Mondo, Cultura
Fermare il tempo. Con teatrali tempi.
Diaframmi, esposimetri, zoom, rullini, acidi di sviluppo… Termini che evocano, senza mezzi termini, l’epoca d’oro di una disciplina divenuta troppo brutalmente democratica; ma, se abbracciata con la dovuta dedizione - al pari di cinema, musica, letteratura, dipinti e proposte scultoree - sa ancor cogliere quel momento d’oraziana memoria, lo congela, mantenendone però ardente il cuore. Ho avuto il piacere di incrociare sulla mia lunga mulattiera creativa molti figli di Daguerre, ognuno con una caratteristica speciale. Penso agli storici scatti urbani-comunitari di Berengo Gardin, scomparso lo scorso anno. A Johnny Ricci e al suo studio di posa in San Giovanni sul Muro a Milano. Sempre a Milano Giò Belli per la moda, Scheichenbauer per il glam dei primi piani, Vanni De Conti per i ritratti ai Vip nonché promotore di un pictorialismo del tutto nuovo, a tratti perfino filosofico. Né posso tralasciare Elia Festa / Young & Rubicam, Roberto Fiasconaro / Farabola, Maria Barletta / Fotogramma, Sabrina di Fotocronaca, Francesco Laera (il Giorno e magazines collegati); e ancora, il titolare de I Classici, il documentarista scientifico Umberto de Giovanni, gli still life di Andrea Chelli, i cronisti d’assalto come Minischetti, Gavagnin, Alceo Guatelli, Enrico Colussi, Gallini, Caffini; altresì l’amatore Dario Gambini (suoi i due clic su di me più circolanti in Rete). C’è poi il maestro Will McBride che mi ha fatto finire sul mensile Mondadori Duepiù insieme a Tom 44. Anche un altro americano, Dan Winters, e un giapponese, Hiroyuki Kudok, hanno attraversato la mia strada, contestualmente al simposio Vedere Oltre, manifestazione realizzata dal Circolo della Loggia (qui dovrei annotare un elenco smisurato: da Vendramini a Marcuz passando per Gottardi, Madonia; desidero ricordare soprattutto il caro amico Graziano Burin, ideatore fra l’altro di un’innovativa tipologia di scanner, che troppo presto ci ha lasciato). Continuiamo con un rosario di voci che con me, dai loro obiettivi, hanno in qualche modo comunicato o per i quali ne ho recensito i lavori: Guido Sanfiori, Paolo Tessari, Ermanno Calciolari, Pierangelo Banfi, Lella Olgiati, Tosawi Narhon Joia, Carlo Verardo, Fabio Ricci, Maurizio Carelli. Quindi Mascherin, Gregoris, Blancato, Kusterle, Roy Leutri, Elio Ciol, la brasiliana Michelle Gomes… impossibile citare tutti. Ma che posso dire, se non tutto il bene possibile, di Mario Vidor? Ho redatto con piacere la prefazione a uno dei suoi numerosi volumi. O del fotoreporter di guerra in Afghanistan Ignazio Polesel che ha immortalato la mia prima performance in assoluto, dedicata al poète maudit Tristan Corbière? Mi hanno colpito le prospettive e i concatenamenti originali di Francesca Della Toffola, model & photographer al tempo stesso, al servizio di un colorato, tondeggiante self-portrait; come del resto Rossana Ghigo, benché più in dirittura di ombre accecanti, emergenti da un purissimo bianco e nero. Mi sovviene un’altra Francesca, Dall’Olio, compagna di Grignani, che ha curato lo shooting per il booklet e la retrocover di Nel cuore del Caos, l’album dei Vanadium con i testi firmati dal sottoscritto. Sottoscritto che pure lui scamploi di inquadrature li ha rubati al mondo. Infine c’è lei, l’unica con cui non ho mai interagito se non mediante brevi commenti pubblici. La sorella Catherine rileggeva Tous les garçons... di Françoise Hardy; la musica di Agnès (anch’ella apprezzata attrice) cominciava a giocare su altre frequenze, più vicina ai blousons (noir ovviamente, ed elitariamente, altresì blanc, lungo l’intera scala di grigi che tuttora la contraddistingue - caravaggesche rifrazioni sospese, coniugate alle concettuali geometrie della nostra contemporaneità). Ognuna tra le suddette voci di un panorama analogico trapunto inevitabilmente dai codici digitali, dovrebbe di diritto occupare lo spazio standard qui sopra, predisposto per l’illustrazione. Agnès forse un filo di più, per lo sguardo immoto eppur vorticoso; per i suoi trascorsi in Rusconi e alla Twentieth Century Fox; e se vogliamo dirla nello slang giovanile di qualche anno fa, beh, oltre a tagliare con lucida precisione arditi orizzonti… di sicuro spaakka! Senza nulla togliere a scattini, paparazzi, professionisti di matrimoni e documenti di riconoscimento, dovrei richiamarmi in chiusura ai vari blasonati Newton, Avedon, Mapplethorp; preferisco fare il nome di Robert Frank, autore di reportages e film-maker elvetico-statunitense, che col suo libro The Americans è dapprima respinto dalla critica per un’opinabile debolezza tecnica, poi invece premiato con l’Hasselblad Award; e quello stesso libro diviene materia di studio nelle accademie, sconfessando un po’ il pensiero di McLuhan, ovvero dimostrando, prova alla mano, che a volte basta una macchinetta compatta per esprimersi al meglio, non necessitano sempre modelli super costosi; l’occhio a contare non è tanto quello del mirino quanto quello di colui che ammira. E mira.