Italia, Politica

Quando la memoria (non) condivisa entra in cortocircuito. Auspicabile un tavolo di confronto.

di Franco Giuseppe Gobbato

Abbiamo assistito ad una serie di eventi poco edificanti legati ai festeggiamenti del 25 aprile: dal rifiuto di far entrare nel corteo chi portava la bandiera Ucraina, agli insulti alla Brigata ebraica con la vergognosa frase “siete solo saponette mancate”, alla foto cartonata del Ministro Piantedosi a testa in giù, rievocazione di una delle scene più oscene e deleterie della nostra storia, agli spari contro manifestanti dell’Anpi, alla bandiera dell’ex Jugoslavia sventolata a Trieste e a Lusevera, alla contestazione ai manifestanti di Forza Italia apostrofati come “Fascisti”.
 

Qualcosa non funziona ad iniziare dalla Memoria storica. La memoria è per definizione “il fatto di ricordare, l’atto e il modo con cui la mente ritiene e rievoca non in generale, ma singole e determinate immagini, nozioni, persone, avvenimenti” o meglio ancora “la capacità della mente di conservare e richiamare alla coscienza elementi ed esperienze del passato”.

Già dalla sua definizione si comprende che, per la complessità degli eventi storici, in particolare che riguardano la data oggetto della nostra disquisizione, la memoria non può essere condivisa. E questo concetto è sostenuto anche da storici di chiara fama come Walter Barberis e Alessandro Barbero.

È anche di facile spiegazione. La memoria è soggettiva cioè appartiene al singolo o a un gruppo specifico ed è legata alle emozioni, al proprio vissuto e ovviamente al trauma. A differenza della storia che è oggettiva cioè, essendo una disciplina scientifica, si basa su documenti, prove e spirito critico per ricostruire i fatti in modo verificabile. Quindi non la memoria ma la storia dovrebbe essere condivisa e condivisibile.
 

Di qui un grande lavoro che proprio gli storici dovrebbero fare per trovare la quadra e riuscire a far convivere anime che, pur condividendo un fine comune, hanno memorie in apparenza inconciliabili.
 

Mi spingo oltre e cioè a quello che ritengo, passati più di ottant’anni, sia necessario trovare: una riconciliazione fra le parti opposte della guerra civile che sconvolse l’Italia. Ancora una volta non è la memoria, a maggior ragione non condivisibile, ma gli eventi storici, nel loro susseguirsi, che possono trovare un punto di convergenza e accettazione. Se è innegabile la distinzione fra i piani di chi scelse la libertà e chi scelse la dittatura, lo è altrettanto il fatto che nel dopoguerra tutti concorsero per lo stesso fine e cioè il raggiungimento di una sicura e duratura democrazia. La memoria collettiva cioè il riconoscimento che certi fatti sono accaduti, pur se non condivisa, cioè pur non provando gli stessi sentimenti verso di essi, non nega la possibilità di poter gioire, tutti insieme, in un momento comune, un fine inequivocabilmente oggi unitario.
 

Personalmente sono convinto che Il fascismo come regime storico è finito e non ha basi per tornare come sistema di governo, nonostante persistano sacche di nostalgismo che non mancano in entrambi gli schieramenti avversi. Siamo ormai una generazione che ama la libertà e la democrazia nella quale abbiamo vissuto e viviamo e aborriamo ogni forma di dittatura. È antistorico pensare che in Italia ci sia qualcuno che possa pensare di sottomettere il popolo con un’ideologia totalitaria.
 

Detto questo auspico un grande tavolo di lavoro che riunisca tutte le anime, prima di tutto della resistenza, e poi anche, con uno sforzo dettato da una analisi storica seria e dall’evoluzione attuale della società, delle parti oggi ritenute avverse, per trovare una convergenza e far sì che veramente il 25 aprile possa essere festa di tutti gli italiani imbandierata del nostro solo tricolore.

Ultimo aggiornamento: 10/07/2026 17:52