Cultura, Treviso, Vittorio Veneto

La chiesa di San Fermo e San Rustico a San Giacomo di Veglia

di Monia Pin

SAN GIACOMO DI VEGLIA (TV) - La chiesa di San Fermo e Rustico è uno di quei luoghi dove ti soffermi volentieri, per dire una preghiera, cercare pezzi della nostra storia che come tasselli si incastrano abilmente fino a mostrarci il volto di un passato ancora ben presente nelle nostre vite.
Si presenta come una costruzione semplice e ben incastonata nel contesto urbano, con una croce che ti accoglie subito all'inizio del vialetto e ti ricorda quanto tu debba essere grato a Dio di ogni giorno, ora, attimo che vivi anche se le tribolazioni e gli affanni della vita ti tormentano. Ma c'è Lui, Gesù e la sua Passione a svegliarci dal sonno della rassegnazione per proiettarci nella gioia di una speranza che la fede trasforma in nuova vita. Questo crocefisso fu posto anche a memoria del periodo funesto della seconda guerra mondiale e di tutti i caduti, e degli eventi che videro purtroppo questo sito protagonista di uno dei tanti eventi bellici della seconda guerra mondiale.

Inizialmente è nata come cappella dei conti Crotta, un’antica famiglia patrizia veneziana che proveniva dal milanese o più probabilmente dall’alta bergamasca. Assunsero il nome Calbo-Crotta alla fine nel 1800. Avevano diverse proprietà terriere a San Giacomo di Veglia ed amministravano delle miniere site ad Agordo per conto della Repubblica Veneta. Avevano un palazzo lungo il Canal Grande, uno ad Agordo e ne fecero costruire uno quasi simile qui a san Giacomo di Veglia che consideravano la loro casa di campagna.

La storia dei santi ai quali è stata intitolata la chiesa è alquanto incerta. La prima ipotesi si rifà al periodo dell’antica Roma e narra di un nobile bergamasco di nome Fermo che venne catturato insieme ad un certo “Rusticus”, un suo parente. Entrambi furono flagellati ma persistettero nella fede e furono trasferiti in un carcere a Verona. Trattenuti e sottoposti a continui tormenti si disse che furono testimoni di celesti visioni. Il tiranno Anolino che li aveva in custodia ordinò la loro decapitazione con divieto di sepoltura, che comunque trovarono nella loro città d’origine grazie ad alcuni coraggiosi bergamaschi che trafugarono i corpi riportandoli a casa.
La seconda tesi narra che Fermo e Rustico vissero in Africa e furono lasciati morire di fame a Cartagine, ai tempi dell’imperatore Decio e che la devozione verso questi santi giunse fino a Verona diffondendosi in tutto il territorio della Repubblica Veneta. (fonte : Basilio Sartori)

Ma torniamo alla chiesa della quale purtroppo non è nota la data esatta di costruzione né il nome del progettista e che poi fu completamente ricostruita dopo il secondo conflitto mondiale. La prima testimonianza scritta che fa riferimento al luogo sacro risale al 1646, e pur essendo cappella dei conti Crotta ha sempre avuto un controllo dal capitolo della cattedrale fino a diventare parte della curazia della chiesa di san Giacomo di Veglia. La sua intitolazione inizialmente recava solo il nome di San Fermo a cui nel 1738 si aggiunse il nome di San Rustico.
 
L’interno è sobrio ma luminoso e consente di trovare uno spazio di silenzio e serenità, come se i rumori della strada vicina non varcassero la porta dell’edificio per donarci il giusto silenzio per un momento di raccoglimento e riflessione. Prima dell’altare sulla sinistra c’è una statua della Vergine Maria, mentre sulla destra c’è un crocefisso. Ai suoi piedi è stata posta una cassettina in legno e qui ecco nascere un’altra storia. Dentro questo contenitore si possono inserire richieste di grazia, preghiere o scrivere “i desideri del cuore” come indicato, poi ogni sabato le intenzioni vengono consegnate alle monache del vicino Monastero Cistercense e diventano oggetto delle loro preghiere affinché le grazie tanto desiderate siano ottenute.

Questo particolare si collega ad un altro fatto. Agli inizi de ‘900 la famiglia Calbo-Crotta si estinse con la morte di Federico di Francesco. I terreni vennero venduti a vari acquirenti, mentre la villa venne acquistata dall’industriale Torres di Vittorio Veneto il quale poi la cedette alle monache Cistercensi che erano state costrette a lasciare il convento di Belluno. Riadattarono gli ambienti trasformando l’edificio nell’attuale Monastero Cistercense dei Santi Gervasio e Protasio. Questa cassettina è il filo conduttore che lega ancora la chiesa di San Fermo e Rustico al palazzo che un tempo fu proprietà del conti Calbo-Crotta, come se entrambi gli edifici siano rimasti uniti aldilà del passare del tempo, degli eventi e traversie.

La pala d’altare è opera del noto pittore Vittorio Casagrande, nativo del posto e molto attivo in zona tanto da aver lasciato opere in diverse chiese nei paesi circostanti. Il dipinto colpisce per i colori vivaci e luminosi, con i due santi posti alla destra e alla sinistra della Vergine Maria, uno recante in mano un libro mentre l’altro indica con la mano la Madonna, come ad invitare il fedele ad invocare l’intercessione di Colei che con lo sguardo Misericordioso sembra comunicarci tutto il suo Amore, lo stesso che traspare dagli occhi del Figlio che tiene in braccio. Figure semplici, lievemente austere ma che esprimono dolcezza, attorniate da angeli dai volti rasserenanti che attorniano il trono e da altre tre figure angeliche che intonano un canto, tenendo tra le mani uno spartito dove sono visibili i caratteri che riportano il nome del pittore “Casagrande pinxit (ha dipinto)” e sull’altra pagina l’anno della realizzazione dell’opera A.D. MCMLIII.

I santi vengono festeggiati il 9 agosto. In un vecchio manifesto risalente al 1894 viene annunciato lo svolgimento dei festeggiamenti che prevedeva oltre ad alcuni divertimenti (corsa dei sacchi, la cuccagna e l’illuminazione con i palloncini) l’esibizione della banda di Vittorio-Ceneda con un ricco programma musicale. Funzionava anche un servizio di trasporto attivo dal 1886 con carrozze trainate da due cavalli che univano Piazza Garibaldi (Ceneda) a Piazza Fontana (Serravalle), collegamento fortemente voluto dalle autorità pubbliche che cercavano di rendere più uniti i due nuclei anche se pare che sembra l’iniziativa non abbia sortito inizialmente l’effetto desiderato.

L’edificio sacro si collega anche ad un altro evento che ha segnato la storia recente del paese. Trovandosi lungo il tragitto dove passò la cosiddetta “colonna del Menaré”, composta da soldati tedeschi impegnati nella ritirata, fu teatro di un bombardamento massiccio da parte degli alleati durato fino a sera tanto che la chiesetta ed la vicina casa Casagrande furono completamente rase al suolo. Dell’edificio sacro originario rimase solo la base del campanile.
Certamente i Sangiacomesi non si arresero tanto che sfidando il freddo e seppur provati dalle pesanti condizioni di vita del dopoguerra iniziarono nell’inverno del 1953 a ricostruire la chiesa, spinti dalla forte devozione che permise una rapida quanto precisa ricostruzione di uno dei luoghi cardine attorno al quale ruotavano le vite e le storie d tutta la comunità. L’inaugurazione e la benedizione avvenne il 29 aprile del 1953 alla presenza del Vescovo Zaffonato e a una nutrita folla di fedeli, la stessa che aveva assistito commossa alla posa della prima pietra in una gelida mattina di febbraio. Fu ricostruito anche l’oratorio e fu lasciato uno spazio verde dove si disputarono le primissime partite calcistiche diventando luogo di aggregazione per i bambini ed i giovani della parrocchia. Una lapida posta esternamente, sulla parete sinistra della chiesa, evoca gli eventi di quel 29 aprile 1945 e della riedificazione della chiesa, stata frutto del voto e della volontà dei fedeli.

Il nostro territorio conserva molti di questi piccoli ma rilevanti luoghi sacri dove i ricordi vivono per sempre, grazie alla devozione che sembra incarnarsi nelle fiamme dei lumini accesi dalle tante persone che considerano la chiesa di San Fermo e Rustico un vero e proprio punto di riferimento per tutta la comunità.

Monia Pin




Ultimo aggiornamento: 21/02/2024 21:14