Il mondo sta attraversando, senza alcun dubbio, il periodo più violento dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Secondo le rilevazioni recenti degli osservatori più accreditati ci sono dai 56 ai 59 conflitti armati attivi a livello globale. Di questi ben 32 sono classificati come guerre ad alta intensità. Sono coinvolti direttamente o indirettamente 92 paesi che rappresentano quasi la metà delle nazioni mondiali.
Non bastasse vi sono 22 aree di crisi, cioè, che presentano tensioni tali da poter sfociare in scontri aperti. Impressionanti i numeri della popolazione coinvolta. Si parla di quasi la metà della popolazione mondiale che è interessata o minacciata da tensioni armate. Oltre un miliardo di persone sono esposte direttamente al conflitto, o vivono sotto il controllo totale o parziale di gruppi armati non controllati da istituzioni civili, o sono costrette a fuggire dalle proprie case a causa delle violenze. I conflitti più devastanti si trovano nel Sudan, in Ucraina, nel Medio Oriente, nel Sahel e in Africa Centrale.
La tendenza di questi conflitti è quella di provocare il collasso economico e finanziario attraverso un'inflazione galoppante e shock negli approvvigionamenti energetici e alimentari mondiali. Ne abbiamo esempi lampanti in questi giorni. Inoltre, le città devastate e i territori contaminati da mine o scorie chimiche compromettono la salute pubblica e fanno crollare l'aspettativa di vita. In questo panorama, di distruzione materiale e sradicamento di milioni di profughi, si alterano profondamente gli equilibri politici. Queste alterazioni favoriscono la nascita di nazionalismi economici e movimenti radicali che, se non vengono gestiti attraverso una solida diplomazia e una complessa rielaborazione dell'identità collettiva, rischiano di trasformare la memoria divisa dei popoli nella miccia che può innescare futuri e tragici conflitti. Una sorta di gatto che si morde la coda.
C’è inoltre da notare come gli strascichi di un conflitto non si esauriscano affatto con il cessate il fuoco. Continuano a ramificarsi per decenni in ogni sfera della vita umana e sociale, agendo come un ricordo emotivo. Nella quale emotività l'odio distrugge mentre, probabilmente, le risorse affettive e l’istinto di sopravvivenza trovano ragione nel autoproteggersi dal crollo psicologico. A livello individuale e comunitario, la guerra lascia traumi invisibili profondi e frammentazione sociale che, disumanizzando l'avversario e alimentando il rancore, travalicano le generazioni. Ciò complica la riconciliazione tra i popoli combattenti, spesso divisi tra il desiderio di giustizia o vendetta e la necessità della pace.
A fronte di tutto questo ragionamento viene da chiedersi se il sentimento dominante nel futuro dell’umanità sarà l’odio e il risentimento o se la popolazione mondiale riuscirà, non saprei come, a trovare una soluzione ai propri dissapori vivendo finalmente in pace e reciproco rispetto.