Editoriali

O bianco o nero: nella società e nella politica manca il senso critico e il dubbio

di Franco Giuseppe Gobbato

Ricordi scolastici, che mi ritornano alla mente, mi fanno riflettere su quel professore che esortò la classe ad acquistare diversi quotidiani, di aree partitiche diverse, per analizzare quel titolo dell’articolo comune a tutte le pagine. Inevitabilmente accese in noi quel piccolo lumino che ci fece rendere conto di punti di vista diversi, a fronte di uno stesso evento, a volte diametralmente opposti. 

Sviluppò in noi il senso critico, o pensiero critico comunque lo si voglia definire, che “è la capacità di analizzare informazioni, fatti e situazioni in modo oggettivo per formarsi un giudizio autonomo e motivato. Non significa "criticare" in senso negativo, ma saper discernere e valutare la validità di ciò che ci viene presentato, evitando di accettare passivamente opinioni altrui o notizie non verificate.”

Il foglio stampato è diventato ormai poco comune fra i lettori che preferiscono informarsi sulle pagine web degli stessi quotidiani o sulle notizie dei social. E non è certo facile districarsi al giorno d’oggi fra le comunicazioni che riempiono continuamente le nostre piattaforme media. Certo è che spesso la tendenza è di far passare le notizie come fossero o un dogma o una eresia, sicuramente alimentata da algoritmi che ci mostrano solo ciò che ci piace. Vero anche che oggi abbiamo più accesso alle fonti rispetto al passato, ma meno tempo/voglia di confrontarle. Ma tra il bianco e nero sono sempre meno annoverate quelle sfumature, che dall’uno portano all’altro, che inevitabilmente danno vita a quello stato mentale importantissimo che è il dubbio.
 

Anche la politica soffre dello stesso modus operandi. Quelle sfumature che una volta arricchivano il nostro pensiero e sviluppavano la discussione, che accresceva l’animo umano, oggi si sono tramutate nel pensiero standardizzato dicotomico. Il dubbio su ciò che si dice non è ammesso anzi è considerata una debolezza che nuoce all’immagine.

Nel portafoglio porto sempre con me un estratto del discorso di insediamento del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi durante la seduta comune del 12 maggio 1948 che così recita: “…Nelle vostre discussioni, signori del Parlamento, è la vita vera, la vita medesima delle istituzioni che noi ci siamo liberamente date; e se v’ha una ragione di rimpianto nel separarmi, per vostra volontà, da voi è questa: di non poter partecipare più ai dibattiti, dai quali soltanto nasce la volontà comune; e di non potere più sentire la gioia, una delle più pure che cuore umano possa provare, la gioia di essere costretti a poco a poco dalle argomentazioni altrui a confessare a se stessi di avere, in tutto od in parte, torto e ad accedere, facendola propria, alla opinione di uomini più saggi di noi…”
 

Che bei tempi, mi verrebbe da dire forse in senso troppo nostalgico. Tempi nei quali si coltivava il dubbio e, come insegnava il metodo socratico, si era in grado di riconoscere la propria fallibilità e la si considerava il primo passo verso la vera conoscenza. Certo riconosco la complessità del momento attuale e non lo voglio rinnegare ma semplicemente mi piacerebbe riuscire a stimolare la curiosità alle “colorazioni intermedie”.
 

Non ho una soluzione per cambiare questa tendenza al duale ma l’augurio è che le abilità di vita, del senso critico e del dubbio, possano ritornare a permeare il nostro quotidiano. Per permetterci di essere cittadini consapevoli e per consentirci la capacità di prendere decisioni migliori nel lavoro e nella vita quotidiana.

Ultimo aggiornamento: 11/06/2026 08:46