Friuli V.G.

Un coinvolgente viaggio esperienziale approfondendo la conoscenza di “Jesernich”

di Monia Andri

Itinerario del sacro, fano e profano. Un coinvolgente viaggio esperienziale approfondendo la conoscenza di “Jesernich”. Da evocativi archetipi di misteri ad una inafferrabile alterità della Storia

“Un giorno la saggia Regina del Bosco donò il sacro filo della sapienza ad una lungimirante viandante. La memoria iniziò a sgorgare, la storia a documentare e il moderno lettore a fantasticare.”

Una sfumatura certamente fiabesca per incuriosire i nostri lettori; un invito ad esplorare insieme verità nascoste di questo minuscolo insediamento leggendario.

Verso terre mistiche. Il nostro itinerario rompe i confini dello spazio e del tempo per spingersi là dove la lingua, la cultura e la storia si fanno atavici e si fondono con la mitologia; dove il mondo visibile convive con l’ignoto.

In tale contesto, la ricerca intende svelare l’anima profonda del territorio, custodendone la memoria e celebrando l’identità della comunità che lo vive.

Lo scopo è dunque risvegliare l’antico fascino sospeso di atmosfere remote, fondendo la polvere degli archivi con la bellezza selvaggia e immemore del paesaggio, per trasformare questa esegesi in un viaggio vivo che sappia far innamorare storici, cultori e menti curiose del lato sensibile e pulsante delle nostre radici.

Il borgo medievale fantasma, fra Storia, microstoria e mitologia

Si partirà in carrozza, dalle scuderie di 101. Sarà un “Raggio di sole” fra le nebbie dei cuori e dei misteri. Lungo il tragitto ascolteremo frammenti di memorie, accennate, ancora rispettate e comunque tramandate. Incontreremo personalità carismatiche ma anche eccentriche essenze; voci libere che hanno spezzato le catene della ragione per farsi scrigno di verità altre. Tuttora sfuggenti come i luoghi che li hanno ospitate.

Dietro a quel mondo imperituro si potrebbe nascondere il segreto di antiche conoscenze, un sussulto di autentica forza ineffabile che sfugge alla logica comune.

Dell’antica “Jesernich” permane una labile impronta nella toponomastica, Via Isernicco. Viene localizzata a Flambruzzo di Rivignano Teor, in Friuli Venezia Giulia. È un prezioso gioiello incastonato nel Parco Comunale dello Stella.

Un antico crocevia di persone e culture dunque battuto da viandanti di ogni provenienza, in cui si confondono destini diversi, avvolto da leggende di “striis e striaments”, o meglio di streghe e stregonerie.

Incontriamo il nostro savio 101 direttamente alle scuderie. Sporge il suo fiero muso oltre l’impannata di legno dello stallo, scrutando la corte del borgo. Attende un dono. A questo maculato Norico, offriamo le prelibatezze estive, delle genuine zucchine. E già si respira magia.

Mentre il nobile destriero viene finemente bardato e poi attaccato alla mitica carrozza, ci sediamo sull’ansa dello Stella rileggendo la storia e predisponendoci a raccogliere le prime narrazioni.

Alla ricerca del “Cursu Isernicum Caesaris Castrum adlabitur”

In “I “fantasmi “ dello Stella” di Bini, si legge che “lo storico udinese Enrico Palladio degli Olivi (1580-1659) illustrando lo Stella scrisse: “Cursu Isernicum Caesaris Castrum adlabitur”, il fiume scorre vicino ad Isernico fortezza o castello di Cesare.”

E si continua “il sito…deve essere stato o la Villa Codroipo Rota Badoglio o l’abitato noto come il Bosco… ”. Questa difficoltà di contestualizzazione nonché l’attribuzione effettivamente a Cesare ha dato adito ad una vera “emergenza archeologica…”. Il ritrovamento di una “fibula dorata dell’abbigliamento militare” suggerisce che si trattasse di un avamposto militare, giustificando così il nome storico di “Caesaris Castrum”.

In merito a quanto espresso, “viene menzionato anche nel Nuovo Pirona 1992 … un castello distrutto presso Flambruzzo.” La curiosità viene alimentata se si tiene presente anche il fenomeno delle località ormai fantasma, Castelluto. Lo studio è in continuo divenire.

La storiografia ufficiale documenta l’esistenza del Castello di Flambruzzo, già Castrum, nell’ambito di Villa Codroipo Badoglio Rota

A integrazione di quanto emerso, si inserisce questa propria suggestione filosofica; i rilievi ravvisati nella scomparsa località di “Isernico” (individuata dal Bini, fra le località Bosco e Zarnicco), potrebbero appartenere al medesimo contesto difensivo o indicare la presenza di un complesso strutturale più articolato.

Nelle varie antiche mappe e documentazione visionate, “Jesernich” ha un retroscena singolare; a volte è inglobata a Flambruzzo, a volte è separata, o spesso scompare per poi riemergere sotto sottili differenti denominazioni toponomastiche. Alcuni approcci esemplificativi, sempre proseguendo la lettura per “Prampero, … Isernico sarebbe apparso già… nel 1257 … , secondo una nota del Nicoletti, nella forma di Jesernich”. Nel manoscritto “Aquileia” del 1261 viene citato solo “Villa Flambri de subtus”, Flambruzzo. Anche Flambruzzo presenta dei rebus storici, a volte è fagocitato direttamente da Flambro. Ma l’attenzione è tuttavia rivolta nello specifico a “Jesernich”. E poi abbiamo nel 1548 “… Iesernich castello sotto Codroijpi, et regij…” e ulteriori evidenze. A seconda dell’epoca e in base al succedersi di antiche importanti famiglie, la zona viene registrata in modo discontinuo e alternato.

Fra il materiale studiato, un disegno che ha saputo particolarmente incuriosire la scrivente, già incrociato in passato, che solo ora si rivela sotto una luce del tutto nuova svelando il suo vero significato, è la mappa agrimensoria datata “1757” in “Jesernico”. Una rappresentazione cartografica che raffigura i possedimenti terrieri e i confini contesi e/o condivisi tra i Conti di Codroipo e la nobile famiglia degli Attems.

In “Legenda” si notano diversi preziosi particolari. La lettera “X” descrive il “Palazo o ` sia Casa Dominicale”. Al numero (5) si scorge il “Sitto del Casteletto.” Senz’altro una struttura fortificata. Mentre la “&” attesta la presenza di una “Toraza antichissima”. La “Toraza” potrebbe essere stata una torre di avvistamento, di difesa, di rifugio o di controllo del transito delle merci. L’aggettivo potrebbe anche suggerire un castello di epoca precedente, forse, in parte, andato perduto. Una sfumatura. Le lettere “Q et R” corrispondono alle “terre … ridotte in coltura dal sig. Co. Cobenzl”, inserendo così “Jesernich” al centro delle dinamiche geopolitiche internazionali.

Viste le tracce di antiche strutture fortificate, viene da chiedersi, come semplice intuizione, se uno di questi fosse il leggendario “Castrum” di Cesare e se non fossimo allora effettivamente in presenza di una rete di castelli fluviali dalla sorgente alla foce.

Si desidera avvolgere il racconto del complesso di fortificazioni fluviali nel fascino suggestivo dell’Anaxum, una umile e ponderata chiave di lettura che semplicemente desidera celebrare l’antichissima e documentata vitalità dell’intero sito.

Per uno spaccato culturale su “Isernico” si demanda alle antecedenti disamine corredate di relativa bibliografia, disponibili in https://www.ilpiave.it/jesernich-un-minuscolo-villaggio-sullo-scacchiere internazionale.php e in https://www.ilpiave.it/jesernich-e-il-sigillo-del-friuli-la-geometria-dellarmonia.php,16.08.2026. Per il disegno agrimensore, si consiglia, Novembre 1757 – Mappa del territorio di Jesernico (Archivio Storico Provinciale di Gorizia, Atti degli Stati Provinciali, 325/18). Per l’inventario dei possedimenti Cobenzl, si fa riferimento a, Le comte Charles Jean Philippe de Cobenzl, ministre plénipotentiaire des Pays-Bas autrichiens, https://collections.heritage.brussels/fr/objects/51286, 19.08.2026.

L’eco di una Chiesetta scomparsa

All’interno di questo orizzonte concettuale, teso al dialogo tra la dimensione del sacro e quella del profano, si desidera riprendere anche le evidenze esplicitate ancora nel antecedente contributo in ““Jesernich”, un minuscolo villaggio sullo scacchiere internazionale”.

L’appassionato di storia locale Cristian Bernardi, che studia da sempre “Jesernich”, ci conferma dunque un dato che avevamo preso in considerazione; “il borgo medievale ospitava strutture religiose.” Segnatamente dal certosino disegno agrimensorio di Giacomo Braciere relativo alla “Villa di Vircho”, del 1606, nell’area di nostro interesse, in “Vila di Iesernich”, abbiamo potuto osservare un edificio con una Croce all’apice. Non solo ma anche notato che una parte della copertura dell’adiacente struttura è rovinata.

Nella visita pastorale del 4 maggio 1759 , l’Arcivescovo di Gorizia, conte Carlo Maria d’Attems la citò in questo modo “ecclesia filialis Sanctae Mariae subiecta parochiae Flambruci et male provisa”.

“A stimolar cultural pensieri” attraverso ulteriori approfondimenti, scaturiti dall’attenta osservazione di quella particolare copertura sulla struttura religiosa danneggiata, dagli incartamenti analizzati e dal confronto di altre antiche e moderne mappe si potrebbe supporre “una fattibile collocazione della Chiesetta proprio nelle pertinenze del borgo medievale.”

Questa è una cauta lettura storica e ambientale che meriterebbe di essere approfondita da future indagini accademiche.

Sulla Chiesetta scomparsa, si consulti, https://www.ilpiave.it/jesernich-un-minuscolo-villaggio-sullo-scacchiere-internazionale.php, 07.09.2026. Specificatamente in “Flambruzzo Jesernico Sivigliano, Note Storiche pubblicate dal Conte G. di Codroipo per la circostanza in cui il Rev.o Don Pietro D’Ambrosio entra al governo spirituale della Parrocchia”, Flambruzzo, Arturo Rosso, 14 ottobre 1901, Curia di Udine, 25 settembre 1901, Canc. Egiziano Pugnetti Provic. Arc. pp. 26-35.

“Jesernich”. Protagonista de “Il Sigillo del Friuli”

Come si è avuto modo di descrivere in “Jesernich” e il Sigillo del Friuli. La Geometria dell’Armonia.” il nostro esploratore cartografico ha sperimentato un preciso tracciato fra i “poli sacri” del Friuli (la quondam struttura religiosa di “Jesernich” - la Basilica di Aquileia - il Duomo di Cividale e la Chiesa di Marano Lagunare) muovendo dall’allora Chiesetta locale. Il percorso si articola fino a comporre una perfetta geometria piramidale.

La sinergia fra le “equidistanze equilibrate” dei nodi identitari rimanderebbe alla numerologia antica. A posteriori sembrerebbe emergere un’alchimia segreta che avrebbe permesso a questo luogo di trascendere la propria geografia, la propria natura per farsi Storia, trasformando l’istante vissuto in un’eredità universale.

In attesa di dare il giusto rigore scientifico da parte di menti sensibili anche a questa ricerca svolta, accogliamo ora con particolare ricettività i racconti e le leggende che Bernardi ci farà scoprire.

Per “Il Sigillo del Friuli”, vedasi in, https://www.ilpiave.it/jesernich-e-il-sigillo-del-friuli-la-geometria-dellarmonia.php, 07.09.2026.

Ultime testimoni del minuscolo borgo medievale. La “Signora Regina”, custode della leggenda del tesoro maledetto di Attila. La Medium Angelina, danzatrice sul filo dell’ipnosi.

La “Signora Regina”, saggia e caparbia, è stata premurosa depositaria di una suggestiva leggenda

Ecco il racconto orale, “Alla fine del secolo V, ci fu l’invasione degli Unni che devastarono e distrussero la gran parte della campagna Friulana. Il loro condottiero Attila, fu gravemente ferito, per salvarsi e curarsi si isolò nella località in cui ci troviamo, “Jesernich”. All’inizio del secolo scorso dei contadini lavorando la campagna, nei “Prats di Albìn”, riportarono alla luce un tesoro dimenticato. Nell’aratro si incastrarono delle anfore piene di monete d’oro. Le anfore erano state occultate dai Romani durante le invasioni barbariche, per evitare i saccheggi da questi invasori esterni. I contadini lo nascosero poi nel bosco. Rincasati festeggiarono fino all’alba. Ma quando il giorno dopo ritornarono, per riprendere il bottino, non lo trovarono più. Qualche contrabbandiere o qualche cacciatore intravide il tutto e di notte andò a rubare il tesoro. Forse, in realtà, i contadini stessi lo nascosero in seguito sotto l’elemento che la “Signora Regina” curò e protesse con tanto amore e dedizione. E come giustamente tramanda l’antica saggezza popolare, “chiunque avesse osato rimuoverlo sarebbe stato maledetto e questo atto sconsiderato avrebbe fatto crollare tutti i casolari di “Isernico””. Ancor oggi si mormora di quel arcano d’oro, sepolto nel segreto e protetto da quella pietra primordiale, che nessuno ha mai osato violare.”

Angelina Paron

Angelina, “Lina”, Paron, come da sitografia ufficiale venne definita “una medium” che “danza dormendo sul filo dell’ipnosi”.

Passò l’infanzia nel casolare. Sposò l’impresario Guido Torre Gherson intrecciando casualmente così la sua vita con quella del drammaturgo Pirandello. Una importante rivista di divulgazione scientifica nel lontano 1958, “Scienza e Vita” la immortalava così, “Uno sconcertante caso di estasi magnetica. Danza dormendo sul filo dell’ipnosi”. E ancora, “E’ una giovane medium…”, una danzatrice estatica. Specificando che “Le danze surrealiste della signorina Paron sono il risultato di lunghi anni di pratiche ipnotiche”. Una particolarità; ballava scalza.

Personaggio pubblico, di lei sappiamo molto. Nel “1917 nasce a Flambruzzo nel “casolare dell’Isernico”, nel 1938 si trasferisce a Roma. Incontrerà personalità di spicco dell’epoca fra cui il futuro marito Gherson, impresario teatrale di Pirandello. Rientrata in Friuli ritorna alle sue origini, vive fra Varmo e poi di nuovo a Rivignano. Muore nel 2000 e viene sepolta nel cimitero di Flambruzzo. Su questa danza estatica, terminiamo con le parole dei personaggi del libro di Giuseppe Paron; “Lehn” , diceva che “sembrava di percorrere l’universo sulla Giostra Del Sole” mentre “Monsieur Guy” commentava, “Sono certo però che esista un’energia dell’extrasensorialità”.

Nell’ambito del borgo medievale, una parte dell’antico caseggiato presenta attualmente una destinazione d’uso agrituristica, inoltre ospita le attività ricreative dello Scacchi Club Rivignano.

Per l’aspetto leggendario di “Jesernich”, il lettore potrà utilmente accostarsi alle pagine del romanzo storico di GIUSEPPE PARON con GIORGIO VALENTINUZZI, La giostra del sole, i Contemporanei, Talmassons, Udine, Litografia Ponte, 2006. Diverse altre fonti esaminate su Angelina Paron: https://prezi.com/z5lhjihzcgzu/ipnosi-chi-era-lina-paron/, 18.08.2026, poi Eva Comuzzi, Alchimia, Simboli, Femminino Conversazioni D’Arte e Gite di Primavera, Le donne dello Stella: Maria Alessandrina e le donne di Palazzolo dello Stella, Angelina Paron a Flambruzzo e Lucina Savorgnan a Villa Ottelio ad Ariis, in https://www.onartsrl.it/wp content/uploads/2019/02/SIMBOLOGIA_ALCHIMIA-ARTE.pdf, 08.08.2026.

Le antiche anfore nell’Anaxum

Questo racconto invece, parte da una avventura all’imbrunire in estate di quattro giovinastri, che decisero di scendere lungo lo Stella da Sterpo su di una piccola umile imbarcazione di legno con l’ausilio dello “Sbordon” verso “Jesernich”.

Uno di loro, un contrabbandiere, s’era incuriosito molto di come si stesse sviluppando una metodologia di affinazione del vino con anfore poste sotto terra o in mare; l’aveva sentito raccontare da un vecchio mercante proveniente da molto lontano. E volle sperimentare la stessa tecnica ma nel microclima ideale delle acque di risorgiva.

E a questo punto i quattro amici di estrazione sociale diversa e con passioni diverse si sarebbero cimentati nell’ardua impresa. Del buon vino venne disposto in anfore fatte tradizionalmente a mano e sigillate con preziosi tappi di sughero cosparsi generosamente di cera d’api liquida mista a resina di pino. Questa chiusura ermetica era riservata a prodotti preziosissimi, come i medicinali degli speziali, i profumi, gli inchiostri dei monaci amanuensi o i vini liquorosi destinati alle tavole dei Re.

Il protagonista, ci teneva particolarmente a scendere in barca quella sera. A Sterpo furono caricate delle anfore piene di vino. Iniziarono a scendere il fiume. Con il tipico “Sbordon”, una apposita pertica, riuscirono a destreggiarsi in alcuni punti difficoltosi. Intravidero una coppia di cigni con i piccoli; quest’ultimi erano alquanto stupiti dell’insolita intrusione. Ancora dei timidi riflessi del sole… Durante la navigazione l’equipaggio dovette affrontare una violenta tempesta. Improvvisamente fra anse che si aprivano e si chiudevano andarono ad impattare su qualcosa di inaspettato.

La prua si era proprio incastrata…su elementi probabilmente antichi, … forse di un castello perduto? Reperti preziosi? O semplicemente un fondale insidioso o un pericoloso tronco d’albero inchinato davanti all’indomita potenza della natura? Ci fu una concitata discussione. A causa di una falla poi lo scafo iniziò ad imbarcare acqua e il mezzo continuava ad affondare. Avevano dei vini pregiati da sistemare in fondo al fiume… Infine gli audaci personaggi, in bilico tra il pericolo accorso, la gestione del loro pregiato carico, la curiosità sull’incaglio, riuscirono a liberare la barca e…” E “non è dato sapere se il loro intento sia riuscito o meno o se le anfore siano andate disperse nel trambusto lungo il corso d’acqua…”

Se si assecondasse la leggenda, “nel fiume sarebbero rimaste queste anfore di un vino secolare, là sul fondale, da moltissimi anni. Nessuno le avrebbe mai più toccate. Sarebbero qualcosa di unicum con un microclima del protostorico che ancora le conserverebbe”.

E su che cosa effettivamente avesse impedito la navigazione sullo Stella quella notte a questi avventurosi eroi … rimane tutt’ora un segreto sigillato come le anfore di quell’epoca perduta.

La Festa delle Barche

Il fiume racconta, ancor oggi. Il tempo si ferma. C’è un momento, alla fine di agosto, in cui a Flambruzzo l’acqua del fiume torna a farsi specchio di storie antiche. È il tempo della “Festa delle Barche”, l’appuntamento in cui il battito del presente incontra il ritmo lento del passato. Salire a bordo delle tradizionali imbarcazioni a fondo piatto significa affidarsi allo “Sbordon”, quella pertica in legno, lunga e fiera, che da secoli accarezza i fondali e guida l’uomo tra le correnti.

Spingersi leggeri sull’acqua, metro dopo metro, lasciarsi cullare dalla corrente, riscoprire le proprie radici, diventa un viaggio dell’anima. Intorno, la natura si mostra in tutta la sua incontaminata e fragile bellezza; un quadro vivente che ci riempie gli occhi e il cuore. Non è solo un evento, è una promessa d’amore verso la nostra terra. Un ecosistema straordinario che abbiamo il dovere di proteggere, curare e custodire con rispetto, per poterlo consegnare intatto, come un tesoro prezioso, nelle mani delle nuove generazioni.

Tracce d’Argilla. Dal Borgo Medievale alle Fornaci Romane

Oltre la Storia e le storie, “Jesernich” è un libro a cielo aperto fatto di acqua, fuoco, aria e ancora di fango, e di pietre.

Ciascuna disciplina scientifica e accademica, ognuna per competenza, ha qui ancora l’opportunità di sfogliare una pagina diversa dello stesso volume, tuttora lungi dall’ essere terminato. E’ concesso contemplare fin da subito la copertina dall’alto, tradurre la grammatica del terreno. E’ una invocazione a riscoprire le parole e le tracce dimenticate tra le righe del tempo. Nelle note si cela la biodiversità. E quando alcune strutture sussurrano vicende, un frammento legnoso allude ad un fascetto di aghi di chissà quale relitto superstite, dei girini instillano speranza, un semplice sassolino, dono del fiume, evoca riflessi limonitici, nel momento in cui ancora, una monofora suggerisce l’archetipo visivo del Medioevo, mentre il profumo dei prati stabili diventa un patrimonio olfattivo inestimabile e un antico ponticello affiora dall’oscurità conservatrice di una vegetazione selvaggia; viversi questo luogo è emozione pura.

La carrozza è pronta. Una carezza a 101. Si parte. Oltrepassiamo l’atavico incrocio. In “101. “Il Raggio di sole” dalla Regina del Bosco ci porta a far luce su un affascinante cippo nei pressi di un incrocio protostorico” l’analisi di tale snodo strategico ha rilevato la sua cruciale importanza anche per le dinamiche insediative successive.

Sarà un’altalena perpetua tra secoli antichi e presente, fra luoghi reali, fantastici e mitici; un viaggio senza tregua nella memoria del mondo

In “Jesernich”. Un minuscolo villaggio sullo scacchiere internazionale” evidenziando le peculiarità delle fornaci, è emerso come la convergenza tra vie di comunicazione e risorse fluviali, nonché argillose, abbia rappresentato il fulcro del sito, determinandone l’origine e una significativa espansione economica.

Le fornaci romane di Flambruzzo sono dunque un antico sito produttivo di ceramica e laterizi. L’impianto si inserisce nel sistema economico e nella zona d’influenza dell’antica Aquileia. Vicino al fiume Stella, l’area era caratterizzata da una fitta rete di centuriazione romana. I manufatti in ceramica e i materiali da costruzione laterizi erano utili sia alle comunità locali sia alle rotte commerciali internazionali. Proprio gli scavi e le ricognizioni di superficie nel territorio hanno restituito frammenti fittili, tegole e anfore che testimoniano la spiccata vocazione “industriale” della zona.

In particolare le Fornaci del “Zarnic” vengono localizzate nell’ambito delle “Risorgive dello Stella” nel contesto del “Biotopo Naturale di Zarnicco”. L’area ospita proprio i resti di un’antica fornace romana del I secolo a.C.

La storia del sito unisce dunque un antico passato produttivo di epoca romana alla salvaguardia naturalistica di un ecosistema unico

Come leggiamo dalla “Relazione biotopo Risorgive Zarnicco” si desume che “La serie di cavità sorgentifere in località Zarnicco costituisce infatti l’episodio di maggiori proporzioni esistente attualmente nel territorio regionale e presenta un indubbio interesse paesaggistico oltre che scientifico.”

L’aurea della vecchia fornace fa da cornice all’attuale attività agrituristica. E con il progetto “SCOPRENDO NATURALMENTE”, l’azienda agricola inserita, nell’elenco Regionale delle Fattorie Didattiche, propone una serie di percorsi naturalistici rivolti alle scuole, ad associazioni e gruppi di adulti. Questi itinerari finalizzati alla visita e alla conoscenza delle caratteristiche ambientali del territorio e dei suoi valori paesaggistici e storici, concretizzano sia le potenzialità didattiche sia educative che tali luoghi possono offrire.

E ora ci dirigiamo a nord; in linea d’aria fra Sivigliano, Sterpo e Flambro. Lasciamo l’asfalto per una stradina “bianca” di campagna. Complice una bella giornata soleggiata estiva, il coinvolgimento è totalizzante.

Sull’importanza strategica di “Jesernich” rinviamo a https://www.ilpiave.it/101-il-raggio-di-sole.php e https://www.ilpiave.it/un-raggio-di-sole-a-isernico-101.php, 16.08.2026. In merito alle fornaci, il testo si correda della seguente bibliografia: https://www.ilpiave.it/jesernich-un-minuscolo-villaggio-sullo-scacchiereinternazionale.php, 16.08.2026, https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambienteterritorio/tutelaambientegestionerisorsenaturali/FOGLIA214/FOGLIA14/allegati/14_Relazione_scientifica_1997.pdf, 16.08.2026, https://www.regione.fvg.it/rafvg/cms/RAFVG/ambiente-territorio/tutela-ambiente-gestione risorse-naturali/FOGLIA214/FOGLIA14/articolo.html, 16.08.2026, Elab.27_Schede_aree_rischio_potenziale_archeologico_yLl7QLw.pdf,16.08.2026. PAOLA MAGGI, Presenze romane nel territorio del Medio Friuli. 8. Rivignano, Tavagnacco, Arti grafiche friulane, 2001. p. 25, p. 28 e p. 36.

Dall’archeologia alla contemporaneità

Sullo sterrato verso l’avanguardistico impianto fornacale, la memoria va ad un importante ritrovamento nell’area denominata il “Bosco”.

In “101. “Il Raggio di sole” dalla Regina del Bosco ci porta a far luce su un affascinante cippo nei pressi di un incrocio protostorico.”, si è ripercorsa anche la dinamica del recupero. Si tratta infatti di un rinvenimento di “un’ascia litica sostanzialmente inedita databile ad età neo-eneolitica”.

Testimonia una presenza umana molto antica. Dimostra che l’area era frequentata o abitata già nella preistoria e migliaia di anni prima dell’insediamento romano documentato in superficie. Conferma come determinati contesti geografici come la vicinanza a corsi d’acqua e le peculiari risorse naturali, siano rimasti strategici per l’uomo attraverso i millenni. Sorprendente percepire il Neolitico, mentre percorriamo lo stesso sentiero dei suoi antichi viandanti. Si prosegue. Ecco la Fornace.

Per i riferimenti bibliografici, la tematica è approfondita in https://www.ilpiave.it/101-il-raggio-di-sole.php, 16.08.2026.

La “Fornace Anzil”

Denominata anche “fornace di Sivigliano” è localizzata oggi geograficamente e amministrativamente nella località di Flambruzzo. Non potevamo non scriverne.

All’epoca di proprietà dei fratelli Anzil, la sua specializzazione produttiva era mirata alla produzione di mattoni, tegole e nell’ambito del settore produttivo, laterizi. Si trattava di una fornace a fuoco continuo sistema Hoffmann. Era situata in Via Bosco. Si trattava di un impianto altamente tecnologico di lavorazione meccanica dell’argilla. I processi lavorativi erano meccanizzati. La fornace fu costruita nel 1901. In seguito l’edifico modificato è stato trasformato anche in un capannone ad uso industriale.

Continuando la conoscenza in “Luoghi, architetture e imprenditori. Fornaci “a fuoco continuo” in Friuli” si apprende che la fornace “[nel corrente 1903] sorpasserà di certo i due milioni e mezzo” di pezzi.” Si attesta che “L’opificio si serviva di vagoncini Deucaville che agevolavano il trasporto della materia da lavorare e il prodotto già confezionato”. Nel bosco attiguo, zona “Palûs dal Privilegio”, è ancora visibile qualche accenno del percorso.

Fu protagonista all’Esposizione Regionale di Udine proprio del 1903. Si trattò di una grandiosa rassegna dedicata al settore. L’evento fotografava il decollo economico friulano. Per il suo glorioso prestigio viene catalogata come sito di archeologia industriale dall’ ERPAC FVG.

La fornace vive alterne fortune. La svolta avviene il 18 ottobre 2017. Una nuova visione privata rileva il sito industriale dismesso, avviando il restauro ecologico della “Casa Madre”. Il sito viene riconvertito, per dare vita a una comunità intenzionale ecologica. Nel 2018 nasce l'Associazione di Promozione Sociale, “Progetto Gaia Terra”.

Partendo da https://www.ilpiave.it/jesernich-un-minuscolo-villaggio-sullo-scacchiere-internazionale.php, 16.08.2026, ecco le altre fonti consultate: https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/archeologia-industriale/?s_id=764859, 14.08.2026. VALENTINA PICCINNO, Luoghi, architetture e imprenditori: fornaci a “fuoco continuo” in Friuli, 1866-1920, Il Campo, Udine, 2001, pp. 313-315. COMUNE DI RIVIGNANO TEOR, Rivignano Teor. Fotografie di storia e di vite vissute, Tipografia Menini, Spilimbergo, 2022.

Toponomastica antica, suggestione moderna

La Tomba Tor.

Lasciata la fornace, la carrozza avanza lenta, silenziosa mentre ci dirigiamo sommessamente verso quei luoghi sacri e misteriosi.

Nel contestualizzare la località sulla mappa “Innerösterreich (1784–1785) - Josephinische Landesaufnahme”, lo sguardo si era perso tra i vecchi confini finché non si è posato su un dettaglio magnetico, una toponomastica arcana; la Tomba Tor. Siamo sopra Flambruzzo a n/e rispetto “Jesernico”.

Il sito, evidenziato cartograficamente in modo univoco, merita ulteriori indagini archeologiche, ipotizzandosi come una realtà monumentale risalente al III o II millennio a.C. (Antica Età del Bronzo). O avanti Protostorica-Celtica (I millennio a.C.). E qui l’indagine si salda ai “Siti protostorici” friulani. Chiuderebbe il cerchio fra Codroipo e Castions di Strada. Oppure ad una Romana (I a.C. - V d.C.), potrebbe essere la tesi più avvalorata, viste le numerose presenze appunto romane rinvenute in loco e le più studiate. Potrebbe riferirsi ad una traccia Longobarda e Alto-Medievale (VI - VIII d.C.). In “Patrimonio culturale Regione FVG. 18. Rivignano” si sottolinea che il rinvenimento di reperti lungo lo Stella “… consente di stabilire che già alla fine del VI secolo e durante la prima metà del VII una popolazione longobarda e guerriera si era stabilita nella zona.”

Potrebbe essere il sepolcro di un valoroso condottiero proveniente dalle numerose invasioni che il Friuli ha subito nei secoli, tematica affrontata in “Sulla via delle incursioni. Barbari, Ungheri e Turchi verso Codroipo”. Si potrebbe identificare come la Tomba di un esponente di spicco di un qualche insediamento slavo in linea con gli studi in “ Gli idronimi come indizi di presenze slave in un’area della bassa friulana”. O risultare una semplice struttura “a motta” medievale. D’altronde, come desumibile da “Presenze Romane”, l’esame dei reperti archeologici consente di ricostruire l’articolata struttura sociale della comunità, riflessa chiaramente nell’architettura funeraria. La posizione del sito potrebbe essere correlata al successivo argomento.

La rarità della toponomastica concernente la “Tomba Tor” nei documenti cartografici rende il luogo una potenziale area di notevole interesse storico

L’evoluzione del dibattito storiografico è ampliamente affrontato nella seguente letteratura, https://www.protostoriainfriuli.it/isitiprotostorici/, 08.08.2026 https://www.archeocartafvg.it/schede/, 08.08.2026 con https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/wpcontent/uploads/2023/05/18_Rivignano.pdf, 08.08.2026, https://www.regione.fvg.it/rafvg/export/sites/default/RAFVG/ambienteterritorio/pianificazionegestioneterritorio/FOGLIA21/allegati/BUR/23_SO13_1_DPR_60_4_ALL3.pdf, 08.08.2026, https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/sito-archeologico/?s_id=548678, 08.08.2026. ROBERTO TIRELLI Sulla via delle incursioni. Barbari, Ungheri e Turchi verso Codroipo in https://share.google/95ZdDXnsDddnduptt, 08.08.2026. PAOLA MAGGI, Presenze romane nel territorio del medio Friuli. 8. Rivignano, Tavagnacco, Arti grafiche friulane, 2001. p. 25, p. 28 e p. 36, Cartografia indicata: www.arcanum.com – atlante digitale di mappe storiche (Rilievo Josephino 1784–1785), 22.08.2026

La Via della Processione

Raggiunto l’apice del nord-est, invertiamo la rotta. Inizia la discesa.

L’esistenza della “Via della processione” è ancora conservata nei ricordi dei nonni del luogo, raccolti anche dai nostri appassionati di storia locale. Le rogazioni, ad esempio, in Friuli, sono antiche processioni primaverili, per propiziare i raccolti. La rimembranza della “Via della processione” si è trasformata oggi in una forma di reverenza culturale e spirituale verso il territorio.

In “Presenze Romane” nell’ambito delle “Testimonianze toponomastiche nel territorio settentrionale… si ergeva La Mutare Da Le Prupission. A nord-est delle Fornaci Anzil”. La località il Bosco viene correlata alla zona. In quest’area “il tumulo è da relazionarsi a un percorso di tipo rogazionale (prupission – processione)”.

È sincretico come la nota attesti che “Molti riti cristiani poggiano su precedenti tradizioni pagane”

Sull’aspetto archeologico, citiamo PAOLA MAGGI, Presenze romane nel territorio del medio Friuli. 8. Rivignano, Tavagnacco, Arti grafiche friulane, 2001, p. 25, p. 28 e p. 36. Sulla tradizione devozionale locale, si veda l’apporto della “scrittrice contadina”, ANITA SALVADOR, in, Flôrs de nestre spiritualitât. Religiosità popolare, Corvino Edizioni, Fagagna, 2015.

Il Bosco Processione. Dal Sentiero Devozionale al Tempio Naturale

Il Bosco Processione è una tipica area boschiva planiziale, inserita in progetti di tutela e valorizzazione ambientale della zona umida e dei corridoi ecologici locali. È interessata da interventi di recupero naturalistico come il progetto LIFE + STAR; “si tratta di un’area compatta posta a settentrione rispetto all’abitato di Flambruzzo.” Il nome del Bosco Processione rimanda all’etimologia latina “processio, -onis” di carattere religioso e liturgico, ovvero al corteo delle Rogazioni. Il recente progetto di riqualificazione ambientale ha ripristinato l’antico bosco umido originario, conservando questo esclusivo nome storico nella toponomastica locale.

Ad integrazione, ci affidiamo ai prossimi materiali, https://starterweb.artelaguna.it/wpcontent/uploads/2021/05/STARStampatovisitatori.pdf, e www.lifegoprofor-gp.eu, poi https://comune.rivignanoteor.ud.it/media/files/030188/attachment/P06_carta_attuazione_parco.ver02.rev00-compressed.pdf, 08.08.2026.

Il vigneto secolare

Riprendendo la direttrice principale verso il villaggio medievale, lungo la stradina “bianca” contempliamo un antico vigneto. Per le sue originali peculiarità viene citato su pubblicazioni dedicate come, “La vite nella storia e nella cultura del Friuli” o “Le monografie di Civiltà del bere. Censimento delle Vecchie Vigne”. In “Un raggio di sole a Isernico, 101”, abbiamo voluto dedicare anche noi un ampio spazio a questo tema, celebrandolo con un articolo di approfondimento sulle nostre pagine. Un anno fa, tra i medesimi filari, iniziava il nostro viaggio esperienziale. Oggi, in tempo di nuova vendemmia, la storia segue il suo corso, legando la memoria delle vigne alla quotidianità della comunità.

A corredo di quanto scritto sul vigneto secolare, invitiamo alla consultazione del precedente articolo in, https://www.ilpiave.it/un-raggio-di-sole-a-isernico-101.php, 29.08.2026.

L’ANAXUM. Una Stella narrante

Nell’era della società liquida, riscoprire le origini, le leggende e le tradizioni di un territorio non è un semplice retaggio nostalgico. È un atto di resilienza culturale simbolico. Perché un popolo che dimentica le proprie radici, perde la bussola del proprio futuro.

Il passaggio da una lingua all’altra assume una valenza culturale e la transizione dal “pliniano” Anaxum all’attuale Stella o “Stele” incanta. Il fiume rappresentava la principale idrovia, con una storica rotonda fluviale, tra l’alta Pianura Friulana e la Laguna di Marano congiungendo il Nord-Est Europa alla via marina. Si inseriva fra la via del sale e dell’ambra. Fra le molteplici documentazioni che testimoniano la vivacità dell’argomento, abbiamo selezionato alcune fonti chiave a scopo esplicativo.

In epoca romana. Il fiume Stella era noto con l’idronimo Anaxum. L’erudito Plinio il Vecchio fissa il nome primigenio nella “Naturalis Historia”, scritta nel 77 d.C., “... flumina et portus Reatinum, Tiliaventum Maius Minusque, Anaxum, quo Varamus defluit ...” Il termine “Anaxum” farebbe riferimento a radici indoeuropee e viene interpretato da alcuni studiosi come “corso d'acqua torbido” o “senza luce”. In “Anaxum, un toponimo (o)scuro? Non troppo”, il concetto viene ripreso e implementato “la base che ha prodotto il toponimo “Anax” è “anaria” e ha significato di “palude” o genericamente contiene il concetto di “acqua”…” Altresì potrebbe sottendere una “introduzione indoeuropea… evoluzione mediata da una lingua celtica”.

Scegliendo l’antico nome, l’iniziativa scientifica “L’ANAXUM Project. Archeologie e storia di un paesaggio fluviale” dell’Università di Udine, onora oggi il passato per riscoprire le origini storiche di un mondo sommerso; un universo dimenticato ma non del tutto perduto, come testimoniano le evidenze straordinarie e le sensazionali scoperte già avvenute. “I risultati attesi, ai fini della valorizzazione, sono la realizzazione di un museo di archeologia fluviale … e di un parco ecostorico.”

La Transizione Medievale. L’ipotesi più accreditata lega il nome Stella alla conformazione a raggiera o “a stella” delle risorgive del Medio Friuli, dove molti piccoli rivoli convergono in un bacino imbrifero.

Il passaggio a Stella si colloca tra il XII e il XIII secolo, quando le parlate romanze, (con qualche traccia del friulano “Stele”), iniziano a sostituire ufficialmente in modo graduale la dizione classica nei documenti medievali e negli atti notarili della Bassa Friulana. Le prime attestazioni scritte dunque vanno ricercate fra i fondi archivistici del Friuli, in primis fra i Registri del Patriarcato di Aquileia. La presenza dell’idronimo legato ad attività produttive si fa esplicita e frequente nel XIV secolo. Una delle fonti più dirette e citate dagli storici locali è in effetti un atto notarile del 1377, nel quale viene registrata la compravendita e la concessione di un mulino situato “super flumine Stella in Rivignano” ovvero sul fiume Stella a Rivignano.

Negli scritti storici dedicati alla presenza del fiume Stella di Enrico Palladio degli Olivi, è la località “Isernico”, che viene menzionata all’interno della frase “Cursu Isernicum Caesaris Castrum adlabitur”, ovvero “nel suo corso [il fiume] lambisce Isernico, il castello di Cesare.”

Nel celebre dizionario enciclopedico e geografico “Thresor de la langue françoise” (Volume 2), del 1606, la designazione ufficiale registrata è “Tiliauentum minus Fori Iulij flumen. Stella.” o il “Tagliamento minore”, ovvero il fiume Stella del Friuli.

Realtà geopolitica e spirituale a confronto. Nel XIII secolo a Precenicco fu fondata una stazione dei Cavalieri Teutonici per offrire riparo e assistenza ai pellegrini in viaggio verso la Terrasanta. Come espressamente ricordato in “L’Ordine teutonico e le vie d’acqua nel Friuli medievale”, ecco che “Il piccolo borgo di Precenicco, ancorato sulle rive del fiume Stella e a pochi colpi di remo dal mare, era la sede ideale per un ordine monastico-cavalleresco…”

In “I COBENZL. Una famiglia europea tra politica, arte e diplomazia (1508-1823), si evince di fatto che “Heinrich [von Bobenhausen], gran maestro dell’Ordine Teutonico, concede Prisenico a Giovanni Cobenzl di Prosecco a titolo di feudo (Mengentheim, 1° aprile 1573), pergamena ivi, b. 247, f. 624, n. 6; «Copia. Thesauri Prioratus Pressenici cura et industria Domini Joannis [corretto su Jacobi] Cobentzel de Prosseck Prioris ibidem digesti. Anno MDLXXIIII»:”

Ricordiamo per di più che nell’inventario di Charles Jean Philippe de Cobenzl rientrano anche “Isernico”, Flambruzzo e Sivigliano.

Nel nostro caso, le attestazioni passate, dunque comprovano i Teutonici sullo Stella a Precenicco, lasciando a monte, un vuoto documentario. Tuttavia, la logica dei flussi renderebbe plausibile l’esistenza di un hospitale per i pellegrini o un avamposto o precettoria d’appoggio alla stessa rete teutonica.

Solo lo sguardo di nuovi investigatori del passato, capaci di scavare tra le pieghe del tempo con inedite metodologie d’indagine e visioni d’insieme, potrà eventualmente convertire questa personale prudente supposizione in una certezza scientificamente documentata.

La metamorfosi dell’idronimo. La bramosia di sapere segue la via del “per aspera ad astra” spronandoci, comparando diverse informazioni, a cercare di ricostruire i mutamenti diacronici. Sia le mappe presenti nell’opera “Isernico: ipotesi di localizzazione” sia quelle relative al “Catasto Giuseppino” ovvero “Josephinische Landesaufnahme Innerösterreich”, confermano generalmente oramai l’idronimo, Stella.

Una sottolineatura. Da un’ulteriore e meticolosa osservazione diretta del disegno agrimensore, datato “1757 in “Jesernico”, come da indicazioni in Legenda, emerge un dettaglio di particolare rilievo: il termine “Stella” viene citato ripetutamente e, nello specifico, in corrispondenza del numero 9, risulta chiaramente iscritto come il “Fiume Stela”. Siffatta evidenza, meritevole di nota, apre una nuova chiave di lettura sull’importanza delle sfumature linguistiche.

Da tale semplice comparazione fra mappe e documenti si conferma in aggiunta la mutazione del toponimo della località “Jesernich”, “Iserrnico” a “Zarnic”, con ancora altre evoluzioni. Si tratterebbe di uno slavismo, da “jezer”, che indicherebbe “lago” in riferimento alle estese polle di risorgiva.

In “Isernico: ipotesi di localizzazione” emerge di fatto che il toponimo “Isernico” ha una matrie slava (post I millennio o subito dopo le devastazioni degli Ungari) e Flambruzzo ha un’origine germanica (pre-slava). Un ulteriore tassello prezioso da approfondire in questo grande mosaico culturale.

Estesa la bibliografia di riferimento. Sulla “modernità liquida” si può attingere a ZYGMUNT BAUMAN, Liquid Modernity, Polity Pr, Cambridge: Polity; Oxford; Malden: Blackwell, 2000. Su Anaxum-Stella si fa riferimento a, GAIO PLINIO SECONDO, Naturalis Historia, (Libro III, 126), 77 d.C., poi https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/rivignano-teor-ud-villa-flambruzzo/, e https://it.scribd.com/document/256623396/Anaxum-un-toponimo-oscuro, 27.07.2026. Poi ERMANNO DENTESANO, Per una ricerca sui toponimi celtici nella bassa pianura friulana: problemi e dubbi, in https://www.techefriulane.it/biblioteca-digitale/scaffale-digitale/articolo/per-una-ricerca-sui-toponimi-celtici-nella-bassa-pianura-friulana-problemi-e-dubbi. BENVENUTO CASTELLARIN, Gli idronimi come indizi di presenze slave in un’area della Bassa Friulana, in https://share.google/cauyOrrbpUwI8OLAd, 27.07.2026. Per Anaxum Project, in https://cultura.gov.it/comunicato/anaxum-project-archeologia-e-storia-di-un-paesaggio-fluviale, 27.07.2026 e “ANAXUM Project. Archeologie e storia di un paesaggio fluviale” in https://dium.uniud.it/it/ricerca/progetti-corso/nuove-tecnologie-per-i-beni-artistici-architettonici-archeologici-e-monumentali/anaxum/, 27.07.2026. Sul notaio Articuccio, informazioni accessibili in, https://www.dizionariobiograficodeifriulani.it/articuccio-da-rivignano. Sul Tagliamento minore, in Thresor de la langue françoise (Volume 2), La designazione ufficiale registrata è “Tiliauentum minus Fori Iulij flumen. Stella.” o il “Tagliamento minore”, ovvero il fiume Stella del Friuli. Sez. Nomenclator, DE FLVVIIS ET FONTIBVS. CAP. XVIII, 1606. Per quanto concerne l’Ordine Teutonico, in M. CAPULLI - E. SCARTON, L’ordine teutonico e le vie d’acqua nel Friuli medievale, Forum, Udine 2019. Sui possedimenti Conbelnz in https://collections.heritage.brussels/fr/objects/51286,19.08.2026 e https://archiviodistatogorizia.cultura.gov.it/cobenzl/, 27.07.2026. Sul patrimonio culturale catalogato di Flambruzzo, in https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/esplora-catalogo/?s_query=flambruzzo, 21.07.2026. Per le località limitrofe in, CORNELIO CESARE DESINAN, Escursioni fra i nomi di luogo del Friuli, Udine, Società filologica friulana, 2002. p. 326. Per Palazzolo dello Stella, ampio rinvio a, https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/sito-archeologico/?s_id=548482 e https://cittadelvino.com/citta-del-vino/vzxc-520/, 27.07.2026. Per Precenicco oltremodo a, MARIO GIOVANNI BATTISTA ALTAN, Precenicco: i cavalieri teutonici, le sue vicende e la sua comunità, Udine, Ribis, 1992. Sulle fortificazioni medievali, in https://www.mondimedievali.net/castelli/friuli/udine/provincia000.htm, 19.08.2026. Per un’accurata testimonianza culturale su “Isernico” lo sguardo si volge a, BARBARA CINAUSERO HOFER, ERMANNO DENTESANO, Isernico: ipotesi di localizzazione, Latisana, La Bassa, 2014, pp. 12 -13 con GIULIANO BINI, I paesi reali e quelli “fantasma”, in “I fantasmi” dello Stella”, Latisana, La bassa, 2009, pp. 39-44. Supporto cartografico in www.arcanum.com – atlante digitale di mappe storiche (Rilievo Josephino 1784–1785), precisamente in: https://maps.arcanum.com/de/map/firstsurveyupperaustria/?layers=143&bbox=1582600.0067590477%2C6152281.49072364%2C1601843.028629841%2C6162466.72474264,19.08.2026 e sulla cartografia dello Stella, Novembre 1757 – Mappa del territorio di Jesernico (Archivio Storico Provinciale di Gorizia, Atti degli Stati Provinciali, 325/18) e FABIO PRENC, Studi di topografia “minore” aquileiese: la Bassa friulana tra protostoria e altomedioevo, Trieste, Editreg, 2013, pp. 115-118.

La tradizione orale. La sfida cartacea. La rinascita visiva

Diversi sono i racconti tramandati nella tradizione popolare friulana ripresi poi fortunatamente in pubblicazioni locali, legati al protagonista, Stella. Valga come esempio la riscoperta dell’opera “La leggenda del fiume Stella” di Fioretti. Una fanciulla smarrita nel bosco trova la via del ritorno grazie ad una stella caduta dal cielo che fa sgorgare un corso d’acqua luminoso. La giovane dà al fiume il nome Stella, in suo ricordo.

Una variante la troviamo anche in “La leggenda del fiume Stella: racconto popolare” tratta da “Nonna Bice racconta ... : storie e leggende del Friuli Venezia Giulia”. Qui a non far smarrire la giovane è stato un gomitolo di lana regalato da un eremita. Ritroveremo una similitudine nelle mitiche, “Aganis”.

Cronaca. Menzioniamo anche “Un fiume di stelle” con regia e riprese di Simone Vrech e il videoclip “Stele me”, colonna sonora originale firmata da Pozzetto e Odorico. Il cortometraggio è stato girato proprio lungo lo Stella. Nel video, è il bambino Geremia con suo nonno, ad affacciarsi alla vita con un finale genuinamente disarmante. Al centro della pellicola c’è il richiamo all’avventura di prossimità; un viaggio che spinge a esplorare il proprio territorio e a lasciarsi sorprendere dalle bellezze che ci circondano. Una moderna appassionante favola.

L’oramai celebre adagio friulano, “Se il vieli no al conte e il zovin no al scolte, si interomp il fîl de sapience.”, è la perfetta chiosa di codesto ancestrale folclore popolare.

Un’origine evocativa, tale idronimo, la cui evoluzione linguistica e culturale resta solo apparentemente velata nell’ombra del tempo, lasciando in certi frangenti galoppare libera la fantasia, come 101 sui prati stabili di “Jesernich”.

Il nucleo di codesta riflessione dialoga con le seguenti fonti bibliografiche. RENATO FIORETTI, La leggenda del fiume Stella, La bassa, a. 6, n. 9 (dicembre 1984), pp. 109-111. GUGLIELMO DONZELLA, SONIA TRI (Testi), ANNA ANTONUTTI (illustrazioni), Nonna Bice racconta … storie e leggende del Friuli Venezia Giulia, Udine, Gaspari, 2018, pp. 9-11. Per il cortometraggio sullo Stella, https://www.youtube.com/watch?v=p9EeDAbq22M, 31.08.2026. “Quando il nonno non racconta e il nipote non ascolta, si rompe il filo della sapienza”, la fonte ufficiale della celebre massima discende direttamente dall’autore, il politico e sindacalista friulano Mario Toros, storico presidente dell’associazione Ente Friuli nel Mondo, rintracciabile in 2023-cisilute-issue106-viarte.pdf, 19.08.2026 e poi in https://www.regione.fvg.it/rafvg/comunicati/comunicato.act?dir=/rafvg/cms/RAFVG/notiziedallagiunta/&nm=20231001131736003, 19.08.2026.

Al Castello di Flambruzzo, misteri di un Tumulo celato

Con la carrozza entriamo nell’antica fortezza medievale cinta da un fossato, oltre quello che fu ponte levatoio, oramai fisso.

“La prima traccia storica del castello risale al 1258. In quest’anno la famiglia Savorgnan restituì al patriarca Gregorio di Montelongo castrum et villam inferiorem de Flambro. Successivamente fu ceduto al Conte di Gorizia e agli Asburgo. Nel 1912 fu acquistato dal conte Francesco Rota di San Vito al Tagliamento. Dopo la seconda guerra mondiale passò a Mario Badoglio, marito di una delle figlie di Francesco Rota, Giuliana, e figlio del generale Pietro Badoglio.” Un essenziale passaggio tratto da “La nostra storia” del Castello di Flambruzzo. Attualmente il complesso è noto come Castello di Flambruzzo - Villa Codroipo Badoglio Rota. Una dimora storica privata utilizzata come location per eventi. Il Castello di Flambruzzo partecipa regolarmente all’iniziativa Regionale, Castelli Aperti FVG. E’ gestito dai discendenti della famiglia Badoglio.

Oggi però vogliamo dedicarci esclusivamente a un suo specifico dettaglio; il misterioso tumulo. Nel verdeggiante parco del Castello l’evidente presenza di una collinetta “artificiale” infatti apre intriganti interrogativi archeologici. Nel medesimo lembo di terra antica segnata dalle risorgive dello Stella, la vicinanza di queste anomalie del terreno al corso del fiume, spesso riconducibili a tumuli protostorici, suggerisce il valore sacrale dell’acqua come soglia liminale e transizione spirituale verso il sacro.

L’ipotesi che la sopraelevazione antropica possa nascondere un monumento funerario millenario, una struttura sotterranea d’epoca preistorica o legata alla civiltà dei castellieri, trasforma quel angolo di giardino in un potenziale custode di quieti segreti, avvolti dal silenzio del tempo.

Attingendo ancora dal sito del Castello di Flambruzzo, si scopre infatti che “Una collina si eleva tra i verdissimi prati del parco: rimangono senza risposta le domande sulle possibilità che nel suo cuore si nasconda un tumulo millenario.” Lasciamo il mistero al suo destino.

Un impercepibile indugio, un sospiro di sospensione precede l’impegnativo, a tratti solitario, itinerario nella conoscenza e qui il racconto si interrompe per proseguire poi nel prossimo filone d’indagine.

Documentazione sulla storia del Castello in, https://consorziocastelli.it/icastelli/udine/flambruzzo, https://consorziocastelli.it/visitare/itinerari-tematici/giardini/flambruzzo, https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/architettura/?s_id=448179,https://www.archeocartafvg.it/portfolio-articoli/rivignano-teor-ud-villa-flambruzzo/, https://patrimonioculturale.regione.fvg.it/parchi-e-giardini/?s_id=749692, Il Passaggio sul Tumolo in, https://www.castellodiflambruzzo.it/storia, 21.08.2026.

Memorie delle Risorgive. Microstorie attorno alla “Cjase da lis striis”

La conoscenza un anno fa, di una realtà ipnagogica, per quanto offuscata dalla frenesia moderna, tutt’ora gelosamente custodita dalle memorie locali, disvela una dimensione catartica.

Attraverso la microstoria cerchiamo di dare voce ai singoli racconti del passato. La ricerca fa emergere le vicende umane, le incomprensioni sociali e i vissuti individuali, restituendo centralità alla narrazione di protagonisti altrimenti invisibili.

Questo epicentro di vecchi racconti sussurrati su creature leggendarie nonché figure mitologiche, fin da subito ammalia nonché esercita un chiaro richiamo accademico, riconducendo gli elementi riaffiorati a studi universitari in ambito antropologico ed etnografico e offrendo un solido quadro interpretativo.

Appare pertanto evidente la rilevanza di documentare un rilevante contributo, il quale costituisce un utile presupposto per esaminare sotto un’altra ottica il mondo “altro” che andremo a scoprire.

Da “Elementi di antropologia culturale” di Fabietti, dunque si evince che “Considerate a lungo segni di una “alterità” radicale, tali credenze e la magia stessa sono state man mano ricondotte a forme di pensiero dotate di coerenza, con una propria funzione sociale e una loro efficacia di tipo simbolico.”

Ma è stata l’empatia a riportare la memoria, peraltro con rinnovata profonda emozione, al capolavoro di Ginzburg, “I Benandanti. Stregoneria e culti agrari tra Cinquecento e Seicento.” L’autore analizza tali figure mitologiche friulane riprendendo in mano le deposizioni dei contadini e i verdetti dei giudici dell’inquisizione, dando voce proprio alle vittime, inaugurando così la microstoria.

La “Cjase da lis striis”, “La casa delle streghe” è stata anche appellata come “Cjase dai mats” ovvero “La casa dei matti”. In antropologia, la percezione di “folli” e “disabili” come espressione di magia, stregoneria o del sacro risponde al bisogno di dare un senso alla diversità e alla sofferenza. Spesso la deviazione fisica o mentale viene interpretata non come un fatto puramente medico-scientifico, ma come semplicemente un segno di forze arcane. Erano sentiti sia come voci solenni sia visti come il risultato di chissà quale patto di stregoneria. Insomma venerati o demonizzati, tollerati, inclusi o emarginati; comunque dei diversi. L’anormalità, difficilmente comprensibile, viene inquadrata o isolata tramite categorie magiche o altre per proteggere l’equilibrio della comunità.

È proprio da quegli inesplicabili epiteti sulla splendida villa che il percorso conduce spontaneamente a saggiare la microstoria di “Jeserrnich” - “Zarnic”. Ascoltando diversi ricordi d’un tempo anche recente, ci avviamo quasi sospesi in un’atmosfera surreale e sempre mantenendo quel rispetto reverenziale che esige il fascino discreto delle antiche memorie.

Lasciamo ancora la strada asfaltata per una stradina di campagna, “bianca”. Il passo lento e cadenzato del nostro amico 101 è rassicurante. Si disvela a noi a tratti, dietro gli alberi, timida, eterea, ma fiera dall’alto della sua “torretta”. Immersa nel verde, fra un rigoglioso boschetto e un laghetto di risorgiva, uno specchio d’acqua smeraldino ospita una famigliola di cigni. Il cancello segnato dal tempo è aperto per noi.

In questo articolato processo di emersione, l’incontro costruttivo anche con gli storici Valentinis e Paron risulta fondamentale. È una testimonianza insostituibile; la cronaca di chi ha vissuto la storia in prima persona e ha scelto di tramandarla.

Come ci racconta proprio Valentinis, “ Il “Palazzo” è stato voluto e fatto costruire a “Isernico” nel 1909 da Giuseppe Solimbergo”. Giuseppe Solimbergo (Rivignano, 6 ottobre 1846 – Roma, 10 aprile 1922) era una figura emblematica, è stato avvocato, politico e un abile diplomatico italiano.

La casa è anche inserita in “Quaderni del Centro di Catalogazione e Restauro dei Beni Culturali”, come “Casa Dummler”, assieme all’adiacente rustico con datazione 1922.

Riportiamo qui un sostanziale stralcio, “Edificio liberty, di notevole pregio architettonico e ambientale, situato in una cornice unica, nelle vicinanze di un ramo del fiume Stella. La facciata ha molte decorazioni…, una terrazza. … La torre è in parte aperta a vista…” E poi il “Piccolo rustico… Edificio adibito a deposito per attività agricole…”.

L’avvicendarsi di importanti famiglie, sia locali sia forestiere, ha intriso la storia della dimora di un fascino unico nell’immaginario popolare.

Segnata da vicissitudini e dall’eccentricità “da brividi” (percepita all’epoca dall’esterno) di alcuni suoi storici abitanti, la villa, in determinati frangenti anche disabitata e nell'isolamento bucolico, è stata avvolta in un’aura di mistero. Tutto questo ha trasformato la struttura in un elemento leggendario per il territorio, alimentandone il mito di generazione in generazione.

La casa sarebbe stata abitata dunque da “Strani Signori, che con i loro comportamenti mettevano in dubbio la propria normalità ed equilibrio”, tutto ciò lo scopriremo nelle pagine del romanzo storico “Dal Zarnic alla Quintessenza” di Giordano Paron. Rammenta infatti lo stesso scrittore che “da ragazzini girando in bicicletta per i campi avevamo una sorta di soggezione e ci tenevamo ben alla larga da quel luogo”.

E dal suo precedente “Il Zarnic e i Signori della Triade” traiamo che “Giuseppe Solimbergo… aveva fatto costruire ... una splendida villa … sviluppò un progetto disegnato da Antonio Pertoldeo. Desiderava usufruirne come abitazione quando avrebbe deciso di ritirarsi dalla politica. Non ci riuscì perché la morte lo sopraggiunse nel 1922 …”

Gli eredi poi l’avrebbero venduta. Da qui inizia il mito che si consolida successivamente, “nel 1947 era arrivata una famiglia ... i signori provenivano da Vicenza…”. E poi “erano diffidenti, … stavano per conto loro … partecipavano quotidianamente alla messa”.

Ma ad incuriosire sono alcuni personaggi, il primo “Nazzareno”; “l’ultimo dei fratelli ... date le sue strane visioni, era considerato malato di mente e viveva … in uno specifico istituto e rientrava in famiglia saltuariamente.”

Altre figure famigliari venivano descritte così “Erano persone strane”. E sempre attribuito allo stesso personaggio, si legge “… io ho il potere di parlare con la sua defunta …, da quel momento …. la palazzina, la denominavo “La casa degli spirti”.

Mentre, accanto al nucleo familiare, gli altri soggetti chiave del libro sono gli agenti sociali che diventano ponti verso il mondo esterno, permettendo l’evoluzione della trama verso nuovi orizzonti. C’è una forte personalità femminile, “Gisele” “soprannominata la strega. Forse era solo una donna carismatica…” La signora abitava nel Bosco. E si aggiunge anche il “Mago, Mario”, questo, del villaggio.

Nel corso della lettura, un frammento in particolare genera un impatto particolarmente vivido, distinguendosi per la sapiente costruzione di un’atmosfera perturbante che destabilizza e magnetizza simultaneamente.

“La nebbia copriva completamente le risorgive… non riuscivo a veder nulla … non un minimo rumore… La nebbia si muoveva …vorticava a folate nuvolose … ogni tanto dei fasci luminosi finissimi scintille nell’aria ... vedevo l’acqua ricevere gocce di pioggia color sangue.” Dopo giorni il protagonista ritornò sul posto e notò “… tra le paludi … l’ambiente era meraviglioso …tutto … era tornato normale.” Finché osservò “della fanghiglia viola…” a ridosso della sponda del laghetto. A lui fu raccontato che era stato sversato del vino che “emanava uno strano odore …bolliva… gli spiriti del male si erano insinuati nelle botti”. E così “avendoli scoperti li accontentiamo ributtandoli nella melma del fiume.” Al lettore attento non sfuggirà un accennato déjà-vu.

Ancora in “Dal Zarnic alla Quintessenza” un’altra figura femminile, “Esterina”. Lei avrebbe custodito un’ abilità segreta, il potere della guarigione

E Paron, congedandosi, ci regala un altro aneddoto inedito. “La “torretta” allora era sprovvista di finestre. Il vento gelido da nord/est la attraversava fischiando così forte che quel suono tagliente viaggiava lontano, superando i boschi fino a farsi sentire da chiunque fosse in cammino.”.

Ma allora chi erano verosimilmente i protagonisti della “Casa delle streghe”? “Persone - che - sicuramente avevano poteri e delle conoscenze molto superiori alle nostre…” Ma nel frattempo come si leggerà sempre nel libro, “… il mondo stava cambiando…”

Oggi la villa è vissuta da “un forest vignût di lontan”, “un forestiero venuto da lontano”. Attualmente ospita “L’Officina dei Sogni e delle Idee”.

Ad impreziosire tale scenario numinoso si insinua la sensazione di potersi quasi trovare da un momento all’altro al cospetto pure delle “Aganis” o “Agane”. Creature femminili che rientrano, come visto per i Benandanti, nella mitologia friulana. “Agane… naturali e selvagge, dotate di una forza potentissima formata da istinti, creatività passionale e un sapere ancestrale… sciamane.” così le descrive la scrittrice Barbara Bacchetti in “Agane. Fate d’acqua”.

Un elemento ricorrente di forte fascino antropologico è il motivo del “gomitolo magico” delle “Agane”; il suo filo inesauribile si configura, anche in contesti analoghi, come l’archetipo della trasmissione della sapienza ancestrale.

Queste “sirene di fiume”, - come fantasticherei a definirle -, “Amavano la danza e il canto notturno, fuggono trasformandosi in cigni all’apparire dei cacciatori…” La loro “voce melodiosa” sarebbe così mirabile da essere accostata al canto del cigno del “Fedone platonico”.

Se da un lato di “striis e striaments" (streghe e stregonerie) ce n’erano in ogni paese”, come per altro confermato dai vissuti raccolti in anni di narrazione dalla “scrittrice contadina” Anita Salvador, la presenza delle “Agane” risulta invece molto più elusiva nel nostro territorio. Almeno per quanto concerne questa iniziale ricerca sul campo, le testimonianze su tali creature acquatiche restano discrete, quasi a voler custodire gelosamente proprio il filo di quel sapere antico.

La credenza nelle streghe e nella magia era dunque estremamente radicata e diffusa. Si conservano tuttora vividi ricordi su “lis striis e striaments”, tramandati soprattutto dalle testimonianze dei nonni.

Fra alcuni, un gesto apotropaico; il pugno chiuso con il pollice tra l’indice e il medio. Approfondendo la simbologia, si scopre che fin dai tempi dell’antica Roma l’invalso rito legato alla vita e alla fertilità, veniva usato per neutralizzare e respingere le energie negative. Antica gestualità incredibilmente perdurata fino a oggi.

Dopo questo breve excursus sulle streghe, il focus ritorna prevalentemente sulle leggendarie ninfee d’acqua

“Lis Aganis”, le incontriamo anche nella narrazione romanzata di Giuseppe Paron in “La giostra nel sole”. In “Rivignano. Un sècul di vite, Rivignano tra realtà e immaginazione” ne accenna anche, con un approccio decisamente cauto, Marcello Pestrin. Dall’espressione “A chi… sono pochi, … s’è incontrato con le Aganis…” si può desumere che sia stata esigua la percezione sulle “Aganis”.

D’ altronde ritornando all’opera “Agane. Fate d’acqua”, si legge che “Inafferrabili e sfuggenti …” questi “esseri mitici distanti dal mondo umano …”, loro sarebbero state “soffocate da secoli di cultura e civiltà …” Sempre nel libro “Agane” fra le località in cui la presenza delle “Aganis” sarebbe stata pe

Ultimo aggiornamento: 30/10/2026 09:56