L'espressione gergale finire "nella bocca del leone" ci mostra una situazione di pericolo, di rischio, in cui ci si trova esposti. Esplicitando anche in qualche modo l'impari peso di una forza, ineluttabile, con cui ci confrontiamo, forse scriteriatamente. Insomma, qualcosa da cui non ci possiamo sottrarre, affrontando un nemico inevitabile e pure soverchiante.
Quindi, mettersi "nella bocca del leone" significa affrontare direttamente un pericolo esiziale, o cacciarsi in una situazione da cui non c'è scampo.
Tuttavia, in me c'è sempre stata la magmatica, spregiudicata?, sfrontata, pervicace e reiterata voglia di mettere, metaforicamente, la mia mano nella fauci della "fiera".
E ci hanno provato, le persone a me care, a dissuadermi, a farmi desistere. A ridurmi a più miti consigli, come mi sussurrava mio padre, già consapevole, conoscendomi meglio di me stesso, che era tutta fatica sprecata.
Negli anni, me lo sono domandato, più volte. Cos'è, questo mio desiderio di sfidare ciò che dovrei evitare, poiché non me l'ha "prescritto il medico", di aprire quella porta, entrando in uno spazio potenzialmente "ostile"?
E' autolesionismo? E' cupio dissolvi? E' spregiudicatezza? E' avventatezza? Infine, è puro, brutale egoismo carrieristico?
No. Anche se non ho una risposta univoca e lineare, credo di averla individuata in ciò che mi disse un giorno un mio maestro, vedendomi affranto per un insuccesso professionale: "Non ti arrendere. Io lo so perché lo fai, Gianluca. Sono come te: per noi, tutto ciò che è facile, è stupido".
Ho già scritto, rispondendo all'amico Luciano Dissegna, che se mi offrissero l'opportunità di intervistare il demonio, non ci penserei due volte: ma ve lo immaginate, quante domande interessanti al simbolo stesso del male? Col rischio inebriante e spiazzante che Belzebù mi risponda "ma guarda che fate già tutto voi...", perché, come scrive nel romanzo "Le relazioni pericolose" (poi film, dal titolo Dangerous Liaisons) Choderlos de Laclos: "Il Diavolo è un illuso, pensa di poter peggiorare l'uomo".
Quindi, ho letto, ovviamente, i post diciamo così "critici", verso il mio invito al procuratore capo di Napoli Nicola Gratteri, che sarà con me in diretta, domattina a Notizie Oggi e, poi, pure lunedì 9 marzo prossimo, a Notizie Sera (Ore 19.30 su Canale Italia).
Non vivo, né lavoro con i paraocchi (e i para orecchi): ma sono un "uomo pesca", come mi disse quando lo intervistai, Maurizio Costanzo, definizione che mi piacque molto: "morbido fuori, con un nocciolo solidissimo dentro".
Non è sempre stato così, quel "nocciolo" di coscienza si è indurito e ispessito con trascorrere del dolore e dei tradimenti subiti. Però, credo, la morbidezza della polpa e della pelle serica dell'anima, non si è dissolta. Ed è già un piccolo miracolo, credetemi.
Un uomo "pesca", è mite, dialogante, educato, rispettoso, paziente, curato nel lessico e se possibile, perfino dolce nei pensieri. Ma è granitico, nella scelte.
Quando non sai che cosa fare, Luca, fai quello che hai paura di fare, mi ricordò molto tempo fa un caro amico perduto: senza azzardi, sfide, avventure, senza rischi, la nostra vita non lo è più.
Quando cominciai a fare questo lavoro, in una radio locale a Monfalcone, mi ero convinto immediatamente che non si potesse fare questo lavoro senza essere percorsi, ogni mattino al risveglio, da una bruciante passione civile.
L'altro, ci piaccia o meno, è sempre il nostro specchio.
Facendo, nel tempo, questo servizio giornalistico, ho compreso e circoscritto le "domande delle cento pistole": cosa vuol dire parlare con qualcuno?; esiste una coscienza o una verità della parola?; come si può guardare al cuore del prossimo, senza "bruciarlo" (come purtroppo accaduto, per mancanza di ghiaccio); è lecito parlare del e raccontare il dolore degli altri, se quel dolore non ci appartiene? E infine: cosa comporta che il mondo sia un luogo dove tutti si parlano addosso e nessuno più ascolta o legge quello che dicono e scrivono gli altri?
Oggi come allora, adesso che sono diventato vecchio ma non ancora saggio, sono sempre più convinto che serva, nel fare questo lavoro, una visione mortale ed etica, mai moralistica, del mondo, della realtà e del prossimo.
Da ragazzo, avevo una fede forse ingenua ma incrollabile, sicuramente testarda, nelle capacità e nel potere della parola di cambiare gli uomini. E migliorare il mondo.
Sennò, non avrei mai iniziato.
Perciò, vi confesso tutta la mia disillusa delusione, scrollando la marea di messaggi, più o meno educati, scritti da voi contro "Gratteri da Versace".
Delusione, oggettivamente connessa alla sottintesa sfiducia (e annessa e connessa disistima) nei miei confronti. E' come se aveste revocato, con uno sputo su una tastiera, il mandato fiduciario che si rinnova, tacitamente, tra me e voi, ogni mattina e sera in cui ci incontriamo "virtualmente" a Canale Italia Ma anche altrove.
E' un fatto molto grave. Che naturalmente, non resterà senza conseguenze, sul piano del mio atteggiamento verso chi, senza aver mai fatto questo lavoro, trincia giudizi.
Ma che non cambierà di una virgola, la mia impostazione professionale.
Nessuno mi avrebbe consigliato, di entrare nel camerino di Ugo Tognazzi, in quel pomeriggio al teatro della mia città: avevo diciott'anni e un primo microfono in mano, e venni letteralmente massacrato da un mostro sacro del cinema, che purtroppo, nella parte caudale della sua illustre carriera, soffriva di una grave forma di depressione, curata in vari modi. Ne rimasi in balìa, per interminabili minuti, uscendo provato, addolorato, umiliato, ma rafforzato.
Come pure, mi avevano dissuaso dal chiedere un'intervista a un famoso politico della prima repubblica, che poi avrebbe palesato una squallida, viscida vocazione al tradimento e all'accoltellamento alla schiena dei suoi stessi "amici": mi fece a fettine, in modo sadico, finanche crudele e compiaciuto.
Ho cambiato idea? Neanche per sogno, anzi, mi sono rafforzato nella convinzione che la vita e il mio lavoro sono "l'arte dell'incontro". E che senza gli incontri "pericolosi", come quelli con il leone di turno, veramente non ne valga la pena.
E perché, infine, Gianluca rimane questo bambino, qui sotto, con l'elmetto della "polizia militare" e il sorriso radioso, pronto a guerreggiare per passione. Costi quel che costi.
Gianluca Versace
Giornalista e scrittore