sulla costa orientale dell’Adriatico esiste un popolo bisognoso di tutela e di rappresentatività, sono gli “Italiani dell’Adriatico Orientale”. Sono presenti in un’area che va da Trieste all’Istria, alla Dalmazia, fino a Ragusa. In certe aree sono maggioritari, in altre sono minoranze, in altre ancora solo sparuta presenza. Sempre, comunque, con solide radici storiche e con un forte senso della propria identità italiana. Vivono in Stati diversi (Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro), ma sono ben consapevoli dei legami che li uniscono. Questo popolo ha bisogno di un riferimento, di una capitale morale. 

La Lega Nazionale già è riuscita a far accettare questo ruolo alla città, alla municipalità di Trieste. Come un tempo gli Italiani di quest’area guardavano alla città di San Marco ora è tempo che guardino a quella di San Giusto. La Lega Nazionale è già riuscita a far sì che il Municipio triestino avverta questo compito come suo. Al futuro competerà il far sì che sempre più, in terra d’Istria, di Fiume, di Dalmazia, di Ragusa, si respiri aria di italianità. Nel presente europeo dei non confini tutto ciò sarà sicuramente possibile. La Lega nazionale opererà comunque in questa direzione.

L’estate del 1946 è stata segnata anche dal tragico ottantennale della strage di Vergarolla. Perché, secondo lei, ferite così profonde faticano ancora a trovare uno spazio condiviso e unanime nella memoria storica nazionale italiana?

Vergarolla è stata un momento clamoroso di quella che amo definire come “la grande menzogna”. Gesù definisce “Satana omicida e padre della menzogna”. Noi abbiamo sperimentato tutta la forza omicida della rivoluzione comunista di Tito. Amo ripetere: migliaia di Italiani, decine di migliaia di Sloveni, centinaia di migliaia di Croati tutti sacrificati in nome del terrore rivoluzionario di Tito. Tutte vite spezzate con l’accusa di “nemici del popolo”. Ma alla fase del sangue si è accompagnata quella della menzogna, vuoi impedendo che di questi crimini si abbia a parlarne, vuoi manipolando spudoratamente la verità dei fatti e delle responsabilità. 

Ancora nel novembre 1991 il Presidente Cossiga, dopo la sua visita al Sacrario di Basovizza, denunciò i crimini titoisti a danno degli Italiani di Istria, Fiume e Dalmazia e si scusò per i silenzi del sistema politico italiano. Aggiunse che avrebbe voluto farlo prima, ma che gli era stato impedito (!). Concluse con una affermazione clamorosa: “ALTRO CHE LIBERAZIONE!”. La strage di Vergarolla, dell’agosto ‘46, è un momento culmine della violenza omicida, ma anche della vis menzognera che si è estrinsecata prima nel cercar rifugio nell’oblio, poi nel negare la logica evidenza della responsabilità di quelle quasi cento vittime della mano omicida dell’OZNA, il triste servizio segreto di Tito. Una proposta: per affrontare finalmente tutto il tema della “grande menzogna” servirà una Commissione parlamentare, dotata degli strumenti idonei a far finalmente luce su tale materia. La Lega Nazionale ha già formulato tale proposta. Continuerà a farlo, come dovere di verità e di giustizia.

L’associazione ha superato i 130 anni dalla sua primissima fondazione ottocentesca e celebra ora gli 80 anni dalla sua seconda rinascita. Quali sono i prossimi traguardi e le battaglie culturali che guideranno la sua presidenza nei prossimi anni per riuscire anche a coinvolgere le nuove generazioni?


Ecco i prossimi traguardi, quelli più rilevanti:
- sul tema “Arcipelago Foibe”: far emergere sempre più la verità vera di quella vicenda e cioè “una medesima tragedia che ha colpito tre popoli, quello Italiano, quello Sloveno e quello Croato”. La Chiesa cattolica ci ha offerto testimonianza di ciò portando agli onori degli altari, come Beati, tre giovani, l’italiano Francesco Bonifacio, lo Sloveno Lojze Grozde, il croato Miroslav Bulesic, tutti e tre proclamati martiri del Comunismo;

- reclamare dallo Stato italiano una vera e propria “operazione verità” e ciò con una commissione parlamentare d’inchiesta che affronti tutto il tema della “grande menzogna”, magari a partire dalle denunce del Capo dello Stato Francesco Cossiga;

- stimolare il ruolo di Trieste quale capitale morale degli Italiani dell’Adriatico orientale;

- continuare nell’impegno a sostegno dei giovani storici che vadano ad arricchire i lavori di ricerca ed a formare, al contempo, una equipe sempre più in grado di incidere sul piano della ricerca e magari del sistema scolastico;

Aggiungo, in proposito, che il Sacrario della Foiba di Basovizza costituisce strumento essenziale di divulgazione di verità, con gli oltre centomila visitatori all’anno, e tra questi, ben il sessanta per cento è composto da studenti.
Mi piace infine ricordare, a conclusione, uno dei giovani storici, promossi dalla Lega, la figura di William Klinger, il giovane fiumano, autore della storia dell’OZNA, stroncato da mano omicida il 31 gennaio 2015, in un parco di New York. Ci ha insegnato tanto, ci manca tantissimo.



Ultimo aggiornamento: 21/10/2026 21:12